22/02/2021 di Manuela Antonacci

Il ginecologo Dellino: «Vi racconto il dolore visto nelle donne che abortiscono»

Una sentita lettera aperta è quella sottoscritta dal professor Donato Dellino (ginecologo del Consultorio Diocesano di Bari) e da sua moglie Rosanna Lallone (esperta Walfare, già dirigente ai servizi sociali della Provincia di Bari) a Francesca Bottalico, assessore al Welfare che, subito dopo l’affissione degli ultimi manifesti di Pro Vita & Famiglia contro l’aborto, ne aveva chiesto ad alta voce la rimozione, definendoli “lesivi del diritto di scelta conquistato negli anni dalle lotte di tante donne”.

Il professor Dellino e sua moglie, che per anni hanno accompagnato centinaia di donne in difficoltà, di fronte alla decisione di portare avanti o meno la gravidanza, aiutandole a scegliere la vita, si sono rivolti all’assessore, sottolineando come non corrisponda al vero, l’idea che la donna sia libera di scegliere di non abortire: “le relazioni annuali dei ministri della sanità”- riportano nella loro lettera- “dicono che l’80-90% degli aborti non sono dati da situazioni estreme, bensì si tratta di donne con 1 o 2 figli, che si terrebbero volentieri quello che hanno nell’utero, se ci fossero le condizioni per sostenerlo” . A questi dati segue, nella lettera, un appello accorato, all’assessore, affinché le istituzioni si occupino piuttosto di operare in un’ottica di più stretta collaborazione con il terzo settore, anziché di censurare un messaggio sereno che difende semplicemente un bene prezioso qual è la vita nascente. In dialogo col professor Dellino abbiamo voluto approfondire alcuni aspetti della questione.

 

L’emancipazione della donna, la libertà di scelta della donna, sono i presunti argomenti alla base di chi sostiene l’aborto e che oggi, ama definirsi “pro choice”, un atteggiamento, che proprio in nome della libertà porta, come anche in questo caso, paradossalmente a censurare il pensiero di chi la pensa diversamente. Ma oggi la donna che sceglie di abortire è davvero sempre libera? Davvero liberamente accetta di rinunciare al suo bambino, priva di condizionamenti psicologici e materiali?

«Io sono entrato in ospedale nell’anno stesso in cui è stata approvata la legge e guarda caso, ho sempre lavorato nei reparti di ostetricia in cui si praticava l’aborto. Ti devo dire che tutte le volte che mi sono trovato nelle sale operatorie, dopo che le donne avevano fatto l’interruzione di gravidanza, tutte quelle donne che uscivano da quella stanza, piangevano. E non era il pianto di dolore della donna che ha fatto l’intervento e sente il male fisico. E’ un dolore diverso, un pianto di qualcosa che ti ha distrutto dentro, perché improvvisamente la donna capisce che ha perso proprio quel figlio. Ieri in ospedale è venuta una ragazza a ricordarmi che era la figlia di una paziente che si era affacciata in ospedale tanto tempo fa. Questa donna, circa vent’anni, fa si era affacciata nella struttura sanitaria in cui lavoravo, per abortire, ma io mi fermai a parlarle, spingendola a riflettere sul suo gesto. Era bastato questo per spingerla a cambiare idea e far venire al mondo una nuova vita. Tutto ciò mi fa pensare alla leggerezza degli operatori sanitari di fronte alla scelta dell’aborto, semplicemente perché è più facile e perché il figlio non è più considerato un dono. I consultori familiari vanno ripensati. Nel consultorio pubblico ci possono essere operatori con orientamenti culturali, umani, diversi. Per cui puoi avere la psicologa che è favorevole a sostenere la donna e l’assistente sociale che dice che non è il caso. Io propongo inoltre un consenso informato per l’interruzione di gravidanza, perché bisogna dire davvero tutto alla donna, comprese le informazioni sulle possibilità che vengono fornite per portare avanti la gravidanza. Occorrono, inoltre, operatori davvero motivati che sostengano la donna nella direzione giusta. Io penso che i soldi che vengono dati per i consultori, debbano andare a consultori privati, su cui si ha meno la possibilità di controllare il consenso. La donna che ha dal medico curante l’indicazione di gravidanza a rischio, deve potersi rivolgere al consultorio che preferisce, tramite un bonus. Qualcosa, in questa direzione, è stata fatta dal Comune di Bari: sono state messe in atto delle procedure di aiuto alla donna e oggi ci sono bambini che sono in vita perché sono stati utilizzati questi aiuti. Questo è il motivo per cui è necessaria la collaborazione delle istituzioni anche locali. Infatti, io e mia moglie abbiamo esortato anche l’assessore Bottalico a collaborare perché non prevalgano posizioni ideologiche che tendono a censurare la posizione dell’altro. Qui invece, bisogna lavorare solo per trovare soluzioni più umane»

Professore, oggi si parla tanto di diritto all’aborto, come rivendicazione di una presunta libertà personale della donna. Anche nelle dichiarazioni dell’assessore Bottalico c’è questo riferimento. Eppure, in genere si dice che la propria libertà finisce dove inizia quella di un altro, in questo caso il nascituro. Perché allora questo principio non è valido, proprio riguardo la vita nascente? Perché il nascituro non ha voce?

«Sicuramente una delle motivazioni è proprio che il nascituro non ha voce e quindi se ne può fare quello che si vuole. Il nascituro non è libero di poter sopravvivere. Ma sicuramente possiamo dire che oggi non si abortisce in modo davvero libero, come dicono le femministe, non è così. Bisogna vedere le statistiche che il Ministero della Sanità ogni anno è obbligato a fornire, sull’andamento dell’applicazione della 194 in Italia. Si vede che la maggior parte delle donne sono già madri di altri figli. Non si tratta di casi estremi che tirano fuori per giustificare l’aborto (donne violentate ecc.) ma la maggior parte delle donne che ricorrono all’aborto, con la 194, sono donne con più figli, con problemi economici, che se fossero state aiutate, avrebbero portato avanti la gravidanza. Quindi è una menzogna che la donna è libera di abortire: se fosse sostenuta non ricorrerebbe a questa scelta. Poi ci sono delle altre situazioni in cui la donna si trova da sola e invece ha bisogno di qualcuno che la sostenga. Tuttavia, il fatto che venga meno il giudizio morale sull’aborto, fa in modo che la donna non venga aiutata quando si trova in una condizione di solitudine. Infatti, prevale l’atteggiamento di chi sminuisce l’esperienza dell’aborto: invece l’aborto è la distruzione della donna, oltre che di un individuo indifeso che non ha fatto male a nessuno e viene soppresso. E’ la fine della donna come madre e come donna, perché rinuncia alla sua vocazione. A monte c’è la disgiunzione della femminilità dalla maternità. Nel momento in cui la donna abortisce, subisce delle ripercussioni enormi. C’è gente che è preoccupata di aborti clandestini che non esistono più, anche la Bottalico, in questione.Peraltro oggi l’aborto si può fare anche nelle strutture private».

Appunto, come accennava prima, la 194 che disciplina l’aborto, era nata per i “casi estremi” ma oggi, di fatto, l’aborto viene usato e scelto, quasi a pari di un anticoncezionale. Non nasconde forse questo atteggiamento, una concezione della sessualità senza alcun freno, nemmeno quello di prendersi la responsabilità di una possibile maternità e paternità? Questa concezione della sessualità può veramente appagare l’essere umano?

«La legge stessa dice che la 194 non va usata per il controllo delle nascite, solo che nessuno chiarisce fino a quando. Non viene indicato un limite. Una volta, in ospedale, ho chiesto ad una donna che veniva ad abortire, quanti aborti avesse fatto. Lei mi rispose candidamente che ne aveva fatti ben 23. Qualcuno deve pur mettere un limite massimo al numero degli aborti a spese dello stato, altrimenti diventa un metodo per il controllo delle nascite. Inoltre tutto ciò lascia spazio ad una concezione della sessualità senza responsabilità il che è terribile. Specialmente non aiuta l’uomo ad avere una responsabilità verso l’atto sessuale. Comunque io penso che, quello che tanti cattolici dicono e cioè che non c’è bisogno di essere cristiani per essere contrari all’aborto, sia vero fino ad un certo punto. Perché è vero che di fronte all’evidenza che una vita umana, con l’aborto è soppressa, non è necessario essere cristiani per capirlo, ma oggi si è arrivati, nonostante questo, a relativizzare la vita umana in nome di un principio che è la libertà e non per le donne morte per aborti clandestini che non esistono, ma perché questo fa parte di un bagaglio culturale di aree politiche che utilizzano la menzogna come normale mezzo di lotta politica ed è inaccettabile tutto ciò. Dopo l’avvento del cristianesimo è ancora più inaccettabile: per i cristiani, il primo livello di carità è osservare la verità. Se viene meno questo e il messaggio cristiano, dell’uomo si può fare quello che si vuole. Se un insegnante parla ad un bambino è molto diverso se parla alla presenza del padre o della madre, c’è un rispetto diverso da parte del bambino. Così il rispetto per la vita è diverso se lo hai alla luce di Dio. I grandi cambiamenti del mondo occidentale che hanno portato a fare a meno della Chiesa prima, di Gesù Cristo dopo e infine di Dio con la rivoluzione russa, ci hanno lasciato in eredità dei valori che ognuno può interpretare in base al dominio culturale che riesce ad esercitare. Oggi c’è una concezione di libertà che non ha niente a che vedere con quella del cristianesimo, come compimento. La concezione attuale invece, intende la libertà come l’essere liberi di fare ciò che si vuole».

 

 

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