20/05/2026 di Redazione

Ammissione storica dei liberal-democratici: hanno discriminato i pro life

Il caso Campanale riapre il dibattito su libertà di espressione e sulla censura in Occidente, mentre Pro Vita terrà un convegno alla Camera il prossimo 28 maggio.

Nel Regno Unito è stato scoperchiato il vaso di Pandora: i pro life sono stati discriminati ed è stata loro negata la libertà di esprimersi. La notizia arriva con l’ammissione - da parte dei Liberal Democratici britannici (Liberal Democrat Party) - di aver attuato molteplici casi di discriminazione, anche religiosa, dopo che David Campanale, ex giornalista della BBC, è stato escluso dalla candidatura nel collegio di Sutton e Cheam (avrebbe corso proprio per il Liberal Democrat Party) a causa delle sue convinzioni cristiane, tra cui le sue posizioni sull'aborto. La vicenda ha richiesto quattro anni di battaglia legale e si è conclusa con la firma di una dichiarazione in cui il partito riconosce la propria colpa e accetta di corrispondere un risarcimento a Campanale. Secondo quanto riportato dai media britannici, si tratterebbe del primo caso in cui un partito politico si trova a rispondere in sede legale per discriminazione motivata, almeno in parte, dalle posizioni pro-vita di un candidato. Una vicenda che, seppur circoscritta al Regno Unito, la dice lunga sul clima di mancanza di libertà di espressione che aleggia da tempo in Occidente e in Europa, in particolare e che sarà al centro di una conferenza internazionale che Pro Vita & Famiglia terrà alla Camera dei Deputati, il prossimo 28 maggio (SCOPRI QUI I DETTAGLI E COME PARTECIPARE).

La deriva intollerante del partito

Già nel dicembre 2021, Campanale ha denunciato l’immediato avvio di una campagna per rimuoverlo, «motivata principalmente dall’ostilità» verso le sue credenze cristiane. I documenti del tribunale rivelano che tra le accuse mosse contro di lui figurava persino quella di aver «dato contributi in difesa dei valori cristiani». Luke Taylor, il candidato che ha sostituito Campanale – classificatosi terzo nella selezione iniziale e oggi parlamentare per Sutton e Cheam nonché portavoce del Liberal Democrat Party per Londra – sarebbe stato al centro degli sforzi per estromettere l’ex giornalista. Taylor avrebbe detto a Campanale di non avere «alcun diritto alla coscienza, in base alla sua fede cristiana, su qualsiasi argomento politico». Campanale ha risposto a tutta questa vicenda con durezza: «Nonostante l’ammissione di una crescente intolleranza all’interno dei partiti progressisti e liberali di tutto il mondo, i vertici hanno permesso che si verificassero ugualmente vergognose discriminazioni».

Un precedente che riguarda molti

Il caso Campanale non è però isolato. L’ex parlamentare dell’SNP (lo Scottish National Party), la dottoressa Lisa Cameron, è passata al Partito Conservatore nel 2023 denunciando il trattamento «tossico e intimidatorio» ricevuto dai propri colleghi e di aver subìto minacce di morte e il rischio di espulsione dal partito proprio a causa delle sue posizioni pro-vita. L’avvocato di Campanale, Alasdair Henderson, ha dichiarato: «Spero che i Liberal Democratici imparino da questo caso e riaffermino chiaramente di accogliere membri di qualsiasi fede, di proibire ogni forma di discriminazione illegale e di proteggere la libertà di coscienza a tutti i livelli del partito». Tutto ciò, paradossalmente, si è consumato all’interno di un partito il cui leader, Sir Ed Davey, aveva pubblicamente assicurato che si sarebbe opposto ai gruppi “illiberali” che puntano a estromettere chi professa una visione cristiana tradizionale.

L’opinione pubblica è più pro-vita di quanto si pensi

L’intera vicenda è stata commentata anche da Catherine Robinson, portavoce di Right To Life UK: «È, paradossalmente, una notizia positiva che i Liberal Democratici abbiano finalmente ammesso la discriminazione in questa lunga vicenda. Quanto accaduto a Campanale è profondamente inquietante. Oltre all’ingiustizia di discriminare un individuo per le sue posizioni pro-life, vi è l’ulteriore ingiustizia che la sua posizione sia stata così, di fatto, silenziata». A rendere ancora più significativa questa riflessione sono i dati di alcuni sondaggi che rivelano che solo l’1% delle donne britanniche è favorevole all’aborto fino al nono mese di gravidanza, il 70% sarebbe favorevole a una riduzione del limite da 24 a 20 settimane o meno e il 91% si oppone all’aborto selettivo in base al sesso. Tra gli stessi elettori liberaldemocratici, il 65% è favorevole a una riduzione del limite a 20 settimane o meno. Dati che rivelano un Paese molto più attento alla vita di quanto certi ambienti politici vogliano far credere.

 

 

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