26/10/2020 di Luca Marcolivio

Il “patto” di Ginevra contro l’aborto, per salvare donne e famiglia

A poco più di una settimana dall’attesissimo voto presidenziale, l’amministrazione Trump ha mandato in porto un nuovo importantissimo documento a favore della vita nascente. Assieme ad altri 31 governi (tra cui figurano Haiti, Egitto, Brasile, Ungheria, Uganda e Indonesia), l’esecutivo americano ha aderito alla firma virtuale a Ginevra del patto sulla Promozione della salute delle donne e sul rafforzamento della famiglia. Una dichiarazione che lancia un chiaro avvertimento alle Nazioni Unite, le quali vengono diffidate dall’intromettersi nelle politiche dei singoli stati in materia di tutela alla vita.

“Senza scusanti, affermiamo che i governi hanno il sovrano diritto ad emanare le proprie leggi per proteggere la vita innocente e approvare le proprie norme sull’aborto”, ha dichiarato il segretario americano per la salute e i servizi umani, Alex Azar, che ha formalizzato l’impegno assieme al segretario di Stato, Mike Pompeo. “La posta in gioco è troppo alta per permettere che programmi radicali e divisivi ostacolino la possibilità per le donne di ogni paese di ottenere una salute migliore”, ha aggiunto Azar. Nel concreto, i paesi firmatari si impegnano a denunciare le organizzazioni internazionali che promuovono posizioni contro la vita nascente. “Dichiareremo inequivocabilmente che non esiste il diritto internazionale all’aborto”, ha proseguito il ministro statunitense.

Da parte sua, Mike Pompeo ha indicato la dichiarazione come un “impegno profondo e personale per proteggere la dignità umana”, coerentemente con l’impegno “senza precedenti” dell’amministrazione Trump a difesa dei non nati, anche “all’estero”. Durante i quattro anni di mandato presidenziale di Donald Trump, “gli Stati Uniti hanno difeso la dignità della vita umana ovunque e sempre”, ha ricordato Pompeo, definendo “storico” l’accordo di Ginevra, in quanto “è la prima volta che si costruisce una coalizione multilaterale intorno alla questione della difesa della vita”.

La dichiarazione di Ginevra intende conciliare due principi che, nella concezione liberal egemone nelle organizzazioni internazionali, vengono visti come incompatibili: da un lato, il diritto delle donne al benessere e alla salute, dall’altro la difesa della vita in ogni sua fase, dal concepimento alla morte naturale. Assodato che “le donne e le ragazze devono godere di pari accesso a un’istruzione di qualità” e di “pari opportunità con uomini e ragazzi per l’occupazione, la leadership e il processo decisionale a tutti i livelli”, il documento puntualizza che “in nessun caso l’aborto dovrebbe essere promosso come metodo di pianificazione familiare”. Al tempo stesso, “qualsiasi misura o cambiamento relativi all’aborto all’interno del sistema sanitario possono essere determinati solo a livello nazionale o locale, secondo l’iter legislativo nazionale”. Viene quindi riaffermato il diritto del bambino a “cure e tutele speciali sia prima che dopo la nascita” e a “misure speciali di protezione e assistenza”, basate “sul principio dell’interesse superiore del bambino”.

Tra gli altri principi, gli stati firmatari della dichiarazione di Ginevra, si impegnano a “migliorare e garantire l’accesso alla salute e ai vantaggi di sviluppo per le donne, compresa la salute sessuale e riproduttiva, che deve sempre promuovere una salute ottimale, il più alto standard di salute raggiungibile, senza includere l’aborto”. Il documento riafferma dunque “che non esiste alcun diritto internazionale all’aborto, né alcun obbligo internazionale da parte degli Stati di finanziare o facilitare l’aborto”.

In conclusione, non manca un richiamo al sostegno del “ruolo della famiglia come fondamento della società e come fonte di salute, sostegno e cura”, con l’impegno dei governi “in tutto il sistema delle Nazioni Unite per realizzare questi valori universali, riconoscendo che individualmente siamo forti, ma insieme lo siamo ancora di più”.

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