13/07/2022 di Francesco Comegna

Ecco come l’industria del porno online lucra su violenze e abusi sui minori

La storia ha dell’incredibile, ma in Italia se ne è veramente parlato poco: stiamo parlando del terremoto che si è abbattuto sul colosso web del porno Pornhub e il presunto ruolo che i colossi delle transazioni finanziarie Visa e Mastercard avrebbero nella scabrosa vicenda.

La giornalista americana Laila Mickelwait, fondatrice dell’associazione “Justice defense fund”, dalle colonne del Newsweek in un articolo datato dello scorso 28 giugno, ci racconta di come qualche giorno prima si siano misteriosamente dimessi Feras Antoon e David Tassillo, rispettivamente l’amministratore delegato e il direttore operativo di MindGeek, azienda propietaria di Pornhub con sede legale in Lussemburgo ma operativa a Montréal, in Canada. Queste dimissioni apparentemente immotivate hanno dato seguito a licenziamenti di massa tra i dipendenti di MindGeek (cifre stimate intorno alle 200 persone), tramite riunioni collettive su Zoom, senza preavviso e senza alcuna possibilità di replica da parte dei licenziati.  A questo punto alcuni di loro si sarebbero rivolti a Laila Mickelwait per svelare i retroscena delle torbide attività di MindGeek, in particolare con riferimento a profitti ottenuti tramite pubblicità spam su video porno che riprendevano violenze, stupri e abusi anche su minori. Ma andiamo con ordine.

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Tutto inizia con l’inchiesta shock del New York Times, dal titolo “I bambini di Pornhub”, che nel dicembre 2020 scosse l’opinione pubblica aprendo un vaso di pandora sul lato oscuro del porno online. Il giornalista Nicholas Kristof raccolse testimonianze di ragazzine minorenni con la vita rovinata da video pornografici che le riguardavano, caricati a loro insaputa su Pornhub, o ancora di altre ragazze stuprate o che hanno subito ripetute violenze di ogni tipo, filmate e finite sempre su Pornhub. I video, infatti, si possono caricare e scaricare liberamente sulla piattaforma, quindi anche quando questi video venivano fatti rimuovere tramite azioni legali, spesso ricomparivano poco dopo, questo perché, accusa il giornalista del New York Times, non c’è nessun controllo da parte di chi invece dovrebbe vigilare non solo su questo ma sui contenuti stessi dei video. Su Pornhub infatti, si può trovare di tutto, dal sesso tra adulti apparentemente consenzienti a violenze di gruppo o stupri su bambini, basta digitare le varie categorie sul motore di ricerca e spulciare un po' tra i risultati in base all’età dei protagonisti dei video, alla nazionalità o ai tipi di violenza che il video contiene.

Dopo l’inchiesta del New York Times, aziende come Visa e Mastercard hanno apparentemente chiuso le collaborazioni con Pornhub, interrompendo le transizioni rivolte in modo diretto al pubblico del sito, come ad esempio l’acquisto di abbonamenti a “Pornhub premium”, ma pare che questa sia stata un’operazione esclusivamente di facciata.

Torniamo qui all’articolo di Laila Mickelwait, dove gli ex dipendenti di MindGeek avrebbero raccontato alla giornalista come avvengono i veri introiti di Pornhub: in ogni video caricato si aprono in automatico delle “pubblicità advertising” che funzionano con parole chiave, dove vengono proposti l’acquisto di prodotti o link per raggiungere altri siti spesso sempre a contenuto pornografico. Questi annunci pubblicitari vengono pagati tramite circuiti Visa e Mastercard, ma non sono venduti direttamente da Pornhub, bensì da TrafficJunky, il braccio destro pubblicitario di MindGeek, per lo più sconosciuto all’opinione pubblica. Ecco dunque aggirato l’imbarazzo per Visa e Mastercard di essere associate ai profitti di Pornhub. Sempre stando a quanto raccontato alla Mickelwait, gli stessi dipendenti di MindGeek che sarebbero preposti al controllo dei contenuti pubblicati su Pornhub, vengono dissuasi dal bloccare il caricamento dei video violenti o con minori, proprio perché meno traffico online significa meno annunci pubblicitari, quindi meno guadagni per MindGeek (guadagni che si aggirano intorno a 218 milioni di dollari l’anno, come dichiarato dalla stessa azienda).

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Fatto sta che l’anno scorso 34 donne violentate, filmate e poi finite su Pornhub, oltre a Pornhub stesso avrebbero citato in giudizio anche Visa per presunti “profitti consapevoli” sullo sfruttamento di volenze sessuali.

A noi non resta che constatare oltre al traffico sessuale e pedopornografico che gira dietro questi siti, come gli stessi stiano spingendo il mondo del porno a sdoganare sempre più violenze e perversioni di ogni tipo, in una società come la nostra già di per sé iper-sessualizzata (come denunciato più volte da Pro Vita & Famiglia) dove si riesce a monetizzare tutto, perfino le violenze sessuali.

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