02/02/2026 di Salvatore Tropea

I social consapevoli di creare dipendenza. Al via primo, storico, processo. Ecco cosa può cambiare

Lo scorso 27 gennaio, davanti alla Corte Superiore della California, nella Contea di Los Angeles, si è aperto un processo civile destinato a fare storia. Per la prima volta negli Stati Uniti, infatti, una giuria popolare è chiamata a valutare se alcune delle piattaforme social più utilizzate al mondo siano state consapevolmente progettate per creare dipendenza, soprattutto tra bambini e adolescenti, e se questo abbia inciso in modo grave e duraturo sulla loro salute mentale.

Si tratta di un processo potenzialmente “apripista”, un cosiddetto bellwether trial, pensato per testare davanti a una giuria la solidità delle accuse e delle difese in una galassia di contenziosi simili. Il suo esito, qualunque esso sia, è destinato quindi a orientare strategie legali, negoziati e decisioni future in centinaia, forse migliaia, di cause simili.

La storia e l’accusa collettiva

Al centro del procedimento c’è la denuncia di una giovane californiana indicata con le iniziali K.G.M., oggi diciannovenne. La sua storia racconta un percorso ormai comune a molti ragazzi: iscrizione a YouTube a otto anni, poi a Instagram, TikTok e Snapchat, seguita da un’adolescenza segnata da ansia, depressione, insicurezza, problemi di accettazione del proprio corpo e disturbi del sonno. Il suo caso è diventato il simbolo di un’azione legale molto più ampia, che coinvolge circa 1.600 querelanti, oltre 350 famiglie e 250 distretti scolastici. TikTok e Snapchat hanno scelto di patteggiare, pagando una somma non resa pubblica, mentre Meta e Google - per Instagram, Facebook e YouTube - dovranno affrontare il giudizio in aula. Tra i testimoni attesi figurano anche i vertici delle Big Tech, a partire da Mark Zuckerberg, segno della portata eccezionale del processo.

Profitti sulla salute dei minori

Il cuore dell’accusa è netto: le aziende tecnologiche avrebbero anteposto consapevolmente i profitti al benessere dei minori. Secondo i querelanti, infatti, anche alcuni documenti interni dimostrerebbero che dirigenti e manager erano pienamente a conoscenza dei rischi legati all’uso intensivo delle piattaforme, e che dipendenti e ricercatori avevano chiesto di disattivare o modificare strumenti considerati pericolosi. Nonostante questi allarmi, funzionalità come lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video, le raccomandazioni algoritmiche e le notifiche continue sarebbero rimaste centrali perché fondamentali per aumentare il tempo di permanenza degli utenti e i ricavi pubblicitari. È proprio qui, dunque, che si gioca la partita legale: non “cosa” circola sui social, ma “come” le piattaforme sono state progettate per catturare l’attenzione in modo compulsivo, con effetti devastanti sulla salute mentale dei più giovani.

Allarmi ignorati e danni diffusi

I documenti interni, però, non sono i soli a rivelare tale - consapevole - volontà. Da anni, ormai, si accumulano evidenze e segnalazioni sui danni che i social possono arrecare ai minori. Iperdigitalizzazione precoce, ipersessualizzazione, isolamento sociale, deficit di attenzione, fragilità emotiva e aumento dei disturbi psicologici sono solo alcuni degli effetti denunciati e che anche Pro Vita & Famiglia ha più volte sottolineato con la sua attività informativa e la Campagna “Piccole Vittime Invisibili”. Nel processo in Usa, inoltre, emergono anche le difficoltà concrete affrontate da famiglie e scuole, costrette a investire milioni di dollari in consulenze, servizi di salute mentale e interventi disciplinari per arginare i danni dell’uso compulsivo dei social. Già in passato, come dimostrato dallo scandalo dei documenti interni di Meta emersi nel 2021, le aziende erano consapevoli dei rischi per gli adolescenti, ma secondo l’accusa queste consapevolezze non si sono mai tradotte in un cambiamento reale del modello di business.

Come il tabacco, ma con effetti globali

Non sorprende che questo processo sia stato paragonato da molti commentatori statunitensi alle grandi battaglie legali contro l’industria del tabacco degli anni ’90. Anche allora, infatti, le aziende negavano i danni e le conseguenze, nonostante emergesse come fossero perfettamente a conoscenza della dipendenza causata dai loro prodotti. Il parallelo è esplicito e dichiarato dagli stessi avvocati: dimostrare che le Big Tech hanno creato prodotti che generano dipendenza e nascosto o minimizzato le conseguenze. Se, negli anni ‘90, il tabacco portò a maxi risarcimenti e a un cambiamento radicale della percezione sociale, oggi la posta in gioco è altrettanto alta. Questo processo arriva infatti in un momento in cui qualcosa si sta muovendo anche a livello globale: l’Australia, per esempio, è diventata a dicembre il primo Paese al mondo a vietare i social agli under 16; la Francia sta discutendo un disegno di legge, con una prima approvazione già arrivata, per un divieto ai minori di 15 anni; mentre altri Stati come il Regno Unito e la Danimarca stanno valutando misure altrettanto restrittive.

Il vento, quindi, sembra cambiare e questo processo potrebbe rappresentare la svolta decisiva. La speranza è che questa presa di coscienza si estenda ovunque, Italia compresa, per rimettere finalmente al centro il bene dei bambini e degli adolescenti.

 

 

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