I dirigenti UE e i tecnocrati hanno il chiodo fisso dell’intelligenza artificiale e della rivoluzione digitale come panacea di tutti i mali ma, a quanto pare, ignorano il dramma della denatalità o la considerano una partita ormai persa. È il quadro emerso nel corso della Conferenza interparlamentare su stabilità, coordinamento economico e governance UE, nel corso della quale sono stati affrontati temi inerenti al Quadro finanziario del settennato 2027-2034. L’anomalia è stata lamentata da uno dei rappresentanti dei parlamenti nazionali intervenuti nel dibattito, la senatrice Lavinia Mennuni (FdI), che si è confrontata dialetticamente con il Premio Nobel per l’Economia Christopher Pissarides e ha espresso l’esigenza del rilancio demografico. Mennuni ha ribadito - e ha raccontato - il proprio punto di vista ai microfoni di Pro Vita & Famiglia.
Senatrice Mennuni, cos’è che l’ha lasciata perplessa dell’ultima Conferenza intergovernativa?
«In primo luogo, ho notato che è mancata la benché minima attenzione alla questione demografica. È chiaro che se non si portano avanti politiche a sostegno della natalità e della maternità sostenute dalla Commissione Europea, gli Stati – Italia compresa – nel momento in cui dovranno restituire un debito pubblico elevatissimo, a mio modo di vedere è difficile che si riesca veramente ad uscire da questa situazione di crisi. Quindi va bene parlare di competitività, va bene sostenere la transizione digitale o l’intelligenza artificiale, ma questo non basta. Ho quindi posto una domanda ad Enrico Letta e al premio Nobel per l’Economia Christopher Pissarides, chiedendo loro se non ritenessero importante investire sia a livello economico, sia a livello culturale sugli incentivi alla natalità, quindi sul capitale umano, uno dei fattori fondamentali del lavoro».
Qual è stata la risposta?
«La risposta è stata catastrofica... Pissarides ha sostenuto che quella demografica è una partita persa, che non c’è nulla da fare, che l’unica area della terra in cui c’è un’ascesa demografica è il Sud del mondo, in particolare l’Africa, mentre da noi non ci sarà mai più una ripresa della natalità, quindi l’unica cosa che possiamo fare è affiancare questo percorso cercando di implementare le risorse per l’AI, in modo che la popolazione possa lavorare il più a lungo possibile (anche fino a 70-80 anni) per un problema di tenuta sociale. Non ci sarà la possibilità di pagare le pensioni se non c’è il giovane che lavora per mantenere questa popolazione che va ad invecchiare. La soluzione è una “decrescita felice”, con la popolazione anziana che va tenuta al lavoro il più possibile, senza minimamente tentare di agire contrastando il declino del tasso di natalità che tocca l’Italia ma ormai anche altre nazioni europee. Penso, ad esempio, alla Francia dove, da quando François Hollande ha cominciato a ridurre i sostegni anche di natura economica alle madri, persino la nazione con il più alto tasso di natalità e di inserimento delle madri nel mondo del lavoro in Europa si è ritrovata ad avere un graduale ridimensionamento demografico. Ho percepito, quindi, un atteggiamento di chiusura sul tema del rilancio demografico e mi sono chiesta come mai a nessuno vnga mai in mente di fare una massiccia campagna su questo tema».
Ritiene che il governo Meloni stia rispondendo adeguatamente alla sfida demografica?
«Il governo Meloni sta facendo quello che è possibile in una situazione di governance europea che è stata approvata un anno e mezzo fa e che prevede il ripristino del Patto di stabilità. È un miracolo quello che sta facendo il governo, se si pensa che l’ultima manovra di bilancio ha visto un incremento di risorse dedicate alla maternità, con bonus mamme, bonus assunzione lavoratrici, servizi sociali implementati a sostegno della natalità, aumento dell’assegno unico, portato oltre il 18° anno per i figli disabili. Non ci rendiamo conto che forse questa è una delle partite più importanti da giocare? Un’Europa che non cresce sul piano della natalità è destinata a non crescere nemmeno sul piano economico, proprio perché il mercato interno è più debole e non c’è tenuta sociale, per tutti i motivi che, in realtà, gli economisti conoscono».
Può esistere, dunque, una via italiana al rilancio demografico?
«Assolutamente sì, si sta facendo tutto quello che si può per supportare la genitorialità. Credo che dobbiamo aggiungere uno sprint di natura culturale che veda coinvolte tutte le strutture scolastiche, con campagne di promozione della maternità (una volta dissi che la maternità deve essere cool). Non è solo un problema economico: ci sono coppie più che benestanti che decidono di non avere tempo per i figli, perché scelgono di dedicarsi alla carriera. Per carità, è legittimo. Una donna vuole fare carriera? Ottimo ma non deve essere una scelta da vivere a scapito del mettere su famiglia e crescere dei bambini. Quindi è bene sostenere le pari opportunità e pari responsabilità, che significano sostegno autentico per il doppio ruolo della donna: lavoratrice e madre. Durante la Seconda guerra mondiale i figli si facevano sotto le bombe, per cui questa narrativa per cui i figli non si fanno per motivi economici, non mi convince. Ben vengano, quindi, le agevolazioni alle giovani coppie come quella disposta per l’acquisto della prima casa, ma è altrettanto necessaria una campagna culturale che affianchi l’azione economica. È una partita non solo nazionale, ma europea anche con riferimento alle sue radici identitarie e cristiane, per me da preservare e nutrire».