Aborto: «Più lo normalizziamo, meglio è»

L’industria cinematografica di Hollywood promuove la presenza dell’aborto in serie e film: «Più lo normalizziamo, meglio è”. Nessuno stupore, nessuna novità, quante volte abbiamo sentito e letto di ‘stars’ e ‘starlettes’, ‘studios’ e ‘imprese cinematografiche’ contro quella legge, decisione del Governo Trump o contro quello Stato degli USA…

Attenzione però, i dati pubblicati recentemente non si fermano alle sole dichiarazioni, vanno ben oltre. L’anno 2019 si chiuderà con un record di presenza dell’aborto nei film e nelle serie televisive, in generale in un contesto favorevole o tendente alla sua normalizzazione. Non è una coincidenza o una conseguenza della normalizzazione dell’aborto nella società stessa, che continua a rimanere largamente contraria all’aborto e soprattutto all’aborto libero, ma i dati registrano piuttosto una controreazione alla lenta svolta dell’opinione pubblica americana a favore della vita. Ciò deriva dalle informazioni raccolte da un portale sulla “;salute riproduttiva” dell’Università della California a San Francisco, Ansirh [Advancing New Standards in Reproductive Health], che include un database sulla presenza dell’aborto sul piccolo e grande schermo  . I dati raccolti comprendono tutte quelle produzioni “;in cui un personaggio abortisce o rivela di aver abortito in passato”.

Così, andando agli estremi del periodo considerato -tutta la storia del cinema-, compaiono in esso da ‘Where are my children?’, Interpretato nel 1916 da Tyrone Power Sr (padre del mitico protagonista di ‘The Black Swan’ e nonno della cantante ‘Romina Power’) e in cui un uomo scopre che sua moglie ha sistematicamente ucciso i suoi figli prima che nascessero, ad ‘Unplanned’, il film biografico  di Abby Johnson attualmente nei cinema.

I dati raccolti non offrono dubbi: l’aborto a Hollywood è residuo fino ai primi anni ’60 (venti apparizioni tra il 1916 e il 1961), inizia ad emergere da allora e fino agli anni ’80 ed, in seguito, la sua presenza nelle diverse produzioni è impressionante: cresce dell’87,5% dall’80 al ‘90, del 71,7% dal ‘90 al primo decennio del 21 ° secolo e del 105,1% in questo decennio, almeno sino ad oggi, fino a cinque mesi dell’inizio del 2020.

I dati coincidono, all’inverso, con le cifre raccolte da Gallup sul cambio di opinione sull’aborto negli Stati Uniti. Alla fine dell’ultimo decennio, le persone che si identificano come pro-vita [pro-vita] hanno superato in crescita quelle che si identificano come pro-aborto [pro-scelta], pur non essendo ancora definita una costante maggioranza. Dunque l’industria dell’aborto e di Hollywood reagisce e, come ha dichiarato al New York Times, una delle persone incaricate del database, Gretchen Sisson: «Stiamo sicuramente guardando più spesso scene del tipo ‘Sono incinta, non lo voglio essere, sto per abortire’ e ciò crescerà nel 2019», dove si contano già 21 riferimenti all’aborto senza nessun senso di colpa, «qualcosa che sarebbe stato impensabile un decennio fa”». Come ha detto l’attrice Lindy West, «…succede che più normalizziamo l’aborto, soprattutto ora, meglio è. L’aborto è super-comune e super-normale e le persone lo fanno continuamente e la maggior parte impiega un minuto».

Un minuto per ammazzare un bambino, un figlio. Non c’è nulla di banale, bisognerebbe invadere gli ‘studios’ di milioni di lettere semplicemente per ricordare a ciascuno che la propria vita non è banale, nemmeno quella di un debole bimbo appena concepito.

Luca Volonté

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