14/10/2018

Cina: la testimonianza agghiacciante di una donna violata

Oggi, nel 2018, mentre ancora celebriamo il ricordo delle vittime dei campi di concentramento nazisti, pronti a condannare ogni (presunto) rigurgito di fascismo e nazismo al grido di «Mai più», siamo totalmente indifferenti a ciò che accade in Cina.

In Cina i campi di concentramento per la rieducazione dei dissidenti (laogai) prosperano, forniscono manodopera a costo zero al regime del Partito Comunista Cinese ormai “aperto al mercato”, e brulicano di “ospiti” che il pensiero unico e politicamente corretto ignora in modo pervicace e ostinato.  C’è una sorta di timore reverenziale a dire la verità sulla Cina: forse, chissà, dipende dal business, dai fiumi di denaro che i Cinesi ricchi (pochi, e solo nell’entourage del Pcc) investono in Occidente?

Però a chi vuol vedere e vuol sentire, giunge il grido disperato dei dissidenti e dei perseguitati: come quello di Gulzira Mogdin, violentata dal regime in quel che una donna ha di più sacro per due motivi: l’appartenenza etnica e religiosa, l’essere incinta di un terzo figlio.

Gulzira Mogdin è Kazakha e, come gli Uighuri (ce ne sono 10 milioni  di Uighuri detenuti nei laogai secondo recenti stime Onu), i Dungani, i Kirghisi e gli Hui del Turkestan orientale, per non parlare dei Tibetani, deve essere “cinesizzata”, “laicizzata”, “rieducata”: nel laogai dopo il lavoro forzato si studia l’ideologia del Partito, si dimentica la religione (le minoranze etniche del Turkestan sono mussulmane)  e si impara a cantare con convinzione e con amore inni  celebrativi di Mao e di Xi Jinping (per chi sembra poco convinto quando canta c’è la tortura: la Laogai Research Foundation denuncia per esempio che da ultimo c’è un aumento sistematico e accanito del ricorso alla violenza carnale sulle monache tibetane, il che – guarda un po’ – sfugge ai comitati dei diritti umani dell’Onu e ai media, troppo impegnati nel cercare di promuovere l’aborto come diritto inviolabile delle donne…).

Ma la cosa più atroce che la Mogdin ha raccontato a Radio Free Europe – Radio Liberty, è che durante la detenzione per la “rieducazione”, subita lo scorso anno, l’hanno costretta ad abortire il bambino di cui era incinta al quinto mese, perché era il suo terzo figlio e violava quindi la legge sulla pianificazione familiare cinese.

A questo proposito sarà bene chiarire che tutti quelli che celebrano con sussiego e compiacimento la “fine della politica del figlio unico in Cina” o sono poco informati o sono in mala fede.

È vero che, viste le disastrose conseguenze economiche e sociali della strage di innocenti che il regime comunista perpetra da 40 anni, Xi ha deciso di consentire (o addirittura obbligare!)  a un secondo figlio. Ma il male della legge cinese non è nel numero di figli consentito. È nel fatto che le donne cinesi devono comunque chiedere il permesso al Governo prima di restare incinte, anche del primo figlio, a pena di sanzioni pecuniarie assolutamente insostenibili, arresto e – a discrezione dei funzionari che hanno potere illimitato – aborto forzato.

«Hanno strappato via il mio bambino dal mio grembo»

La Mogdin è una vedova con due figli, risposata con un cittadino kazakho da cui aspettava quel terzo figlio, che si era trasferita nel Paese del marito. Dal Kazakhistan le hanno detto che doveva tornare in Cina per regolarizzare determinate questioni burocratiche. Ma quando si è presentata all’ufficio competente le hanno immediatamente sequestrato il passaporto e il cellulare: c’era installato WhatsApp, un mezzo non consentito di comunicazione, da spie... Quando la donna ha cercato di spiegare che il bambino che aveva in grembo era un cittadino kazakho, figlio di un Kazakho, i Cinesi le arrestato il fratello, la sorella e la cugina incinta.

La pressione è stata tale che lei ha firmato delle carte in cui chiedeva l’aborto «perché era malata di tubercolosi» (il che è risultato vero: la Mogdin è convinta che l’abbiano infettata appositamente per non farle opporre resistenza al ricovero in ospedale).

Dopo l’aborto, l’hanno tenuta agli arresti domiciliari per sei mesi e quando l’hanno rilasciata, nel maggio scorso, l’hanno minacciata: «Non parlare con i giornalisti dei campi e dei detenuti: non esistono campi». Intanto suo fratello è ancora prigioniero in uno di essi.

Francesca Romana Poleggi

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