18/12/2021 di Anna Bonetti

I 10 anni del Cav Roma Ardeatino. La presidente: «800 donne aiutate, ma quanti ostacoli. La politica rimane sorda»

Sabato scorso il Centro di Aiuto alla Vita Roma Ardeatino ha festeggiato i suoi primi dieci anni di vita, con una celebrazione e un incontro presieduti da Sua Eminenza il Cardinale Luis Ladaria. Gli eventi, a cui ha partecipato anche il vicepresidente di Pro Vita & Famiglia Jacopo Coghe, si sono svolti presso la Parrocchia S.Giovanna Antida Thouret. Festeggiamenti per ricordare, appunto i dieci anni trascorsi, ma soprattutto una storia fatta di solidarietà, coraggio e voglia di aiutare le donne e i bambini che ancora prosegue. Una storia che ci siamo fatti raccontare proprio dalla fondatrice e presidente del Cav Roma Ardeatino Francesca Siena.

 

Qual è stato, se è possibile sintetizzare in poco tempo ben dieci anni, il lavoro svolto in questo periodo e come è nato tutto?

«Sono stati anni molto impegnativi. Il nostro CAV è nato all’interno della mia parrocchia di Santa Giovanna Antida e questo è stato molto importante poiché nell’ambito parrocchiale è più semplice trovare aiuti, inoltre non richiede di dover pagare un affitto e questo ha fatto sì che con i soldi risparmiati abbiamo potuto aiutare le nostre mamme. Il fatto di essere stati ospitati in una parrocchia è stata una vera e propria benedizione, che ci ha fornito anche altri aiuti preziosi. Dobbiamo ringraziare il parroco di allora, don Massimiliano Nazio e altri parrocchiani che sin da subito si sono resi disponibili ad aiutarci. All’inizio, oltre a fondare l’associazione, è stato molto impegnativo anche farci conoscere per divulgare l’informazione che le donne in difficoltà con la gravidanza potevano rivolgersi a noi per trovare aiuto e trovare sostegni tra benefattori e sponsor. Per fortuna tutto questo è arrivato in tempi brevi. Così tante mamme hanno iniziato a rivolgersi a noi, un pò grazie al passaparola di altre parrocchie e altre ci sono state indirizzate da alcuni assistenti sociali»

Quante donne avete aiutato? Cosa fate per loro?

«In questi dieci anni abbiamo aiutato più di 800 mamme. Il nostro impegno consiste in un aiuto materiale, per garantire alla mamma tutto l’occorrente per quando nascerà il bambino (passeggino, carrozzina, pannolini, omogeneizzati, latte in polvere), ma anche un supporto morale. In questi anni abbiamo anche offerto degli aiuti medici e abbiamo indirizzato le mamme presso strutture adeguate per fare visite ginecologiche ed ecografie durante la gravidanza e nei casi più complessi abbiamo posto in essere alcuni aiuti economici. Come per esempio il progetto “Mamma Serena”, tramite il quale cerchiamo di garantire 150 euro al mese per un periodo che varia dai 10 ai 12 mesi. Questo progetto, anche se sembra piccolo, in realtà è molto importante per le donne che si rivolgono a noi, che spesso non hanno alcun tipo di aiuto, soprattutto a livello istituzionale. Abbiamo visto che un aiuto economico è fondamentale per portare una mamma a scegliere la vita. Da due anni forniamo alle mamme anche un buono spesa mensile, che comporta per loro un ulteriore beneficio.

In base alla vostra esperienza, ci vuole spiegare le conseguenze che avete visto tra le donne che hanno scelto la vita, nonostante ogni difficoltà e quelle che invece, hanno scelto l’aborto?

«Fortunatamente le donne che hanno scelto l’aborto sono state pochissime in questi 10 anni. Ne ricordo solo 4 o 5 su 800. Siamo molto soddisfatti di questo poiché rispetto al “deserto” che queste mamme si trovano ad affrontare nel mondo esterno, abbandonate dagli ospedali e dalle istituzioni che pensano che la gravidanza sia un “problema loro”, anche se siamo una goccia nel mare, facciamo la differenza. Ogni piccolo aiuto che riceviamo fa la differenza, perciò è molto difficile che una donna che si rivolge a noi poi vada ad abortire. Ho visto che anche semplicemente con un nostro abbraccio le donne più convinte di abortire hanno cambiato idea. Ci sono mamme che abbiamo aiutato che avevano già abortito in passato che ci hanno confessato che se avessero saputo prima della nostra esistenza non l’avrebbero fatto. E’ incredibile e allo stesso tempo terribile pensare che basti cosi poco per la vita. La linea tra la vita e la morte di un bambino è sottilissima. Non è un modo per auto-lodarci, ma per far sapere che ci sono degli aiuti e che questi aiuti possono fare la differenza. Dopo la nascita del bambino le neo-mamme ci confessano che se avessero abortito non se lo sarebbero mai perdonato. Inoltre abbiamo avuto modo di vedere con i nostri occhi quanto la vita risolve anche i conflitti interpersonali, spesso scaturiti anche dai rapporti familiari e come la nascita di un bambino sappia risanare ogni ferita. Spesso, proprio tramite il Cav riusciamo a trovare una sistemazione come un alloggio o un lavoro per le donne e le famiglie in difficoltà. Per quanto riguarda le pochissime donne che hanno abortito, sono rimasta in contatto con una di loro in tutti questi anni, che mi racconta ancora la grande ferita che porta nel cuore ed oggi è mamma addirittura di tre bambini e mi confessa che nessuno potrà mai sostituire il figlio che ha perso, che è una ferita indelebile anche se nel frattempo si sono avuti altri figli».

Qual è stata la situazione più difficile che vi siete trovati ad affrontare?

«Ce ne sono state ovviamente tantissime come potete immaginare, ma la più difficile in assoluto è quella che ricordo meglio, poiché è molto recente. All’inizio di febbraio mi è stata segnalata una ragazza di 19 anni che voleva tenere il bambino, mentre la sua famiglia e quella del suo fidanzato volevano che lei abortisse a tutti i costi. Abbiamo fatto il colloquio e abbiamo scoperto come in passato, durante la sua infanzia, fosse stata affidata ai servizi sociali. Sono venuta a sapere che i servizi sociali la incitavano ad abortire e avevano persino ottenuto il “permesso”, tramite una relazione, di “scegliere per lei”. Proprio per il fatto che lei si volesse rifiutare di abortire l’hanno presa con la forza e portata in ospedale insieme alla madre. Una gesto di una gravità inaudita. Fortunatamente la ragazza è riuscita a liberarsi e a scappare via. Infine i servizi sociali si sono arresi, ma le hanno segnalato che una volta che la bambina sarebbe nata l’avrebbero affidata al tribunale dei minori per via della situazione disagiata familiare che aveva. Questa ragazza, quindi, ha vissuto la gravidanza in maniera tragica, con il terrore che una volta nata la bambina gliel’avrebbero tolta. Così le abbiamo trovato un alloggio momentaneo, ma purtroppo intorno al settimo mese di gravidanza ha avuto un aborto spontaneo. Ha deciso di chiamarla Luce e insieme le abbiamo fatto il funerale».

In generale, i consultori e gli ambulatori pubblici accettano volentieri di collaborare con voi indirizzandovi le mamme in difficoltà, oppure preferiscono indirizzarle con maggiore facilità verso l’aborto?

«Dipende, nella nostra zona i consultori sono molto schierati a politiche non favorevoli alla vita. Però fortunatamente capita che al loro interno vi siano operatori o assistenti sociali più vicini a noi.  Ci hanno riferito che se vedono la ragazza decisa ad abortire non possono nemmeno permettersi di indirizzarla verso di noi. Tutto ciò in realtà è molto strano poiché la legge 194 dice tutt’altro, ossia che lo Stato e le istituzioni sono tenute a fare il possibile per indirizzare la donna verso la scelta della vita e che l’aborto dovrebbe essere solo l’extrema ratio. Purtroppo le assistenti sociali non schierate ideologicamente sono poche. Spesso il semplice fatto di essere all’interno di in una Chiesa diventa un muro e ci è capitato persino di essere cacciati dagli ospedali quando siamo andati a proporre il nostro servizio».

Un triste fenomeno degli ultimi anni è l’aborto eugenetico dei bambini con disabilità. Vi capita di trovarvi in situazioni di questo tipo?

«Fortunatamente non ci è mai capitato di trovarci di fronte ad un prospettato aborto di questo tipo. Abbiamo avuto però il caso di una mamma che si era rivolta a noi per le sue condizioni di povertà, che ad un certo punto della gravidanza ha scoperto che il bambino aveva la sindrome di Down. Nonostante ciò lo ha accettato sin da subito ed è nato un bambino bellissimo e con una lieve forma della sindrome di Down, che ora sta crescendo bene e si sta integrando benissimo nella società».

Come CAV vi sentite sostenuti e aiutati dallo Stato?

«Assolutamente no. Non ci sentiamo né sostenuti, né aiutati dallo Stato. Come ho già spiegato, spesso lo Stato ci rema contro. Da parte delle istituzioni c’è una sorta di muro ideologico. Purtroppo sono pochi i membri delle istituzioni che si attivano per creare una collaborazione con noi».

Cosa dovrebbe fare, quindi, la politica per garantire aiuti seri e concreti alle madri in difficoltà con la gravidanza?

«Fare in grande quello che noi facciamo in piccolo, creare dei fondi destinati alla maternità. Anche se aiuti seppur minimi ci sono, come il Bonus bebè, ma non bastano. Occorre sostenere le mamme soprattutto durante la gravidanza e non solo dopo la nascita del figlio. E’ proprio quello il momento di crisi e che molto spesso fa la differenza sull’accogliere o meno un figlio. E’ altrettanto importante attuare anche la proposta che più volte è stata fatta allo Stato dalle associazioni pro-life per utilizzare i soldi che lo stato utilizza per far abortire una donna (circa 1.300 euro ad aborto) e destinarli invece ad una donna in difficoltà con la gravidanza».

Che messaggio daresti a tutte quelle donne che vorrebbero abortire?

«Quello che dico sempre, ad ogni primo colloquio: coraggio, non sei sola. Quattro parole che però fanno la differenza. Queste parole vanno dette guardandosi negli occhi e trovandosi insieme in un posto dove loro possano vedere che questa cosa si concretizza, altrimenti è solo uno slogan. Vedere il Cav all’opera convince una donna che è indecisa».

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