01/11/2025 di Francesca Romana Poleggi

Il gelo demografico spiegato dai numeri

I numeri sono raggelanti, così come lo è uno dei peggiori inverni - se non il peggiore - che stiamo passando. Quello demografico. Numeri che parlano chiaro: nel 2023 sono nati 379.890 bambini e gli ultimi dati Istat sono ancora più inquietanti, poiché registrano che nel 2024 le nascite sono scese sotto quota 370mila (esattamente 369.944) in calo del 2,6% sull'anno precedente ed è una tendenza che sembra proseguire anche nei primi mesi del 2025. Secondo i dati provvisori relativi a gennaio-luglio, infatti, sono circa 13mila in meno i bimbi nati rispetto allo stesso periodo del 2024 (-6,3%). Il tutto significa che ad essere in caduta libera è anche il numero medio di figli per donna che raggiunge il minimo storico: nel 2024 si attesta a 1,18 (in flessione sul 2023 quando segnava 1,20) e la stima provvisoria dei primi sette mesi del 2025 evidenzia addirittura un’ulteriore diminuzione a 1,13.

Cosa dicono i numeri

Possiamo, con queste e altre statistiche, spiegare questo dramma demografico che attanaglia anche l’Europa e i Paesi più industrializzati del Pianeta? Lo possiamo fare grazie al docufilm Birthgap (pubblicato già dal 2023), in cui il data analyst Stephen J. Shaw analizza il collasso demografico dell’Occidente dovuto a meno nascite: generazioni sempre più piccole perché si arriva troppo tardi alla famiglia e al primo figlio, quindi tanta infertilità è in realtà non voluta. 

E non è solo questione di “crisi” o PIL: casa, tempi di lavoro, servizi e instabilità di coppia continuano a frenare la nascita del primo figlio. Non è quindi solo una scelta determinata da un insano atteggiamento culturale “child-free”. Molti vorrebbero figli ma arrivano fuori tempo massimo. In Italia ciò è dimostrato dall’età media in cui si fa il primo figlio che è di oltre  31 anni e dalle prime nozze celebrate ben oltre i 30 (34,7 per gli uomini e 32,7 per le donne). Le finestre biologiche così si accorciano drasticamente. E mentre avanza l’inverno demografico, l’effetto di lungo periodo è duplice: meno donne in età fertile e minore propensione ad avere figli. Un circolo vizioso.

Invertire la rotta è possibile

Proprio il documentario Birthgap spiega che per invertire la rotta servono pacchetti coerenti: casa, servizi per l’infanzia, congedi veri, orari compatibili con la vita familiare e soprattutto sostegno alla stabilità affettiva. Praticamente serve combattere e invertire la mentalità divorzista che, soprattutto in Italia, abbiamo interiorizzato da decenni. Il divorzio è diventato normale, quasi inevitabile, quindi meglio addirittura una semplice convivenza di fatto. Tale instabilità non aiuta la fertilità. Occorrerebbe quindi una strategia nazionale del “primo figlio”, con un piano casa per giovani coppie; un mutuo garantito dallo Stato a tasso calmierato, condizionato a matrimonio/unione stabile e alla nascita imminente di un figlio. Secondo un calcolo astratto di fattibilità si dovrebbero erogare così 100 mila mutui l’anno e in tal caso, in tre anni diminuirà di sei mesi l’età in cui si cerca il primo figlio e questo potrebbe comportare un aumento del 15% di prime nascite. I nidi dovrebbero essere davvero gratuiti nel primo anno di vita, oppure - e molto meglio - bisogna estendere i congedi parentali per il “primo figlio”. Per esempio due mesi extra retribuiti al 100%. Le donne che restano incinte “troppo presto” vanno sostenute in ogni modo: meno solitudine si tradurrà in meno abbandoni del progetto genitoriale.

Bisognerebbe incentivare i datori di lavoro a organizzare orari family-friendly, part time, settimane corte, orari elastici fino almeno ai 3 anni del bambino. Di contro allargare la no-tax area per ogni figlio, con super-deduzioni, in particolare nella fascia 0–3 anni. Così come si dovrebbe consentire il credito d’imposta per le spese di baby-sitting, doposcuola e per i centri estivi. Inoltre per favorire la stabilità matrimoniale, una volta definita e promossa come bene pubblico, andrebbero attivati percorsi gratuiti di educazione alla coppia e al parenting, collegati magari con le parrocchie e con enti laici del terzo settore Istat e ministeri dovranno monitorare e misurare i risultati di tutte queste politiche (l’età al primo figlio, l’uso dei congedi ecc.): misurare per migliorare, altrimenti sono solo chiacchiere.

C’è infine una lezione di metodo. Birthgap evita gli slogan e chiede onestà empirica. In Italia servono meno annunci e più vincoli di risultato: ogni misura è accompagnata da un indicatore, ogni indicatore da una scadenza pubblica. La natalità non è un affare “privato”: è infrastruttura nazionale. Senza bambini non c’è futuro: meno lavoratori, più anziani soli, welfare insostenibile, comunità più fragili, povertà di legami. Shaw infatti chiude il suo docufilm con un invito semplice: anticipare. In Italia significa rimettere al centro casa, lavoro, tempo e stabilità per le giovani coppie. Non abbiamo bisogno di convincere tutti a fare molti figli; dobbiamo permettere a chi già desidera diventare madre e padre di non arrivare tardi. È qui, sul primo figlio, che si gioca la partita. E si può vincere.

 

 

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