28/01/2026 di Salvatore Tropea

Donna uccisa contro la sua volontà. Tutto legale nel Canada del suicidio assistito

Aveva più di ottant’anni, era fragile, malata, ma non aveva smesso di voler vivere. È la storia sconvolgente di una donna canadese, residente in Ontario, morta tramite il programma statale di “assistenza medica alla morte” (MAiD), nonostante avesse espresso chiaramente la volontà di ritirare la richiesta di eutanasia e di proseguire con le cure palliative. Dopo gravi complicazioni - successive a un intervento chirurgico - la donna era seguita a casa e, durante una prima valutazione con un medico, aveva dichiarato di non voler più morire, richiamando anche motivazioni personali e religiose. Una volontà limpida, che avrebbe dovuto fermare ogni procedura. Così non è stato.

Il percorso verso la morte

Il giorno successivo, però, il marito ha ricontattato il servizio MAiD chiedendo una nuova valutazione. Da quel momento, il percorso verso la morte si è improvvisamente accelerato. Un secondo medico ha approvato la procedura, nonostante l’assenza di un’urgenza clinica evidente e senza che fosse chiarita la reale e nuova volontà della donna. Il primo medico, che aveva raccolto il suo ripensamento e aveva espresso forti perplessità, non ha nemmeno avuto il tempo di rivederla. Nel giro di poche ore, la donna è stata sedata e uccisa, e la sua richiesta di vivere è stata semplicemente - e drammaticamente - ignorata.

Il sistema MAiD

Il caso ha sollevato allarme - anche all’interno degli organismi di controllo dell’Ontario e anche all’interno degli ambienti progressisti favorevoli all’eutanasia - poiché ha smascherato gravi criticità in un sistema, il MAiD, già di per sé disumano. L’uccisione della donna, ma anche la volontà del marito - che non giudichiamo e che probabilmente era anche stremato dal carico di assistenza che aveva finora garantito alla moglie - hanno infatti svelato come spesso si arrivi alla richiesta di eutanasia per colpa di pressioni indebite, per colpa del peso del burn-out dei caregiver e, in generale, per colpa di un uso dell’eutanasia come scorciatoia rispetto a un vero accompagnamento palliativo. Non si tratta, però, di un episodio isolato. In Canada emergono infatti sempre più frequentemente casi di persone anziane, disabili o con deficit cognitivi la cui morte “assistita” avviene in un contesto ambiguo, dove il consenso libero e informato appare tutt’altro che garantito. 

Un monito per l’Italia

Quello che accade in Canada non è però un’eccezione, né un problema lontano, ma l’esito - purtroppo - coerente di una legislazione tra le più permissive al mondo, che ha progressivamente sdoganato l’eutanasia, trasformandola in una prestazione sanitaria ordinaria. È un modello che mostra, senza più maschere, come la cultura dello scarto colpisca prima di tutto i più fragili. Per questo tutto ciò riguarda anche l’Italia: è un monito drammatico su ciò che accade quando lo Stato smette di curare e accompagnare e inizia a offrire la morte come risposta alla sofferenza. Una deriva che va fermata prima che sia troppo tardi e che riguarda, in queste settimane, soprattutto i nostri Senatori, chiamati a discutere, già da metà febbraio, un disumano disegno di legge sul suicidio medicalmente assistito.

 

 

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