20/12/2017

Eutanasia fuori controllo e con le DAT si uccidono i più fragili

Abbiamo tradotto la lettera di Boudewijn Chabot, psichiatra e gerontologo, da sempre favorevole all’eutanasia, tanto da averla lui stesso somministrata, che ora  si dichiara preoccupato per la deriva mortifera che ha preso il suo Paese, l’Olanda. 

Capiamo che il testo è lungo, ma vi assicuriamo che val la pena leggerlo con calma.

Chabot ha inviato questo messaggio al tavolo governativo che si è riunito per la discussione del rapporto annuale sulla legge in vigore.

Egli, in sintesi spiega che la legge sull’eutanasia non fornisce alcuna protezione alle persone con demenza e problemi psichiatrici.

Chabot è sempre stato, di principio, favorevole all’eutanasia, ma adesso...

«Circa venti anni fa, ero tra gli imputati davanti alla Alta Corte. Eravamo dieci anni prima dell’adozione della legge sull’eutanasia, ma avevo dato una bevanda avvelenata a un assistente sociale fisicamente sano di 50 anni che me l’aveva chiesta. Giudizio: “colpevole senza punizione”. Ho combattuto per l’autodeterminazione. Tuttavia, ora sono preoccupato per la velocità con cui viene eseguita l’eutanasia su pazienti psichiatrici e sui dementi.

Di recente è stata pubblicata la terza relazione sulla legge che ha permesso l’eutanasia, entrata in vigore nel 2002. E come le precedenti, il tono era positivo. “Gli obiettivi della legge sono stati realizzati. Tutti gli attori sono soddisfatti del contenuto e del funzionamento della legge”. Suona tutto molto bene, ma non è vero. Si nascondono problemi che i ricercatori non riescono neanche a menzionare.

I criteri della legge olandese per poter uccidere chi chiede l’eutanasia

Per capire cosa è andato storto, il lettore deve conoscere i tre più importanti “criteri di attenzione” della legge. Ci deve essere: 1) una richiesta volontaria e deliberata; 2) sofferenza insopportabile senza prospettive di miglioramento; 3) Nessuna ragionevole alternativa all’eutanasia.

Il secondo e il terzo requisito sono strettamente collegati perché se viene indicata un’altra soluzione, come le cure palliative specialistiche, la sofferenza non è priva di prospettive di miglioramento. Se il paziente rifiuta questa opzione, il medico non convinto della natura “insopportabile” della sofferenza  non deve fornire l’eutanasia.

[Ma che bel modo di esprimersi: “fornire l’eutanasia”... ricordiamo che vuol dire “uccidere”?, NdR]

Almeno altrettanto importante, però, è ciò che non dice la legge: non è necessario che la malattia sia fisica e il medico non deve necessariamente essere il medico curante del paziente.

In dieci anni la morte ha dilagato

Negli ultimi dieci anni, il numero dei casi di eutanasia – riportati – è aumentato da duemila a seimila all’anno. Le persone la chiedono più spesso, i medici sono più disposti a fornirla e i consulenti che assistono i medici danno più spesso il via libera. Nel 2016 il comitato di revisione ha rilevato che solo 10 dei 6.091 (0,16%) casi sono stati eseguiti senza la dovuta “attenzione” ai suddetti criteri.

eutanasia_Olanda_relazione_Chabot

Non solo per i malati di cancro e altre patologie fisiche... ma anche per i pazienti psichiatrici e i dementi

Tutto ciò indica uno spostamento culturale verso la morte con l’accompagnamento del medico.

I medici accettano la crescente domanda di eutanasia nel contesto di tutti i tipi di malattie sgradevoli, in particolare il cancro. Di per sé, questo aumento non mi disturba, anche se il loro numero supererà i  diecimila casi in pochi anni.

Quello che mi preoccupa è l’aumento del numero di volte in cui l’eutanasia è stata eseguita su pazienti affetti da demenza, da 12 nel 2009 a 141 nel 2016, e su pazienti psichiatrici cronici, da 0 a 60.

E i finanziamenti per la ricerca e per le cure sono stati tagliati

“E’ un numero piccolo”, si potrebbe obiettare. Ma va visto nel contesto del rapido aumento delle malattie cerebrali come la demenza e le malattie psichiatriche croniche. Più di centomila pazienti soffrono di queste malattie e la loro malattia non può quasi mai essere curata. In particolare per queste persone sono stati smantellati i finanziamenti alle cure ed è diminuita la qualità della vita dei pazienti. Si può facilmente prevedere che tutto ciò potrebbe causare un aumento vertiginoso del numero di casi di eutanasia [l’eutansia fa risparmiare, l’abbiamo sempre detto...NdR].

I medici della End of Life Clinic Foundation (Stichting Levenseindekliniek, la clinica che offre la morte a quelli cui altri medici l’anno negata) ormai non curano più i pazienti, ma li eutanasizzano.

Fino al 2015, un quarto dei casi di eutanasia su pazienti dementi è stato eseguito da questi medici; nel 2016 era salito a un terzo. Fino al 2015, i medici della End of Life Clinic hanno eseguito il 60% dei casi di eutanasia di pazienti psichiatrici cronici, che nel 2016 sono aumentati fino al 75% (46 persone su 60).

Il comitato di revisione non revisiona granché...

Sembra esserci la consapevolezza che qualcosa sta andando storto, perché il comitato di revisione è stato recentemente rafforzato con alcuni specialisti nel campo della medicina geriatrica e della psichiatria. Tuttavia, il loro peso sarà scarso nel coro dei quarantacinque commissari responsabili dell’attuale “giurisprudenza”.

Queste cifre inoltre non sono state riportate correttamente nella relazione annuale del comitato o nelle tabelle statistiche dei ricercatori. Il fatto che nel 2016 l’eutanasia sia stata concessa a un totale di sessanta pazienti psichiatrici c’è scritto nella relazione annuale del comitato di revisione. Ma da nessuna parte si dice che in 46 di questi casi è stato un medico presso la clinica suddetta a praticare l’eutanasia [quindi il medico curante gliel’aveva negata, ndR] . Per tirar fuori quel numero bisogna scavare dal rapporto annuale della Clinica End of Life. Questa “nebbia” è puramente casuale?

È ancora possibile interrompere questa deriva? Non lo farà certo il comitato di revisione, che non può tornare sulla sua “giurisprudenza”.

La “cura” è stata presto dimenticata dai medici e dai revisori: è più facile la morte

Già nel 2012, al momento della seconda revisione della legge, era emerso che il comitato non ha più discusso se i criteri di cura della “sofferenza insopportabile senza prospettive di miglioramento” fossero soddisfatti. I membri del comitato hanno concluso: “Se il medico notificante e il consulente ritengono la sofferenza insopportabile, chi siamo noi per dirne qualcosa di più qui?

Nel 2016, il comitato ha riscontrato in uno solo dei 201 casi di eutanasia in demenza e malattia psichiatrica che la valutazione era stata “incurante” [non in linea con la dovuta cura] perché il requisito di “sofferenza insopportabile” non era stato raggiunto. Questo comitato di valutazione, che costa circa quattro milioni di euro all’anno, a che serve, allora? Nessuno risponde a questa domanda.

Una volta, trasferirsi in una casa di cura o ricevere un trattamento con farmaci era ancora considerato una “alternativa ragionevole” per l’eutanasia. Almeno ci si doveva provare. Ora molti medici accettano immediatamente che il paziente rifiuti l’alternativa ragionevole: il freno è ora scomparso.

Ci vorrebbe una particolare cura per i pazienti psichiatrici

Nella sentenza del mio processo, la Corte suprema aveva richiesto “eccezionale e grande cautela” nei confronti dei pazienti psichiatrici. Quelle parole sono state ignorate: una ragionevole alternativa alla morte può ora essere rifiutata e il comitato continuerà a fornire il suo timbro di approvazione che attesta che l’eutanasia è stata fatta con la dovuta attenzione. Ormai funziona così da anni.

All’interno della End of Life Clinic è emersa una cultura di gruppo in cui l’eutanasia è considerata un lavoro virtuoso.

Il bioeticista Den Hartogh, che è stato per molti anni membro del comitato di valutazione, ha spiegato questo sottile ma costante processo di erosione: “Il paziente soffre insopportabilmente quando afferma di soffrire insopportabilmente e un’alternativa non è un’alternativa ragionevole se il paziente la rifiuta. Di fatto, i paletti sono saltati: basta una richiesta volontaria e ponderata. “

Come col divorzio e con l’aborto, i paletti saltano: conta solo “l’autodeterminazione”

Così è andata con la legge sull’aborto. Per abortire, una donna doveva trovarsi in una situazione di “emergenza”. Presto ogni donna capì di poter ottenere ciò che voleva se lo avesse richiesto e rifiutando qualsiasi altra soluzione. La legge olandese in ambito morale ha fatto spesso “parole grosse”, ma dopo un po’ si sono rivelate parole vuote. Anche ai tempi del divorzio: doveva essere concesso solo in caso di “perturbazione duratura” del rapporto tra i coniugi!

Quando i requisiti legali sbiadiscono capita anche che si emendi la legge in senso permissivo: e alla fine accettiamo anche questo spostamento a favore dell’autodeterminazione, come nel caso dell’aborto. Il comitato per l’eutanasia, però, non lo ammette e continua a parlare di “sofferenza insopportabile e senza speranza” nelle sue relazioni annuali, come se queste parole avessero senso.

Le cure palliative vengono trascurate

Silenziosamente, intanto, il fondamento della legge viene eroso.

I medici che lavorano all’interno della clinica “End of Life” si considerano “all’avanguardia” e definiscono la clinica un “centro di competenza”. Sfortunatamente, nelle cure palliative hanno pochissime competenze, per la semplice ragione che il paziente viene subito ucciso.

Cosa succede ai medici per i quali un’iniezione letale diventa una routine mensile?

Nel 2016, circa 40 medici che lavoravano part-time presso la clinica End of Life hanno eseguito l’eutanasia 498 volte. In media, ciò equivale a 12 eutanasie per medico, una al mese. All’interno della clinica, è emersa una cultura di gruppo in cui l’eutanasia è considerata un lavoro virtuoso, specialmente per i pazienti dementi e psichiatrici. Il fatto che la End of Life Clinic respinga anche molte richieste è quindi irrilevante, dal momento che la maggior parte delle persone che contattano la clinica non sono state accontentate dai loro medici curanti.

I medici della End of Life saranno sicuramente ben intenzionati, ma si rendono anche conto che stanno giocando col fuoco, perché alimentano il desiderio di morte delle persone vulnerabili che ancora potrebbero convivere con le loro disabilità?

La End of Life Clinic ora recluta attivamente psichiatri, perché hanno una lunga lista d’attesa. Il loro compito: alleviare l’insopportabile e incredibile sofferenza dei pazienti psichiatrici attraverso l’eutanasia.

Ogni volta che la Clinica è sui giornali, un’ondata di pazienti depressi, molti dei quali non sono mai stati trattati adeguatamente, si rivolgono ad essa. Da quando i tagli di budget hanno trasformato la psichiatria cronica in un business diagnosi – prescrizione di eutanasia, un buon trattamento di cura è diventato raro.

Il medico può uccidere un paziente che non conosce adeguatamente

Gli psichiatri appena reclutati non avranno bisogno di diventare medici curanti del paziente. Il comitato di valutazione lo ha accettato nel caso di gravi malattie fisiche. Ora ha anche applicato anche  a malattie psichiche – senza discuterne con membri della professione psichiatrica.

Senza una relazione terapeutica, gli psichiatri non possono determinare in modo affidabile se un desiderio di morte è un desiderio serio e duraturo. Anche all’interno di una relazione terapeutica rimane difficile.

Le DAT sono una trappola enorme per i malati di mente

Con la demenza c’è un’altra preoccupazione. La legge sull’eutanasia dice che una lettera di intenti scritta può sostituire una richiesta orale [vedi le nostre DAT, ndR]. Secondo l’esperto di etica Den Hartogh, questo implica che per un paziente demente il requisito di una richiesta ben ponderata e l’obbligo di provare alternative ragionevoli non possono essere applicabili, a causa della demenza e ci si basa sulla richiesta scritta chissà quando.

E inoltre, il requisito della “sofferenza insopportabile” è spesso molto difficile determinare nella demenza avanzata, come hanno dichiarato recentemente diversi  professori di medicina geriatrica.

Tutta questa incertezza non sembra essere un problema per il comitato di revisione. Quando un medico e uno specialista di geriatria annotano nel loro rapporto che una persona con demenza soffre insopportabilmente, la commissione può occasionalmente fare qualche  domanda al riguardo, ma non causa ulteriori problemi.

Con l’erosione del concetto di “sofferenza insopportabile” e la determinazione che le DAT sono  uguali a una richiesta orale, è stata spalancata la porta dell’eutanasia di pazienti con demenza.

In forza delle DAT il medico può uccidere il paziente in modo surrettizio, e se necessario, con la coercizione fisica. 

Tuttavia, c’è da affrontare ancora un problema: come uccidi qualcuno che non collabora perché non realizza ciò che accadrà? [o forse lo realizza fin troppo bene?, ndR]

Una soluzione è stata questa: il marito che mette sonniferi nel porridge della moglie prima dell’arrivo del medico con la sua micidiale siringa. E il comitato di valutazione non ebbe niente da ridire.

Nel 2016, ci sono state tre segnalazioni di eutanasia di persone dementi che non hanno potuto confermare il loro desiderio di morte. Uno dei tre casi è stato segnalato come uni di quelli fatti senza rispettare i criteri: le DAT della signora in questione potevano essere interpretate in modi diversi. Al momento dell’esecuzione il dottore aveva messo un sedativo nel suo caffè, ma quando la paziente giaceva assonnata sul suo letto e stava per ricevere la dose letale, si è alzata con la paura negli occhi e l’hanno dovuta tenere i membri della famiglia. Il medico ha dichiarato di aver continuato “la procedura” in modo molto consapevole.

Precedentemente, nella terza revisione della legge c’era scritto: “Questo [la coercizione] può essere necessario per la natura della situazione specifica e finora e non è stato considerato un problema.”

La magistratura dovrebbe e potrebbe  intervenire, ma non lo fa

La somministrazione surrettizia di farmaci si verifica da anni, ma non è mai stata menzionata in un rapporto annuale. Il comitato di revisione manca di trasparenza. E i ricercatori che riportano i dati si adeguano. La Procura della Repubblica può intervenire? Il pubblico ministero finora non è non è riuscito a perseguire gli abusi. Nel contesto della demenza, la Corte Suprema può rispondere alle seguenti questioni giuridiche con autorità?

  • Le persone possono essere uccise in modo surrettizio?
  • Non è una forma di coercizione, se ogni possibile forma di resistenza viene impedita?
  • Non è precisamente quando abbiamo a che fare con una persona indifesa che è necessario evitare qualsiasi forma di coercizione?

La storia si ripete quando si tratta di leggi che affrontano questioni etiche impegnative. L’autodeterminazione nel momento della fine della vita è importante quanto nel contesto dell’aborto. La richiesta volontaria e ben ponderata  ha prevalso sugli altri criteri (sofferenza e alternative). Eppure dalle relazioni sembra che le “sofferenze insopportabili senza prospettive di miglioramento” siano ancora tenute in considerazione. Perché mentire?

[E noi ci permettiamo di chiedere: e l’autodeterminazione di quelli che vengono uccisi contro la loro volontà attuale? NdR]

La legge con tutti i suoi paletti e garanzie ha completamente perso di effettività.

Dove è finita la legge sull’eutanasia? La pratica dell’eutanasia è fuori controllo. In psichiatria, un paletto essenziale è scomparso quando non è stata più richiesta l’esistenza di una relazione terapeutica tra medico e paziente. Nel caso della demenza, poi, la cosa è peggiorata quando le DAT sono state considerate equivalenti a una richiesta orale attuale. E infine, è stato toccato il fondo quando il comitato di revisione ha ignorato o nascosto che le persone incapaci venivano uccise in modo surrettizio.

Non vedo come si può far rientrare il genio malvagio nella lampada. Sarebbe già qualcosa se riconosciamo che è uscito fuori.»

Boudewijn Chabot

(Traduzione a cura della Redazione, non rivista dall’autore)


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