L’aborto fa male alle donne, e quello chimico — praticato in casa con la Ru486 — fa ancora più male. Dietro la retorica del “diritto di scelta” si nascondono migliaia di storie di dolore, ricoveri e complicazioni gravi. I dati ufficiali, dal Regno Unito agli Stati Uniti fino all’Italia, parlano chiaro: l’aborto in pillole non è sicuro, ma un pericolo taciuto. Per decine di migliaia di donne.
Regno Unito
Nel Regno Unito le pillole abortive vengono ormai vendute per posta, proprio come negli Stati Uniti e in molti Paesi “à la page” che seguono fedelmente le direttive dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ma i dati ufficiali del Servizio sanitario nazionale (NHS) raccontano una realtà drammatica: in soli cinque anni, più di 54.000 donne — di cui 12.140 nel solo biennio 2024-2025 — sono state ricoverate in ospedale a causa delle complicazioni legate all’aborto chimico. In media, una donna su 17 che interrompe la gravidanza a casa con la Ru486 finisce per necessitare cure ospedaliere a causa degli effetti collaterali. Eppure, di questi numeri non si parla quasi mai: i dati vengono tenuti nascosti, e le donne restano all’oscuro dei rischi reali che corrono. Le associazioni abortiste, invece, continuano a diffondere dati falsi, sostenendo che il rischio di aborto incompleto sia appena del 2-3%. In realtà, gli stessi produttori dei farmaci abortivi ammettono che il rischio è molto più alto — tra il 4,5 e il 7,8%. A complicare ulteriormente il quadro, il Governo britannico ha ammesso che i dati sono incompleti: molti casi non vengono segnalati o registrati correttamente. È infatti frequente che al pronto soccorso emorragie o infezioni vengano annotate senza essere collegate all’aborto chimico, oppure che vengano classificate come “aborti spontanei”, secondo quanto dichiarato dalle stesse donne.
Stati Uniti
Anche negli Stati Uniti la preoccupazione cresce, in particolare dopo che il Segretario del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS), Robert F. Kennedy Jr., insieme al Commissario della Food & Drug Administration (FDA), Marty Makary, ha annunciato che il Governo effettuerà una nuova valutazione sulla sicurezza e l’efficacia della pillola abortiva. La decisione segue la pubblicazione di un’analisi dell’Ethics & Public Policy Center (EPPC), diffusa la scorsa primavera. Lo studio ha rivelato che il 10,93% delle donne che hanno assunto il mifepristone ha sofferto di eventi avversi o complicazioni gravi — un tasso quasi 22 volte superiore a quello dichiarato negli studi finanziati dall’industria dell’aborto, che stimano un rischio inferiore allo 0,5%. È vero: la ricerca dell’EPPC non è stata ancora peer-reviewed né pubblicata su riviste scientifiche di alto impatto, tuttavia si basa su dati solidi: 865.000 cartelle cliniche e 94.605 richieste di rimborso accettate dalle compagnie assicurative. E chi conosce il settore sa che le assicurazioni non approvano mai rimborsi per casi dubbi o infondati.
Il resto del Mondo
I risultati americani e britannici non sono però isolati. Numerosi studi internazionali confermano un quadro preoccupante. In Finlandia, già nel 2009, una ricerca su oltre 42.000 pazienti aveva rilevato che il 20% di loro aveva subito eventi avversi dopo l’aborto chimico. In Canada, nel 2023, su 40.000 donne si è registrato un 10,3% di accessi al pronto soccorso. Perfino in California - tornando per un attimo agli Usa - nel 2015, è stato segnalato un tasso di oltre il 5% di complicazioni. In tutto il mondo, dunque, emergono dati coerenti: l’aborto in pillole è tutt’altro che “sicuro” e può avere gravi conseguenze sulla salute delle donne.
In Italia
Anche nel nostro Paese l’aborto chimico è sempre più diffuso, sebbene — per ora — le pillole abortive debbano essere consegnate di persona in ospedale o nei consultori. Da anni, però, le associazioni abortiste spingono per “privatizzare” l’aborto, trasformandolo in una pratica casalinga, come se fosse un aborto “comodamente” gestibile tra le mura domestiche. La liberalizzazione della Ru486 in Italia è stata favorita dalle linee guida del 2020 emanate dall’allora ministro della Salute Roberto Speranza, che hanno eliminato molte delle cautele precedentemente previste: ad esempio, la somministrazione sotto stretto controllo medico, entro la settima settimana di gravidanza, e l’esclusione delle minorenni o delle donne particolarmente fragili o impressionabili. Come per le donne inglesi, americane, canadesi e finlandesi, anche per le italiane l’aborto fa male. E l’aborto in pillole fa ancora più male.
Come correre ai ripari?
È impossibile negare che il dolore e la sofferenza di queste donne siano reali e solo l’industria dell’aborto — interessata più al profitto che alla salute femminile — può fingere che tutto questo sia “di lieve entità”. Per il bene delle donne, dei bambini e dell’intera società, sarebbe scientificamente giustificato e moralmente doveroso ritirare dal mercato questo veleno. Se ciò non fosse possibile nell’immediato, occorrerebbe ripristinare almeno le misure di sicurezza precedenti al 2020, che garantivano un minimo di tutela sanitaria per le donne coinvolte. Perché la verità è semplice e scomoda: l’aborto non è mai sicuro, e quello in pillole lo è ancora meno.