22/09/2018

Aborto = omicidio legale: la Cedu se ne faccia una ragione

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha respinto all’unanimità il ricorso di Annen vs. Germania (domanda nn. 3682/10, 3687/10, 9765/10 e 70693/11): i giudici tedeschi – secondo la Cedu – hanno fatto bene a impedirgli di esprimere le sue idee: che l’aborto è un omicidio e che dà luogo a un vero e proprio olocausto (che poi non sono “le sue idee”, è la pura verità dei fatti).

Qui il testo del comunicato stampa rilasciato dalla Corte in inglese.

Non ci stupisce affatto la visione strabica dei “diritti dell’uomo” che ha la Cedu: è la stessa Corte che non vede diritti umani nei bambini che sopravvivono all’aborto (che quindi nascono vivi), è la stessa che non ha visto i diritti umani di Ines, né quelli dei genitori di Charlie Gard e di Alfie Evans, impediti di curare i loro bambini e di portarli via dagli ospedali che avevano annunciato l’intenzione di praticare loro l’eutanasia.

La Corte, quindi, non riscontra «nessuna violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo» da parte della Repubblica Federale Tedesca, contro cui Klaus Günter Annen, militante pro vita, aveva fatto ricorso.

Quattro medici abortisti avevano denunciato Annen perché questi distribuiva volantini e teneva un blog in cui si diceva che l’aborto è un omicidio e si paragonava la strage dei bambini non nati all’olocausto (come numeri, in effetti, non ci siamo... i morti di aborto sono molti, molti, molti milioni di più: solo in questo 2018, fino al momento in cui ho postato questo articolo,  erano 30.409.530. Cliccate su questo link e vedete quanti sono ora che leggete). La cosa è un po’ complicata dal fatto che in Germania formalmente l’aborto è ancora illegale (ma non è punito) e Annen aveva fatto nome e cognome dei medici che lo praticavano, creando, secondo la Corte, un effetto “gogna” nei loro confronti.

Le autorità tedesche avevano quindi ingiunto a Annen di smettere la sua attività di propaganda pro vita. E lui aveva fatto ricorso alla Cedu perché riteneva violato il suo diritto di libera manifestazione del pensiero.

La Cedu ha detto che il suo compito era solo quello di accertare se i giudici nazionali avessero contemperato la tutela della libertà di espressione garantita dall’articolo 10 e il diritto alla privacy tutelato dall’articolo 8 della Convenzione, e ha deciso che i giudici tedeschi hanno sanzionato giustamente Annen perché i volantini e la pagina web contenevano espressioni gravi e potevano anche incitare all’odio. In particolare l’uso del termine “omicidio aggravato”, riferito all’aborto, poteva essere inteso come un’accusa ai medici abortisti di aver  perpetrato, appunto, il reato di omicidio aggravato.

La questione tedesca non ci interessa: il problema è che la notizia che rimbalza sui media è che «la Cedu ha detto che non si può dire che l’aborto è un omicidio».

Le manine e i piedini nella foto in evidenza appartenevano a un bambino concepito da 9 settimane che, se avesse potuto, avrebbe rilasciato una sua dichiarazione in proposito. Ma non ha potuto. E se continua la propaganda cui la Cedu offre il destro, nessuno potrà più parlare in suo nome. E la Raggi della situazione potrà tranquillamente censurare manifesti e quant’altro: il potere assoluto dei tiranni non sarà più messo in discussione. 

L’ideologia mortifera acceca le menti. L’aborto è un omicidio aggravato, perché toglie la vita a un essere umano, innocente e indifeso. I medici abortisti uccidono bambini. Non commettono reato, perché l’omicidio è legale, ma la sostanza, la verità, non cambia, neanche quando il potere costituito ci chiuderà la bocca del tutto e non potremo più dirlo.

Francesca Romana Poleggi

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