30/04/2018

Eutanasia non consensuale, grazie alla cultura della morte

La vicenda del piccolo Alfie è solo una delle manifestazioni della cultura della morte che pervade la nostra società cd. “civile”. E leggere tanti commenti sulla vicenda che giustificano i medici  inglesi e tutto l’estabilishment che ha negato ai genitori il diritto di curare il proprio figlio mostra che la cultura di morte si va sempre più radicando.

Ne è ulteriore e dolorosa riprova il risultato di  un’indagine sulle decisioni di fine vita tra i pazienti oncologici fiamminghi, che  ha rilevato non solo la crescita di casi di eutanasia tra i malati di cancro, ma anche che una buona percentuale di uccisioni avvengono senza il consenso del morituro: alla faccia dell’autodeterminazione. 

Lo studio, pubblicato su The British Journal of Cancer , afferma che più di una morte su 10 (il 10,4%) è dovuta a  eutanasia o  suicidio assistito o – meglio – omicidio del consenziente.  Un aumento considerevole, del 5,6%, di tutti i decessi per cancro registrati nel 2007 e sostanzialmente più alto del tasso generale di morte per eutanasia che è del 4,6% , registrato nel 2013.

Ma l’aspetto più preoccupante del rapporto è che  la somministrazione di farmaci con l’esplicita intenzione di accelerare la morte senza la richiesta esplicita da parte del paziente si è verificata nell’1,8% (1,0-3,4%) dei casi (parliamo sempre solo di malati di cancro. In questo studio non sono prese in considerazioni altre morti e altre patologia).

 Gli autori, però,  sostengono che in Belgio e nei Paesi Bassi, dove l’eutanasia è legale da molti anni, la percentuale di eutanasie praticate senza il consenso del morituro non è aumentata: ci tranquillizzano, insomma, ci fanno capire che – sì – in qualche caso uccidono senza tener conto della famosa “autodeterminazione” del paziente, ma non esagerano, non ci prendono la mano.

Poi c’è una sezione separata che riguarda i  molti casi  in cui la morte viene procurata con delle dosi massicce di droghe potenti che da un lato servono a lenire il dolore: quindi i medici forniscono – senza il consenso del paziente – una specie di overdose di  oppiacei che – si sa – uccidono, ma che “formalmente” servono a non farlo soffrire.

Il  processo decisionale di  accorciamento della vita, in questi casi, ha avuto luogo senza il contributo del paziente in quasi il 20% dei casi.

Non sorprende, quindi, che poi i medici mentano in sede di redazione dei certificati di morte (leggete qui).

Redazione

Fonte: Lifenews

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