23/02/2019

Dagli USA nuovi studi sulla cannabis: e sì, fa male

Il Sole 24 Ore ha pubblicato un denso articolo del neurochirurgo Arnaldo Benini a proposito della cannabis e degli effetti che produrrebbe la sua legalizzazione, come vorrebbero certe pressioni sempre più frequenti in tal senso; pensiamo al Ddl presentato l’anno scorso dalla senatrice Nadia Ginetti (Pd) e al più recente di Matteo Mantero (M5S).

Giustamente Benini invita a sfatare il luogo comune secondo cui «essere favorevoli alla liberalizzazione sarebbe di sinistra e il contrario di destra». Negli Stati Uniti, dove si discute sulla legalizzazione a livello federale, le due voci più importanti dell’una e dell’altra corrente politica, ossia il New York Times e il Wall Street Journal, hanno sostenuto, almeno implicitamente, la tesi del “no”, pubblicando a inizio anno uno stralcio del libro di Alex Berenson, Tell Your Children: The Truth about Marijuana, Mental Illness, and Violence (Di’ ai tuoi figli la verità su marijuana, malattie mentali e violenza), dove si illustrano i seri problemi di ordine sanitario e sociale che derivano dalla diffusione dello spinello. Si segnala poi un’altra pubblicazione – speriamo siano entrambe presto tradotte in italiano – e cioè il corposo volume, pubblicato nel 2017 dall’American National Academy of Medicine, dal titolo The Health Effects of Cannabis and Cannabinoids – The current state of evidence and reccomendations for research (Gli effetti sulla salute di cannabis e cannabinoidi – Stato attuale delle prove e raccomandazioni per la ricerca), dove, ad avviso del prof. Benini, «s’impara tutto della cannabis».

I due studi raccolgono un’enorme documentazione al fine di dimostrare quanto sia infondato il mito oggi tanto diffuso sulla “leggerezza” di certe droghe le quali, esattamente come quelle “pesanti”, «per modificare lo stato dell’umore, agiscono sul cervello». È vero che l’uso sporadico ha conseguenze moderate, ma è anche vero che, se fino agli anni Novanta la marijuana conteneva il 2% di Thc, oggi ne contiene fino al 25%. E le ripercussioni in termini medici sono verificabili dagli aumentati ricoveri d’urgenza per confusione mentale in seguito all’assunzione.

Uno stralcio dell’articolo in questione merita però di essere riportato per intero:
«Dal 2010, nei paesi dove è liberalizzata la marijuana, il numero di decessi per overdose di oppiacei è cresciuto. Nel 2017 il 7.5% della popolazione americana fra i 18 e i 25 anni soffriva di serie malattie mentali, il doppio di dieci anni prima. Dal 2006, il numero di ricoveri per psicosi in Usa è aumentato in proporzione all’aumento del consumo di marijuana. Il messaggio più drammatico della pubblicazione dell’Accademia di Medicina è che l’uso della cannabis “aumenta il rischio della schizofrenia e di altre psicosi in proporzione al consumo”. Come tutte le droghe, la marijuana è una delle cause epigenetiche della demenza. La legalizzazione è micidiale anche perché trasmette il messaggio fraudolento che la marijuana sia innocua».

La verità è che anche in questo caso, come per tutte le grandi questione etiche e bioetiche degli ultimi decenni, la politica ha smesso di guardare al vero, per scegliere il bene, volgendosi piuttosto all’utile che, spesso e volentieri, non è sinonimo di “bene” quanto del suo contrario…

Vincenzo Gubitosi

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