17/05/2020 di Manuela Antonacci

Il festival di Orlando a Bergamo. Come continua l’indottrinamento gender

In occasione del 17 maggio in cui si celebra “la giornata internazionale contro l’omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia” (ma si potrebbe continuare all’infinito, così come infinite sono le identità di genere che il mondo LGBT ogni tanto tira fuori dal suo cappello magico) anche quest’anno, il Festival di Orlando tornerà ad interessare la città di Bergamo. L’iniziativa (già alla sua settima edizione) organizzata dall’associazione “Immaginare Orlando” ha avuto inizio oggi stesso ma continuerà anche ad agosto e a novembre e consiste in una rassegna che verrà proposta online, al pubblico, di cinque cortometraggi, selezionati, ahinoi, da un pubblico di ragazzi under 25.

La notizia peraltro è stata rilanciata, con dovizia di particolari, dall’Eco di Bergamo, senza alcun commento, lasciando parlare i responsabili dell’evento che ovviamente usano toni entusiastici. Il direttore artistico dell’evento, Mauro Danesi, spiega di non aver voluto rinunciare, per via della pandemia, all’iniziativa: “Una scelta importante perché il percorso di protagonismo culturale condiviso con questi otto ragazzi e ragazze è stata l’occasione per noi per avvicinare un pubblico più giovane, alla nostra proposta e per loro di sperimentare come si organizza un evento culturale. Questa cambiamento forzato, ci ha consentito di dargli visibilità”.

Possibile che questa dichiarazione non abbia suscitato in nessun alcun dubbio? Possibile che non ci si sia chiesti a quale genere di bombardamento ideologico siano stati sottoposti i giovanissimi? Fila tutto liscio come l’olio? Va bene così? Leggiamo, inoltre, che il gruppo di programmazione del Festival ha presentato al team giovani una rosa di 20 cortometraggi fra cui individuare i 5 del Festival stesso. Quella che sembra quasi una buona azione da boyscout, in realtà, sembra celare qualcosa di preoccupante e riguarda proprio i contenuti dei 20 “corti”, fatti sorbire acriticamente. E, scorrendone i titoli, ci rendiamo conto che siamo di fronte alla crème de la crème di registi e autori portavoci dell’ideologia gender tout court, insieme ad una concezione che ha in odio la famiglia naturale.

Quest’ultimo elemento si ritrova, ad esempio, in “La jupe d’Adam” di Trehin-Lalanne che ha come elemento centrale l’incomunicabilità tra un figlio che manifesta il desiderio di vestirsi da donna e sua madre che cerca di impedirglielo, per non parlare poi di “Thrive” di James Di Spirito, in cui ci sono esplicite scene di sesso, all’interno di una coppia gay oppure “Mother’s” che ritrae un’intera famiglia di Drag Queens che discutono per tutto il corto di una serie di argomenti, mettendo in discussione i valori di intere generazioni.

Insomma, non certo roba da “educande” ma un vero e proprio “cibo spazzatura” della mente e dello spirito, somministrato ai più giovani. E ci informano anche che il resto del festival è in riprogrammazione e che questo è solo l’inizio perché, come afferma Danesi, l’intento è quello di “contribuire alla rinascita di Bergamo come città di cultura, bellezza e incontro”. Insomma l’assedio ideologico è appena iniziato.

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