12/12/2018

Gianna Jessen, voce dei bambini mai nati

Gianna Jessen è ormai, probabilmente, la testimonial pro life più nota al mondo e che perciò, soprattutto per i lettori di Pro Vita, non ha bisogno di presentazioni. Il tour di dicembre 2018 sta per concludersi, e la partecipazione alle varie serate ha manifestato una risposta della cittadinanza che è segno di una rinnovata attenzione al tema dell’aborto o, più esattamente, dei diritti del nascituro.

La Jessen, si sa, è sopravvissuta a un aborto salino che avrebbe dovuto bruciarla nel grembo materno e, come è stato detto nell’introduzione a ciascuna conferenza, proprio questa circostanza è il motivo della riunione di tante persone nel medesimo luogo: «Se siamo qui è perché, tempo fa, un tentativo di omicidio non è andato a buon fine»Più di tante parole e spiegazioni scientifiche sull’umanità dell’embrione, è questo l’“argomento” principe contro l’aborto: la sua stessa presenza, ed è per questo che, dice Gianna, «le femministe non sopportano che io parli e fanno di tutto per impedirmelo». Un embrione scampato all’aborto che fa sentire le sue ragioni: ecco come viene vista questa testimone d’eccezione. «Se l’aborto rientra tra i diritti delle donne, in quel momento i miei diritti dov’erano?»; è con questo stile chiaro, netto, deciso, che Gianna Jessen interroga i paladini dell’autodeterminazione, ed è comprensibile che la sua voce dia fastidio.

La sua testimonianza, però, non si ferma qui. Gianna non si limita a parlare di sé e della sua vita o a fare considerazioni su quella politica pro choice che autorizza lo sterminio dei non nati come diversi anni fa autorizzò la sua eliminazione. No, Gianna va più in profondità nella sua analisi, a tal punto che capita spesso di vedere, durante i suoi interventi, l’espressione smarrita di chi, tra il pubblico, si domanda cosa c’entri quello che sta dicendo con il tema dell’aborto. E invece c’entra eccome. Arriva sempre un momento, durante i suoi discorsi, in cui lei decide di risalire alle cause remote della cultura abortista; e nel farlo non dà nessun preavviso, vi giunge improvvisamente perché le sue conferenze non sono “accademiche”, bensì estemporanee e dettate dalla spontaneità.

E allora accade che, nel bel mezzo del racconto della sua vita, si rivolga di colpo alle ragazze presenti in sala: «Ragazze», dice, «sappiate che voi non siete fatte per gettarvi via con il primo che capita…». E poi agli uomini: «Voi non siete fatti per essere dipendenti dalla pornografia che non vi permetterà mai di vedere una donna per quella che è, ma solo di usarla come un oggetto. Voi siete fatti per la grandezza, per il coraggio…»per tutto quello che questa società, insomma, non insegna più a desiderare. Con queste parole Gianna va al cuore della sua testimonianza per la vita, perché se c’è una radice malata che ha condotto a legalizzare l’omicidio volontario dell’innocente, ebbene si tratta di quel liberalismo per il quale ognuno può fare ciò gli pare, a cominciare dal sesso “libero” e sregolato che non è più un atto d’amore aperto alla vita bensì un passatempo; per finire, appunto, con l’arrivare a giudicare plausibile anche uccidere il proprio figlio, se questi è d’intralcio alla realizzazione delle proprie aspirazioni.

Con le sue riflessioni, dunque, Gianna Jessen invita a ripensare le basi stesse della cultura in cui siamo immersi e che ci condiziona tutti, volenti o nolenti; invita a riconsiderare la natura del rapporto tra uomo e donna, da troppo tempo ormai presentato in chiave conflittuale, ossia al contrario di come dev’essere. Tutto questo e molto altro. Sempre, ci tiene a sottolineare, «senza alcuna intenzione di giudicare le donne» che abbiano avuto la disgrazia abortire; perché, dice, «la mia missione è di perdonare».

Vincenzo Gubitosi

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