03/10/2018

Donne che odiano i trans (e viceversa)

Uno degli aspetti più interessanti della rapida ascesa del movimento trans negli ultimi sei anni è l’ostilità sempre più aperta tra le donne che militano nel movimento  femminista – soprattutto le più radicali –  e gli attivisti transgender.

Veterane della rivoluzione sessuale come Germaine Greer sono state “detronizzate” e hanno protestato osservando che i maschi biologici che si sentono donne non possono comprendere l’esperienza femminile; e gli attivisti trans affermano che le femministe che non accettano la loro versione dell’ideologia di genere (o, per essere precisi, fluidità di genere) sono i TERF – “femministe radicali transesclusive”. Un attivista trans – un uomo  di nome Tara Wolf – ha aggredito fisicamente una femminista all’inizio di quest’anno per essere “esclusoria”.

Guardare le femministe che hanno iniziato la decostruzione della femminilità combattere con gli attivisti che vogliono compiere il prossimo grande passo, è quasi surreale, soprattutto considerando il fatto che si odiano sinceramente a vicenda. I più rancorosi articoli e saggi che denunciano il movimento transgender non provengono dai conservatori, ma al contrario da femministe, molte delle quali sembrano rendersi conto che il loro movimento è reso del tutto irrilevante da molte delle premesse ideologiche del movimento transgender. L’odio è caldo e reciproco.

Le cose stanno peggiorando, ora che gli istinti totalitari del movimento transgender stanno emergendo – con una certa ironia. Per cui è molto frequente che dei maschi che si proclamano femmine vadano contro le femmine vere, col risultato che gli uomini recitano la parte della vittima. È bizzarro assistere allo spettacolo di maschi che aggrediscono le donne sostenendo di essere donne a loro volta nonché vittime di aggressione.

Una storia particolarmente folle di questa settimana ha evidenziato quanto lontano gli attivisti trans intendono andare per distruggere il movimento femminista “transclusivista”. E anche in questo contesto la guerra passa anche attraverso il  linguaggio.

La blogger femminista e madre di quattro figli Kellie-Jay Minshull, che scrive con il nome di Posie Parker, ha raccolto 700 sterline per pubblicare un manifesto a Liverpool durante una conferenza del partito laburista. Il poster riportava semplicemente la definizione di “donna” secondo il dizionario di Google: «Donna, donne, sostantivo, donna umana adulta». Nel giro di una settimana, un attivista e medico transgenderista, Adrian Harrop (che però non è lui stesso transgender), si è lamentato con la società che aveva curato l’affissione del cartellone pubblicitario dicendo che questo poster creava un pericolo per le persone transgender. La compagnia prontamente lo ha tolto e si è scusata.

È ridicolo ipotizzare che qualcuno potrebbe sentirsi “non al sicuro” dopo aver letto la definizione di un dizionario, ma Harrop è andato fino in fondo, sproloquiando contro i dirigenti della società di cartelloni sui social media e accusandoli di sostenere «la diffusione delle parole di odio transfobico». La compagnia, probabilmente terrorizzata dal fatto di poter diventare il prossimo bersaglio del movimento trans, ha reso pubbliche scuse facendo notare che «nessuno ha alzato bandiera rossa come avrebbe dovuto fare». Non hanno detto perché la definizione di “donna” del dizionario, in primo luogo, avrebbe dovuto far alzare una bandiera rossa.

Harrop è stato contento di essere stato in grado di  spaventare una società di affissione facendo sì che soddisfacesse le sue richieste in modo così rapido. Quando gli hanno chiesto perché avesse trovato la definizione del dizionario così offensiva, si è lanciato in un vaniloquio che spiegava che il poster era stato affisso con spirito cattivo, perciò faceva molta paura alle “donne trans” (cioè ai maschi che si sentono donne). Poi si è rivolto al blog femminista come un «gruppo di odio transfobico» colpevole di creare «uno stato di vulnerabilità accentuata» e ha concluso in modo esilarante affermando il suo sostegno alla libertà di parola.

Keen-Minshull, da parte sua, era sbalordita. «Trovo ciò molto più sinistro e pernicioso del sessismo vecchio stile quando il ragazzo dell’officina rimane sorpreso che io sappia qualcosa sui motori», ha osservato. «Quel tizio è sullo stesso piano dei troll di Twitter che pensano che io non sappia cosa sia una donna. Se la parola “donna” può significare qualsiasi cosa, allora le donne perdono le loro protezioni basate sul sesso e nessuno è protetto. Le donne sono davvero stufe. Ogni singola organizzazione che cede all’ideologia transessualista, facilita la capitolazione delle altre. Questo è ciò che fanno gli attivisti trans. È così che zittiscono le donne. Spero che questo possa aiutare le persone a capire cosa sta succedendo».

E questa è la follia di questa guerra tra le femministe e gli attivisti trans: uomini che dicono  alle donne che non sanno che cosa sia una donna: lo sanno loro, che sono maschi e che non possono, per definizione, comprendere l’esperienza fisica dell’essere donna. Eppure, gli attivisti trans esercitano un potere sufficiente da intimidire molti politici, mass media e imprese perché accettino le loro premesse ideologichee manifestino apertamente sostegno alla loro causa.

Possiamo solo sperare che questa follia culturale sia riconosciuta per ciò che è quanto prima e forse sarà sempre troppo tardi.

Jonathon Van Maren

Traduzione non rivista dall’Autore a cura della Redazione

Fonte: LifeSiteNews

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