18/12/2018

Il processo a Silvana De Mari. Una lezione di coraggio

Lo scorso venerdì 14 dicembre, a Torino, si è concluso il primo grado di giudizio del processo contro Silvana De Mari, alla quale erano contestati otto contestati capi di imputazione. I grandi media – come c’era da aspettarsi, conoscendoli – hanno raccontato la sentenza emessa come una condanna del medico e scrittrice che, secondo i canoni della cultura dominante, sarebbe «omofoba» e che quindi, in quanto tale, avrebbe offeso ingiustamente le persone omosessuali; di qui la sua condanna. La realtà però è ben diversa, sia perché in Italia si è innocenti fino al terzo grado di giudizio sia perché, di fatto, la De Mari è stata assolta da sei capi di imputazione sugli otto contestati.

In particolare, com’è lei stessa a raccontare, con la sua assoluzione è stato riconosciuto un diritto importante: quello di poter criticare lo stile di vita gay. «Sono stata assolta da tutte le accuse riguardanti offese alle persone con un comportamento omoerotico», ha sottolineato la dottoressa De Mari, «quindi ora sappiamo che possiamo affermare che la condizione maschile omoerotica passiva è gravata da un tasso di malattie sessualmente trasmissibili venti volte superiore al resto della popolazione (ma in uno studio eseguito a New York City è 140 volte di più)». L’assoluzione per aver fatto affermazioni del genere in un contesto culturale gayfriendly come il nostro, che vede il mondo Lgbt osannato, non è certo cosa di poco conto.

Tuttavia, anche un atteggiamento di eccessivo entusiasmo per questa sentenza sarebbe fuori luogo. Infatti la bestsellerista piemontese è stata comunque riconosciuta colpevole per un paio di sue prese di posizione: quella secondo cui il movimento Lgbt starebbe intralciando la libertà di parola – intralcio per esemplificare il quale la De Mari aveva citato un apposito “decalogo” messo a punto per i giornalisti – e i rapporti che il movimento Lgbt intrarrebbe con gruppi pedofili.

Anche per questo motivo il suo legale, il prof. Mauro Ronco, ha annunciato ricorso in appello. «Dicendo che le sigle Lgbt devono accettare in un confronto democratico anche la critica e qui la critica non è che favoriscono la pedofilia», ha spiegato Ronco, «ma che si sono inserite in un movimento di carattere mondiale in cui le tendenze di liberalizzazione della pedofilia sono state forti. Noi faremo rilevare la tendenza storica e sono fiducioso che in appello questo venga riconosciuto». Dunque, sotto il profilo giudiziario la vicenda De Mari non è ancora conclusa. Staremo a vedere.

Questo tuttavia non ci impedisce – ricostruite, sia pure in estrema sintesi, le dinamiche processuali – di esprimere un giudizio sulla vicenda. Un giudizio non giuridico evidentemente, ma più generale a proposito di due semplici aspetti. Il primo è il coraggio della dottoressa Silvana De Mari. Un coraggio manifestato non tanto e non solo nel processo, ma anche prima di esso, dato che probabilmente, anzi certamente, lei per prima era consapevole che di questi tempi un certo tipo di affermazioni, così politicamente scorrette, avrebbero potuto anche avere conseguenze di un certo tipo, come quelle che ha purtroppo avuto.

Il secondo aspetto rilevante e meritevole di una sottolineatura concerne il senso della battaglia e, più ancora, di una vittoria possibile sì, ma solamente quando si accetta la sfida. Viceversa, se ci si rassegna in partenza la sola cosa certa è la sconfitta. In un suo memorabile passo, G.K. Chesterton profetizzava un tempo nel quale «spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate» (Eretici, Lindau, Torino 2010, pp. 242-243). Il celebre scrittore però non precisava quale sarebbe stato il tempo, né chi avrebbe avuto il coraggio di sguainare la spada per primo. Ora però sappiamo che quel tempo è arrivato e che ad impugnare la spada e a guidare l’esercito del buon senso, c’è una donna coraggiosa come Silvana De Mari.

Giuliano Guzzo

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