24/08/2016

Droga “leggera”? No, fa male al cervello ed è diseducativa

Continuiamo i nostri approfondimenti sul tema della droga. Dopo aver spiegato dal punto di vista scientifico che la droga è sempre pesante, aver messo in luce le bufale che vengono spesso diffuse sul tema e risposto alle obiezioni più comuni, riportiamo oggi i commenti sul tema dello psichiatra Alessandro Meluzzi, che opera in comunità di recupero per tossicodipendenti e che lavora con persone affette da dipendenze, cui si lega perfettamente la sottolineatura sul piano educativo proposta da Mons. Luigi Negri, vescovo di Ferrara-Comacchio.

Le due affermazioni cui si darà concreta spiegazione sono: innanzitutto che la droga “leggera” non esiste, perché anche le canne hanno effetti devastanti sul cervello; e in seconda battuta che con la legalizzazione della cannabis si consuma un vero e proprio fallimento educativo.

Meluzziintervistato da IntelligoNews – chiarisce subito, sulla base di un’esperienza trentennale sul campo, che non c’è una distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti e anzi afferma: «Negli ultimi venti anni non ho mai visto un solo esordio di schizofrenia giovanile che non fosse associato al consumo di cannabis. Il che non vuol dire che farsi una canna significhi diventare schizofrenico, ma in soggetti con una predisposizione genetica vengono amplificati. Senza contare che ci si può drogare con tutto, con la colla o con la benzina ad esempio. Mentre bere un bicchiere di birra o di vino fa bene – ovviamente non l’abuso – non si può dire che una modesta assunzione di cannabis sia un nutrimento per l’organismo perché sicuramente è una sostanza che fa male al cervello».

La cannabis, dunque, fa male sempre. «Che sia privata, di Stato o legale è un potente psicodislettico che nei dosaggi comunemente assunti produce effetti psicotizzanti e allucinogeni. Può essere efficace nella cura dei malati terminali, ma mi guarderei bene da trattare una quindicenne come un malato terminale». Anche perché, prosegue lo psicoterapeuta, «il rischio, concreto, è che se viene legalizzata la cannabis, poi verrà legalizzato il crack, la cocaina o l’eroina».

Il discorso è simile a quanto andavamo dicendo rispetto alle unioni civili (al “matrimonio gay”, per essere più espliciti) e al tema della stepchild adoption (leggasi “adozioni gay”): concessa una parte – chiariamo: in ogni caso sbagliata -, si apre uno spiraglio per aberrazioni ancora più grandi; senza contare che con la promulgazione di una nuova legge si crea nella mentalità comune il cosiddetto “minimo etico”, per cui una determinata cosa fino a poco tempo prima considerata sbagliata, comincia a diventare – come dice la parola stessa – “la norma” cui riferirsi. E questo provoca inevitabilmente un progressivo scivolamento, del quale si conosce solamente l’inizio...

Inoltre, chiunque abbia avuto a che fare con persone che hanno fatto uno di droghe cosiddette “pesanti”, sa benissimo che il primo step è sempre quello del «farsi una canna». Canna che per un certo tempo soddisfa, ma che poi chiama a qualcosa di più, di altro, di nuovo, di più forte... E Meluzzi arriva così ad alcune considerazioni sul fronte socio-educativo: «[...] la trasgressione si sposterà in avanti, verso altre frontiere. Se la cannabis diventa legale, allora la trasgressione sarà farsi una pippata di cocaina. I confini del piacere si spostano insieme alla possibilità di trasgredire e quindi la tendenza andrà sempre oltre».

Senza peraltro considerare l’evidente contraddizione cui i giovani assistono: da un lato, infatti, abbiamo una società che vuole limitare sempre più la libertà degli individui sul tema dell’alcool e del tabacco, ma che poi si consente l’uso della droga. Se non fossero chiari il giro di soldi e il fine ultimo del controllo sociale che sottende alla legalizzazione della cannabis, la questione sarebbe assolutamente inspiegabile.

«Non esiste questione di carattere etico e sociale che non debba essere riportata alla dimensione educativa», ha affermato Mons. Luigi Negri su La Nuova Bussola Quotidiana. Qualsiasi azione compiuta da un adulto, consapevole o meno, ha una ricaduta educativa: lo sanno bene i genitori, che scoprono nei figli delle loro movenze o dei loro atteggiamenti. Che piaccia o meno, i bambini e i giovani sono osservatori attenti del mondo adulto, alla continua ricerca di guide credibili che insegnino loro ad affrontare la vita. Per educare, prosegue dunque Negri, «[...] ci deve essere una realtà adulta provocatoria, che abbia uno sguardo globale sulla vita e sia in grado di proporla ai ragazzi in un’ipotesi verificabile e dimostrabile». Oggi invece gli adulti tendono a delegare allo Stato, alla legalizzazione, la loro responsabilità di maestri: forse perché è più facile, o forse perché ormai l’assenza di valori in cui siamo immersi è troppo profondo per poter essere sanato.

Tuttavia un aspetto positivo forse lo si può trovare, in questo dibattito estivo sulla legalizzazione della cannabis; è una domanda forte di significato e di presa di posizione rispetto alla vita, che vale tanto per gli adulti e per il loro ruolo, tanto per i giovani e i loro ideali: ma tu vuoi vivere al 100%, oppure ti accontenti di vivacchiare, annebbiando(ti) la realtà?

Redazione

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