22/10/2025 di Luca Marcolivio

Bova (Associazioni Socio-sanitarie): «Se il paziente riceve cure non chiederà mai il suicidio assistito»

Non serve certamente una nuova legge, tuttavia un grande antidoto al suicidio assistito è senz'altro l'incentivo alle cure palliative, ad oggi strutturate in maniera ancora troppo carente all'interno del Sistema Sanitario Italiano. A dichiararlo a Pro Vita & Famiglia è Aldo Bova, già primario di ortopedia all'Ospedale San Gennaro di Napoli e presidente del Forum Associazioni Socio-sanitarie. Un concetto, quello secondo cui non serve - ed è disumana - una legge sul fine vita, ribadito anche dalla stessa onlus con una petizione popolare che ha quasi raggiunto le 30.000 firme e che è possibile ancora sottoscrivere.

Professor Bova, quali dovrebbero essere i principi che guidano i medici sul fine vita?

«Ho idee molto chiare su questo: al di là della legislazione che verrà, dobbiamo fare in modo che le cure palliative si sviluppino al meglio. Dobbiamo portare avanti una politica sanitaria che assista i pazienti che vanno verso il fine-vita, stando loro vicini, lenendo il loro dolore e permettendo l’assistenza da parte dei familiari. Relativamente al dibattito parlamentare, io ritengo vada evitata l'approvazione di una legge che favorisca l’eutanasia. La vita va rispettata sempre, la vita è una meraviglia che va tutelata in tutti i suoi momenti, dal suo nascere alla sua conclusione. Nel momento finale della vita, le persone hanno necessità di stare sereni, di non patire dolori, di sapere che c’è qualcuno al loro fianco».

Che ne pensa del fatto che la Corte ha affermato che il Sistema Sanitario Nazionale deve essere attivamente coinvolto?

«Il Sistema Sanitario è giusto che sia coinvolto ma deve esserlo nel combattere il dolore, non nel provocare la morte del paziente. Da questo punto di vista il Sistema Sanitario Nazionale deve essere coinvolto integralmente, sia per quanto riguarda le strutture pubbliche, sia per quanto riguarda quelle convenzionate. Per poter stare vicino a coloro che si avvicinano al momento della sofferenza, bisogna intervenire molto in anticipo, quando iniziano a farsi vedere i sintomi di una patologia che avanza, quando cominciano i dolori e le preoccupazioni. Non bisogna aspettare l’ultimo momento per farsi curare con farmaci che placano il dolore e la sofferenza psicologica. Naturalmente il sistema sanitario deve farsi carico anche delle condizioni della famiglia e fare in modo che anche i familiari delle persone che versano in queste condizioni abbiano la libertà di assisterli; quindi, vanno dati dei permessi speciali sul lavoro per poter stare loro vicini. Il Sistema Sanitario Nazionale deve essere coinvolto nel programmare l’assistenza per il dolore e fare in modo che le persone non vadano verso una condizione che le costringa a desiderare la morte: ciò avviene se mancano l’amore e la competenza. Se proprio il Sistema Sanitario Nazionale deve dare un giudizio, deve rispettare i canoni definiti dalla Corte Costituzionale ma senza intervenire».

Come dovrebbero essere incentivate le cure palliative?

«Servono specialisti nella materia, quindi va formato un numero maggiore di persone competenti in medicina palliativa, una disciplina che va sviluppata bene. Gli hospice, inoltre, sono molto carenti nel Sud Italia ma vanno sviluppati anche a livello di medicina domiciliare. Questo è il criterio di vicinanza alle persone avviate verso l’ultimo miglio della loro vita. A tale scopo, servono grande preparazione, medici competenti (e ben pagati!), creando le condizioni per cui la famiglia stia vicino alle persone sofferenti. Ciò che è assente, spesso, è la famiglia. L’esperienza personale e professionale mi parla di tanti pazienti che non hanno i figli accanto a loro. A Cardito, in provincia di Napoli, dove io abito, ad esempio, ho tanti amici con figli che lavorano in Germania, in Inghilterra o nel Nord Italia, quindi la vicinanza della famiglia diventa spesso difficoltosa. Anche per questo, sarebbe utile far leva sul mondo del volontariato: sui territori dovrebbero intervenire anche le parrocchie, le diocesi, le associazioni per poter assicurare questo tipo di assistenza e dare manforte anche psicologica e morale a queste persone che versano in grande difficoltà».

Ritiene che incentivando questo tipo di cure, i malati gravi smetterebbero di richiedere il suicidio?

«Sicuramente! Mi sono trovato a parlare con persone che pongono questo problema: dinnanzi a situazioni in cui i malati o le persone anziane sono soli e i figli non ci sono, quando iniziano le difficoltà esistenziali, è chiaro che il malato arriva a desiderare la morte. Io rispondo che non è così: noi come popolo e come società dobbiamo sempre fare in modo che ci siano la vicinanza, l’amore e la cura di queste persone. Se la persona non è sola, se ha la certezza di essere curata, certamente non chiede il suicidio assistito».

 

FIRMA QUI LA PETIZIONE PER DIRE NO A UNA LEGGE SUL SUICIDIO ASSISTITO

 

 

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