Un bambino abortito alla ventiseiesima settimana di gestazione è stato riconosciuto come “persona”, dunque con diritti giuridici, e la sua famiglia ha – di conseguenza – ricevuto 200mila dollari a titolo di risarcimento per la morte ingiusta del nascituro. È accaduto in New Mexico, uno degli Stati americani con le leggi più permissive in materia di aborto. Secondo gli avvocati che hanno seguito la vicenda, è il primo risarcimento di questo tipo mai ottenuto negli Stati Uniti per un bambino abortito, trattato dalla legge statale come un soggetto giuridico a tutti gli effetti.
La causa legale
Il caso, noto come Wabbington v. Boyd, si è chiuso lo scorso 14 settembre con un accordo transattivo e un'archiviazione definitiva, che impedisce di riproporre la causa per eventuali ulteriori ipotesi di condanne penali per la morte del nascituro. Sul banco degli imputati c'erano il dottor Curtis Wayne Boyd, medico molto noto per gli aborti in fase avanzata di gravidanza e all'epoca attivo con la struttura Southwestern Women's Options; Emily Cohen e Carmen Landau, quest'ultima nel frattempo deceduta. Nell'atto di citazione il piccolo è stato descritto come un feto di 26 settimane, già in grado di sopravvivere fuori dal grembo materno. Secondo la legge del New Mexico sulla morte ingiusta, era dunque una persona titolare della stessa tutela giuridica garantita dallo Stato e dalla Costituzione federale. Al centro della causa c'è stato, in particolare, il consenso della madre. La donna, infatti, secondo quanto sostenuto dai legali, si era presentata alla clinica nel 2020 sotto l'effetto di metanfetamina e non era quindi in condizione di prestare un consenso informato valido. L'avvocato Mike Seibel di Albuquerque, che ha curato il caso insieme al collega Justin Hall, ha raccontato in un video che il giorno dopo l'intervento la donna era già pentita di aver chiesto e ottenuto l'aborto. Lo stesso legale ha inoltre precisato – dettaglio non di poco conto – che il New Mexico dispone di programmi di sostegno per le gestanti con dipendenze e che la clinica era a conoscenza della condizione della donna.
Il nascituro come soggetto giuridico
Un altro elemento – forse il più importante – che rende il caso senza precedenti è che finora i medici abortisti e le rispettive cliniche sono sempre stati chiamati a rispondere soltanto dei danni subiti dalle donne, dalle madri. In questo caso, invece, a essere considerati vittime nella causa sono stati sia la donna sia il figlio e, di conseguenza, la famiglia. L'avvocato Seibel, nelle sue argomentazioni, ha inoltre messo in luce il cortocircuito dell'ordinamento giuridico: la stessa legge che consente di chiedere un risarcimento per la morte del nascituro in quanto persona permette, al contempo, di sopprimerlo legalmente. È una contraddizione che questa vicenda ha fatto emergere in modo lampante. Se un bambino di 26 settimane di gestazione è una persona a tutti gli effetti – cosa che sappiamo essere davvero così – tanto da avere soggettività giuridica e diritto a un risarcimento, resta da capire con quale coerenza lo si possa considerare sacrificabile fino a un attimo prima.
Una svolta storica?
Quanto accaduto in New Mexico non riguarda soltanto gli Stati Uniti e può essere – ce lo auguriamo – un primo passo storico, che parla a tutti, Italia compresa. La vicenda ha infatti messo nero su bianco un principio che va oltre i confini di un singolo Stato: il bambino non ancora nato è titolare di diritti. In questo caso gli è stato riconosciuto un patrimonio, il diritto a essere risarcito per la propria morte e una tutela giuridica che la legge riserva alle persone. Non si tratta di una concessione simbolica né di un'astrazione filosofica. È un effetto concreto, misurabile perfino in denaro – anche se nessun risarcimento potrà mai compensare l'uccisione di un essere umano – che nasce dal riconoscere il concepito come qualcuno e non come qualcosa.
Ed è esattamente questo il punto su cui Pro Vita & Famiglia si batte da tempo, con azioni e campagne per il riconoscimento giuridico del concepito. Il motivo è semplice e affonda le radici nella realtà e nella scienza prima ancora che nel diritto: il concepito è un essere umano a tutti gli effetti, fin dal primo istante della sua esistenza. Nessuna soglia di settimane e nessuna definizione di comodo cambiano ciò che è. Se un ordinamento arriva ad ammettere, persino attraverso le pieghe di una causa per morte ingiusta, che quel bambino è una persona, allora la domanda non può più essere elusa. Perché questa dignità dovrebbe valere soltanto quando serve a quantificare un danno, e non quando serve a proteggere la sua vita? Il caso Wabbington v. Boyd mostra che la verità sul nascituro, per quanto la si voglia ignorare, prima o poi riemerge anche nei tribunali. Tocca alle istituzioni, in America come in Italia, trarne le conseguenze.