03/12/2019

Cannabis tra gli adolescenti, Onofri: «Più dannosa dell’alcol per il cervello»

La cannabis. Una piaga drammatica nel panorama nazionale italiano e, ultimamente, soprattutto nel mondo dei giovani e giovanissimi. Sono infatti sempre di più gli adolescenti che ne fanno uso, spesso massiccio, finendo così per rischiare conseguenze anche e soprattutto a livello psichico. Pro Vita & Famiglia ne ha parlato con il dottor Antonio Onofri, psichiatra e psicoterapeuta e docente di Psichiatria presso la Facoltà di Farmacia e Medicina dell’Università “La Sapienza” di Roma.

 

Dott. Onofri, recentemente è stato appurato che la cannabis è più dannosa dell’alcol per lo sviluppo del cervello, è così? In che termini è dannosa?

«Questa affermazione - apparentemente sensazionale - si riferisce ad alcuni dati pubblicati recentemente dall’American Journal of Psychiatry. In effetti questi dati sembrano indicare una grande pericolosità della cannabis sulla maturazione cerebrale degli adolescenti, persino maggiore di quella - già del resto ampiamente dimostrata - dell’alcol. Ovviamente le due sostanze non sono né facilmente né direttamente confrontabili, perché andrebbero paragonate le dosi, la modalità di uso, la frequenza etc. Se però si studiano le abilità cognitive (quindi le prestazioni intellettuali) degli adolescenti che abusano di alcol  e di quelli che usano cannabis in modo intensivo, il secondo gruppo mostra gli effetti peggiori. del resto già un grande studio australiano condotto su una vasta popolazione di migliaia di adolescenti aveva mostrato la perdita di 5 punti di quoziente intellettivo in chi tra i 16 e i 25 anni aveva fatto un uso frequente di cannabis. La realtà attuale, che sempre più spesso incontriamo nei nostri servizi di pronto soccorso nei servizi psichiatrici ospedalieri e negli ambulatori territoriali vede ragazzini di 13, 14 anni cominciare a fare uso di cannabinoidi passando ben presto a fumare tutti i giorni, più volte al giorno, per anni, e si tratta di anni delicatissimi in cui il cervello cresce, cambia e matura, formando nuove connessioni e “potando” vecchie connessioni. In questi ragazzi riscontriamo un progressivo aumento di apatia, mancanza di interesse e piacere nelle attività, ritiro sociale, prestazioni scolastiche sempre peggiori e soprattutto una pervasiva perdita di motivazione e progettualità».

Lei ha detto che metà dei ricoveri psichiatrici nel suo reparto non ci sarebbero se non si facesse uso di cannabis. Quali sono i numeri e le difficoltà che lei affronta nel suo lavoro proprio in relazione all’uso di cannabis tra gli adolescenti?

«In questo caso ci si riferisce a un mio post su facebook, quindi non a un articolo scientifico bensì a una impressione generale. Quello che è sicuro, e su cui la stragrande maggioranza degli psichiatri concorda, è che l’aumento dei casi di cosiddetti “esordi psicotici” in adolescenza possa essere messa in relazione proprio al crescente uso di cannabinoidi. Il consumo di cannabis aumenta con grande significatività il rischio di sviluppare sintomi psicotici e i disturbi schizofrenici, questo è un dato ormai considerato certo perché più volte riscontrato e riportato nella letteratura scientifica. Lo ha scritto con chiarezza, proprio pochi giorni fa, anche il dottor Giuseppe Nicolò, direttore del Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 5: “La scienza afferma che la cannabis aumenta l’incidenza di psicosi, la cannabis è tra le sostanze che può indurre in modo epigenetico la psicosi schizofrenica. La psicosi indotta da cannabis nel 50% dei casi esita in schizofrenia per tutta la vita” e vi assicuro che dal punto di vista statistico parliamo di un aumento assolutamente significativo: un rischio di almeno 5 volte maggiore rispetto a chi non ne usa».

Dal punto di vista medico - e psichiatrico - quali sono i rimedi per combattere questa piaga e aiutare gli adolescenti a smettere?

«Per prima cosa direi la presenza e la presa di posizione da parte del mondo degli adulti troppo spesso latitante, minimizzante se non addirittura negante o compiacente. Tutti gli educatori, i genitori, gli insegnanti e coloro che entrano in contatto con i giovani dovrebbero avere chiare queste informazioni e senza stancarsi cercare di trasmetterle agli adolescenti. Accompagnandoli poi, nei casi già conclamati, da professionisti preparati per intervenire con percorsi terapeutici specifici. Inoltre potrebbe essere utile anche una massiccia campagna informativa sull’argomento».

 

 

di Salvatore Tropea

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