Pubblichiamo qui di seguito un estratto della prossima rivista Notizie Pro Vita & Famiglia - n. 152 - di giugno 2026. In questo estratto proponiamo un saggio sulla “democrazia totalitaria” del giurista Aldo Rocco Vitale. Un tema che, soprattutto nell’attuale periodo storico, ci tocca da vicino e tocca l’intero panorama pro life e pro family italiano ed europeo. Nella società attuale, infatti, chi porta avanti la difesa della vita, della famiglia e della libertà educativa viene sempre più spesso silenziato, censurato, oscurato, messo da parte e infatti proprio su questo tema Pro Vita & Famiglia terrà un convegno internazionale tra pochi giorni, il 28 maggio, presso la Camera dei Deputati (LEGGI QUI I DETTAGLI).
Nel suo contributo il professor Aldo Rocco Vitale focalizza l’attenzione sulla «deriva silenziosa e inesorabile degli attuali sistemi democratici verso prassi giuridiche e politiche di natura prettamente totalitaria». D’altra parte oggi si assiste a una «metamorfosi della democrazia: da struttura di garanzia dei diritti fondamentali secondo il principio di uguaglianza, di definizione e assunzione della responsabilità delle cariche politiche e di espressione della sovranità popolare, a struttura autoriferita non assiologicamente orientata e quindi priva non soltanto di ogni capacità differenziante rispetto ai sistemi non democratici, ma anche della sua stessa ragion d’essere». Pertanto diverse «democrazie occidentali sono tali soltanto formalmente e sempre più protese ad assumere la fisionomia, la forma mentis, le procedure dei sistemi totalitari pur conservando la pretesa di continuare a definirsi come sistemi democratici». In sostanza, come osserva acutamente il fine giurista, «la democrazia totalitaria come la democrazia ammette ogni opinione, ma come il totalitarismo rigetta ogni opinione contraria ai metodi o alle finalità che la stessa democrazia totalitaria intende utilizzare e perseguire. La democrazia totalitaria come ogni democrazia garantisce e riconosce uno spazio di discussione pubblico, ma come ogni totalitarismo detta e determina quali possano essere gli argomenti di discussione e i limiti della stessa.
La democrazia totalitaria si serve della partecipazione, come in ogni democrazia, ma come ogni totalitarismo la partecipazione non è libera, venendo piuttosto incanalata e plasmata secondo le finalità ideologiche predeterminate da chi gestisce il potere e la propaganda nella democrazia totalitaria. La democrazia totalitaria preserva, almeno formalmente, la dimensione della vita privata dei cittadini come ogni democrazia, ma come ogni totalitarismo mira, grazie anche al potenziamento tecnologico offerto dai tempi odierni, a insinuarsi in maniera sempre più pervasiva nella vita dei cittadini medesimi. Nella democrazia totalitaria i diritti si moltiplicano in base alle esigenze individuali, ma il senso del diritto e la razionalità giuridica si svalutano fino a scomparire quasi del tutto». Di qui «nella democrazia totalitaria si proclama la diversità, ma si sanziona l’eterodossia; si esibisce il pluralismo, ma si punisce il dissenso; si invoca la forza della legge, ma si cela la legge della forza; si professa la tutela elastica della molteplicità dei diritti privati, ma si pretende l’osservanza rigidissima dei doveri pubblici; si ostenta la garanzia della libertà, ma si pretende l’obbedienza perfino della coscienza». E ciò è reso possibile dal fatto che, in virtù della secolarizzazione, all’autorità dei valori si sostituisce il primato del fare. La democrazia totalitaria consente in effetti alla dimensione tecnicistica e funzionalista di prevalere su quella etica e giuridica in un contesto assolutamente relativista che costituisce l’altra faccia del nichilismo. D’altra parte una simile forma di governo promuove una sorta di «ortodossia ideologica che, per dirla con Alain De Benoist, “considera eretici tutti i pensieri dissidenti”». Pertanto «la libertà di parola non è più garantita di per se stessa, ma soltanto se e nella misura in cui da un lato non contrasta con i dettami dell’ideologia ufficialmente riconosciuta e non offenda le categorie protette dalla stessa ideologia dominante e, dall’altro lato, se si estrinseca in un contenuto largamente condivisibile e quindi ammesso». Inoltre se oggi il tecnocratismo si serve strumentalmente della democrazia per perseguire i propri scopi, bisogna ricordare con Bobbio che «tecnocrazia e democrazia sono antitetiche: se il protagonista della società industriale è l’esperto, non può essere il cittadino qualunque. La democrazia si regge sulla ipotesi che tutti possano decidere di tutto. La tecnocrazia, al contrario, pretende che chiamati a decidere siano i pochi che se ne intendono».
In questo modo viene a instaurarsi la società della sorveglianza evocata dal panopticon di Bentham, ovvero un’«infiltrazione del controllo governativo e aziendale in ogni aspetto della vita del cittadino: da quello fiscale a quello sanitario, da quello dell’istruzione a quello lavorativo, da quello pubblico a quello privato; è, in sostanza, il prolungamento del totalitarismo, ma con gli efficienti e moderni mezzi tecnologici». Arrivare a «considerare praticamente ogni diritto fondamentale dell’essere umano (lavoro, circolazione, associazione, culto, manifestazione del pensiero, ecc.) non come espressione della sua natura umana, ma come concessione da parte dello Stato e dell’ordinamento significa riproporre la medesima logica anti-umana e anti-giuridica che ha caratterizzato i regimi totalitari del XX secolo». Per evitare tale esito occorre allora correre ai ripari quanto prima, perché è in gioco non solo il rapporto tra cittadini e Stato, ma la stessa libertà di ciascuno.