12/04/2026 di Redazione

Deriva più assoluta nei Paesi Bassi. Eutanasia per ragazzo con autismo

Un ragazzo tra i 16 e i 18 anni con disturbo dello spettro autistico è stato sottoposto a eutanasia. Il caso riaccende il dibattito sulle derive di una pratica mortifera sempre più diffusa e sui pericoli per i soggetti più fragili e indifesi.

Nei Paesi Bassi un adolescente di età compresa tra i 16 e i 18 anni, a cui era stato rilevato un disturbo dello spettro autistico associato a problemi d'ansia e dell'umore, è stato sottoposto a eutanasia. Un caso drammatico e spaventoso, che ha immediatamente sollevato l'allarme di esperti e associazioni non solo negli stessi Paesi Bassi, riportando al centro del dibattito pubblico i rischi legati alle incontrollate e incontrollabili derive dell’eutanasia, soprattutto quando a farne le spese sono i soggetti più fragili.

La storia

Il ragazzo aveva manifestato sentimenti depressivi già da bambino e circa quattro anni prima della sua morte aveva sviluppato pensieri suicidari costanti, mentre due anni prima del decesso aveva tentato il suicidio. Descriveva la propria esistenza come «priva di gioia», si sentiva profondamente solo, incapace di relazionarsi con i coetanei e di trovare il proprio posto nella società. Insomma, si percepiva incompreso da tutti. La sua ipersensibilità agli stimoli e l'incapacità di regolare le proprie emozioni lo limitavano gravemente nelle attività quotidiane: riusciva a malapena ad uscire di casa, perché senza la presenza stabilizzante della madre andava rapidamente incontro a scoppi d'ira o attacchi di panico; soffriva nel vedere i coetanei crescere e svilupparsi mentre lui si sentiva bloccato, arrivato a un punto di non ritorno, incapace di mettere a frutto le proprie capacità. La vita era, nelle sue parole, una lotta continua senza alcuna prospettiva. Ebbene, di fronte a questo dramma e alle difficoltà - sicuramente enormi - di una persona con i suoi problemi, la società olandese non è stata così “civile” come dice di essere, come si vanta, e non ha saputo rispondere se non con la morte, con l’uccisione di una persona debole, fragile, letteralmente indifesa.

L’inesorabile percorso verso la morte

Circa un anno prima della morte, il giovane - che, nonostante avesse un disturbo dello spettro autistico era in grado di agire autonomamente - era riuscito a registrarsi presso il Centro di Competenza per l'Eutanasia (EE), per poi essere sottoposto, anche con la volontà dei suoi stessi genitori, a una serie di incontri con uno psichiatra infantile affinché valutasse la richiesta di eutanasia. Nel dettaglio un medico lo ha incontrato per la prima volta solo cinque mesi prima della morte, avviando l’iter previsto per arrivare alla fantomatica “dolce morte”: il consulto con uno psichiatra specializzato in psichiatria infantile e con un medico appartenente al gruppo SCEN, ovvero lo “Steun en Consultatie bij Euthanasie in Nederland” (Supporto e Consulenza per l'Eutanasia nei Paesi Bassi). Nonostante la giovane età e il disturbo dello spettro autistico, medici e fantomatici “esperti” sanitari olandesi non hanno avuto dubbi: hanno accolto tutte le richieste di morte del ragazzo, conducendolo alla fine dell’iter di approvazione della procedura e dunque alla sua soppressione. Il ragazzo, infatti, è stato ritenuto in grado di valutare la situazione, di comprendere le conseguenze dell'eutanasia per sé e per i propri cari, e capace di descrivere chiaramente la propria sofferenza. 

Il pretesto di “nessuna alternativa valida”

La storia del ragazzo è venuta alla luce pochi giorni fa, quando è stato pubblicato il report annuale - riferito al 2024 - delle Regional Euthanasia Review Committees (RTEs), ovvero le commissioni olandesi istituite per legge che valutano, ex post, se i medici abbiano rispettato i criteri previsti dalla normativa in caso di eutanasia o suicidio assistito. Ebbene, dal fascicolo emerge che il giovane aveva seguito un lungo percorso terapeutico nell'arco degli ultimi dieci anni e che fin dall'infanzia aveva ricevuto supporto scolastico e terapia del gioco. Aveva poi seguito interventi di psicoeducazione, terapia cognitivo-comportamentale, terapia per la regolazione emotiva e terapia sistemica. Negli ultimi tre anni aveva inoltre svolto psicoterapia individuale con cadenza settimanale, oltre a sedute per elaborare eventi traumatici. Era stato anche supportato in relazione alla sua plusdotazione e per lui erano stati attivati interventi orientati al recupero, tra cui istruzione speciale, programmi scolastici adattati e un gruppo di attività diurne. Era stato inoltre trattato farmacologicamente con antidepressivi. Un percorso che non aveva, ovviamente, risolto il suo disturbo dello spettro autistico, ma che in ogni caso non dava evidenze di dover essere interrotto o essere completamente inutile. Ma non solo. C’è di peggio. È stato infatti appurato da uno psichiatra indipendente che alcune terapie, peraltro molto all’avanguardia, non sono di fatto mai state sperimentate, tra le quali: antidepressivi triciclici per i disturbi dell'umore, terapie elettroconvulsivanti (ECT) e la ketamina. Il medico curante le ritenne a prescindere inutili, argomentando che avrebbero avuto un impatto minimo o nullo sul disturbo dello spettro autistico. Di conseguenza, i medici olandesi - e in particolare il suo psichiatra curante - hanno adottato la scusa di una presunta «assenza di alternative valide» alla morte. Ecco dunque concretizzarsi il peggiore degli scenari, la peggiore delle derive: meglio uccidere un sofferente anziché continuare a stargli accanto, continuare ad accudirlo, a sostenerlo e a proteggerlo.

L’eutanasia psichiatrica in espansione nei Paesi Bassi

Purtroppo quello appena descritto è stato l’ultimo e forse tra i più eclatanti, ma non il solo caso. Da anni, infatti, c’è ormai una tendenza sempre più mortifera in atto nei Paesi Bassi: le morti per eutanasia motivate esclusivamente da ragioni psichiatriche sono aumentate drasticamente nel corso degli anni. Il caso di questo adolescente con autismo rappresenta tuttavia un salto qualitativo inquietante, perché chiama in causa un soggetto minorenne con una disabilità neurologica dello sviluppo, diagnosticata da meno di cinque anni, in un'età della vita in cui il cervello non ha ancora completato il proprio sviluppo e non c’è nessun tipo di maturità né di consapevolezza, tanto meno su cosa sia la vita e cosa la morte.

Il rischio di “emulazione legislativa”

Gli esperti che seguono questo tipo di casistica mettono in guardia sui rischi analoghi che possono emergere in altri Paesi, a partire da quelli europei che stanno valutando o hanno già avviato percorsi di liberalizzazione dell'eutanasia o del suicidio medicalmente assistito. Il caso olandese, infatti, dimostra come, una volta abbattute le prime e all’apparenza più innocue barriere normative, la pratica tenda ad espandersi a categorie di pazienti sempre più vulnerabili, con argomentazioni che si auto-legittimano attraverso procedure burocratiche sempre più elaborate, ma non per questo eticamente solide.

Qualsiasi Stato che si stia interrogando sul fine vita - Italia compresa - deve tenere bene a mente questo caso.

 

 

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