08/02/2019

Cosa rappresenta per noi tutti la vicenda di Eluana Englaro (parte I)

Alle 20:24 del 9 febbraio 2009, il dottor Amato del Monte, primario di rianimazione della clinica La Quiete di Udine, telefona a Beppino Englaro per comunicargli che alle 20.10 sua figlia Eluana è spirata. Tre giorni prima, il 6 febbraio, i medici avevano sospeso l’alimentazione e l’idratazione artificiali che la tenevano in vita. Quindi Eluana non è morta naturalmente, ma è stata uccisa in uno dei modi più atroci e disumani: di fame e di sete.

I volontari che si sono prestati ad assolvere questa missione omicida avevano pianificato ogni dettaglio del progetto, costituendo preventivamente un’associazione, denominata Per Eluana, della quale facevano parte lo stesso Amato De Monte e diversi medici e personale infermieristico, al fine di coordinare le varie fasi del protocollo di morte: dall’irruzione a notte fonda all’Ospedale di Lecco per strappare la ragazza alle amorevoli cure delle suore misericordine, al trasferimento in ambulanza nella clinica di Udine fino all’esecuzione della sentenza finale.

È fondamentale ricordare che alimentazione e idratazione artificiali non sono strumenti di accanimento terapeutico, ma il semplice nutrimento che viene somministrato a una persona disabile per tenerla in vita. La convenzione dell’Onu sui diritti delle persone con disabilità (2 marzo 2007) cita all’art. 25 comma f: «Gli Stati Parti riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del più alto standard conseguibile di salute, senza discriminazioni sulla base della disabilità. […] In particolare, gli Stati Parti dovranno: prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di cure e servizi sanitari o di cibo».

Alice Ricciardi Von Platen, membro della commissione medica di osservatori del tribunale militare americano al processo di Norimberga contro i crimini nazisti, faceva giustamente osservare che: «La dimensione raggiunta dall’eutanasia negli istituti tedeschi dimostra come, una volta intrapresa la strada dell’annientamento delle cosiddette vite indegne, non ci siano più limiti: sostenuti da considerazioni di carattere ideologico e materiale si annienta la vita anormale sino al punto in cui non si è annientata la vita stessa». È certo che una sola uccisione ne provocherà altre centinaia se non si rinnega fino in fondo l’ideologia che l’ha generata.

Ma per comprendere come si sia giunti a tali livelli di disumanità, è utile ripercorrere la vicenda umana di Eluana. Eluana Englaro nasce a Lecco, in Lombardia, il 25 novembre 1970. Il 18 gennaio 1992, giovane matricola alla facoltà di lingue di Milano, di ritorno da una festa in un paese vicino, perde il controllo dell’auto e subisce un incidente molto grave. Viene curata, giudicata clinicamente guarita, pur rimanendo una disabile grave, come efficacemente sintetizzato da Gianluigi Gigli, ordinario di neurologia all’università di Udine: «Eluana non è in coma, è in stato vegetativo […]. La differenza è fondamentale: non vive a letto, dorme e si sveglia, non è attaccata a un respiratore, muove gli occhi. Non può alimentarsi autonomamente, ma sta bene e non assume farmaci».

Viene quindi trasferita nella Casa di Cura Beato Luigi Talamoni di Lecco e affidata per 17 anni alla cure delle suore, che si affezioneranno a lei al punto da considerarla come una figlia. Non era quindi una malata terminale, né affetta da dolori particolari, né rappresentava un onere per la sua famiglia e, se non fosse stata uccisa, avrebbe potuto vivere a lungo.

A distanza di 7 anni dall’incidente, il padre della ragazza, Beppino Englaro, fatta richiesta di diventare il suo tutore, inizia un’agguerrita battaglia legale, spalleggiato dal Partito Radicale per ottenere l’interruzione della somministrazione di acqua e cibo e mettere così fine alla vita della propria figlia. Questo estenuante e ideologico iter giudiziario termina il 9 luglio 2008 quando la Corte d’Appello Civile di Milano concede l’autorizzazione a interrompere il trattamento di idratazione ed alimentazione, che mantiene in vita Eluana, sulla base della presunta volontà dell’interessata. Ed è qui che ci sono molte ombre su come tale volontà sia stata ricostruita dal padre e dai giudici.

Troppe le testimonianze discordi da quelle raccolte dalla Corte di Appello di Milano: diverse amiche, due insegnanti e persino una lettera – mai messa agli atti – che contraddice quanto invece dedotto dai giudici. Ma questi fatti, resi pubblici sul quotidiano Avvenire e raccolti in un esposto presentato alla Procura di Milano, vengono incredibilmente ignorati.

Nel caso di Eluana, alcuni benpensanti, nell’appoggiare la scelta di Beppino Englaro, sostenevano che nessuno possa sapere più di un genitore che cosa è bene per suo figlio. Sarebbe interessante appurare per quale ragione se la richiesta è di staccare la spina o di togliere un sondino, il genitore valga più del medico, ma se, al contrario, è quella di mantenere la spina attaccata o il sondino posizionato, il rapporto si capovolge e il genitore vale meno del medico. Questa è una logica davvero perversa. È ideologia.

Giorgio Celsi e Wanda Massa

Parte II

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