12/10/2020 di Giuliano Guzzo

Il Recovery Fund sotto il ricatto arcobaleno

Sì agli aiuti europei, ma con ricatto arcobaleno. Si potrebbero sintetizzare così le ultime ricostruzioni giornalistiche secondo le quali i Paesi nordeuropei sarebbero sì favorevoli ad attivare il Recovery Fund - strumento più volte richiesto dall’Italia con l’obiettivo di arginare l’impatto economicamente devastante della pandemia e delle conseguenti misure restrittive -, ma a varie condizioni per i Paesi che ne faranno uso.

Fin qui tutto normale o, meglio, risaputo. Ciò che era meno noto – e che sarebbe appunto filtrato sui media in questi giorni - è che l’attivazione del Recovery Fund sarebbe vincolata, per i Paesi interessati, anche a riforme sul piano dei «diritti» arcobaleno. Tradotto dal politichese, significa che i Paesi economicamente più solidi d’Europa starebbero dicendo agli altri: va bene, noi siamo favorevoli ad un sostegno alle vostre economie, a patto che però le vostre politiche si adeguino culturalmente alle nostre.

Da quanto è dato capire, tale “trattamento” interesserebbe in particolare la Polonia alla quale, per poter accedere appunto al Recovery Fund, sarebbe stato intimato di adeguarsi nella sua legislazione ai desiderata Lgbt. Ora, se fosse vero – e l’ipotesi, ahinoi, non pare purtroppo così assurda – ci troveremmo davanti ad un fatto gravissimo sotto il profilo non solo politico, ma anche etico. In primo luogo perché, come detto all’inizio, ci troveremmo dinnanzi ad un ricatto in piena regola.

In seconda battuta, perché, se ciò fosse vero (la speranza sia tutto un brutto incubo, ancorché debole, resiste), significherebbe che la tanto celebrata solidarietà europea di fatto non esisterebbe. In terzo luogo, un simile scenario non farebbe che confermare il baratro etico in cui purtroppo l’Europa, non da oggi, si trova. D’altra parte, non va neppure dimenticato che molti segnali vanno già ed esattamente in questa triste direzione; segnali che emergono dalla stessa cronaca politica continentale.

Ne citiamo, per brevità, solamente un paio. Il primo riguarda la nomina, fresca di questi giorni, di Petra De Sutter - transessuale nato uomo – a vicepremier nonché ministro della Pubblica amministrazione di un Paese così significativo, per l’Europa, come senza dubbio è il Belgio. Non era mai accaduto. Inoltre De Sutter, con i suoi 57 anni, è pure il più anziano politico Lgbt sulla scena continentale, cosa che ne fa una vera e propria icona arcobaleno.

Il secondo segnale poco incoraggiante della politica europea riguarda quanto affermato dalla presidente della Commissione in persona, Ursula von der Leyen, la quale, intervenendo nella sessione plenaria del Parlamento Europeo, lo scorso 16 settembre, è stata chiarissima al riguardo: «Proporremo di estendere l'elenco dei crimini dell'UE a tutte le forme di crimini d'odio e di incitamento all'odio, che sia a causa della razza, della religione, del genere o dell'orientamento sessuale». Non solo.

In quell’occasione la von der Leyen ha annunciato, a breve, il varo di «una strategia per rafforzare i diritti delle persone Lgbtqi». Ecco, se questa è l’aria che si respira in Europa non meraviglia affatto che l’accesso al Recovery Fund possa – per alcuni Paesi – essere condizionato all’adozione obbligata di determinate politiche arcobaleno, con tanto di modifiche ordinamentali.

Si tratta invece di una logica conseguenza. Logica, ma comunque molto amara se pensiamo che il Vecchio Continente, da ben prima della pandemia, si ritrovava già immerso in un inverno demografico che – se questo è il clima – nei prossimi tempi non potrà che aggravarsi, pregiudicando non tanto e non solo il futuro dell’Ue bensì quello degli stessi europei; e a quel punto le condizioni per il Recovery Fund, anche per i rigidi Paesi del nord, saranno davvero l’ultimo dei pensieri.

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