04/09/2021 di Luca Volontè

Detenuti trans nelle carceri femminili, Canada sotto accusa

Lo scorso agosto molte donne canadesi si sono riunite alla ‘Fraser Valley Institution’, una prigione di Abbotsford, BC, per protestare contro l'alloggio degli uomini nelle prigioni femminili. Da quando una legge del 2017 (Bill C-16) è stata approvata in Canada, agli uomini che si identificano come transgender è stato permesso di trasferirsi nelle prigioni femminili. Eppure il governo liberale non vuole affrontare le preoccupazioni delle donne su questo dramma, una situazione che implica violenze e tentativi di abusi da parte dei maschi nei confronti delle donne.

La folla di donne canadesi chiedeva una cosa molto semplice: la rimozione dei detenuti maschi biologici dalle prigioni femminili. Tra i partecipanti c'erano sostenitori dei diritti delle donne, ex detenute e membri di diverse istituzioni pubbliche. "I maschi non appartengono a questo posto" e "l'auto-identificazione di genere fa male alle donne" erano alcune delle frasi scritte sui cartelli dei manifestanti. Secondo Heather Mason, una sostenitrice dei diritti dei prigionieri con la sua ‘Canadian Women's Sex-Based Rights’, ci sono cinque maschi che dichiarano di essere transgender ospitati al Fraser Valley Institution for Women, su un totale di 92 detenute. Uno di questi detenuti maschi è Tara Desousa (Adam Laboucan), 39 anni, incarcerato per aver violentato un bambino di tre mesi. Per le violenze subite dal bambino c’è stato bisogno di un serio intervento chirurgico ricostruttivo e ora Desousa risiede in una prigione che gestisce un programma anche per detenute ‘madri con i loro bambini’.

Nel 2017, il Correctional Service of Canada (CSC) ha cambiato la sua politica sull'identità di genere per permettere ai criminali maschi condannati di essere trasferiti nelle prigioni femminili se si autoidentificano come transgender. Prima del 2017, ogni detenuto maschio che chiedeva di essere trasferito in una prigione femminile doveva aver subito un intervento chirurgico di riassegnazione del genere. Gli organizzatori della protesta sostengono che la nuova politica dà la priorità alla teoria dell'auto-identificazione di genere rispetto al diritto alla sicurezza delle donne, basato sulla Carta costituzionale e dei Diritti.

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