21/08/2025

Ecco cosa accade ai bimbi che sopravvivono all’aborto

a cura di Lorenza Perfori

Dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Regno Unito e dall’Australia abbiamo dati e testimonianze agghiaccianti sulla sorte dei bambini che sopravvivono all’aborto. Chi è facilmente impressionabile è meglio non legga il paragrafo #2. Bisogna però sfatare le false narrazioni degli abortisti. 




Grazie ai progressi della medicina e a cure avanzate oggi i bambini prematuri possono sopravvivere al di fuori del grembo materno già dalla 22a settimana di gestazione. Uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association, condotto su 10.877 bambini nati da 22 a 28 settimane di età gestazionale tra il 2013 e il 2018 in 19 centri medici universitari degli Usa, dimostra che in condizioni di corretta pratica medica sopravvive il 30% dei nati a 22 settimane e il 55,8% dei nati a 23 settimane e, complessivamente, il 78,3% dei bimbi nati prima della 28a settimana torna a casa con i genitori.

Quando invece il neonato prematuro è il frutto di un aborto fallito, quella che gli abortisti chiamano la “temuta complicazione”. L’industria dell’aborto e i suoi sostenitori hanno coniato alcuni miti (fake-news) per tranquillizzare l’opinione pubblica sull’inesistenza della “soluzione” barbara che può essere tranquillamente etichettata come infanticidio, attivo o passivo che sia.

 

#1 - Dicono: «I sopravvissuti all’aborto sono un’invenzione dei prolife»

Abortisti famosi come Daniel Grossman e ricercatori pro aborto come Andréa Becker, che lavora con Grossman al Bixby Center for Global Reproductive Health dell’Ucsf (University of California San Francisco), affermano che i sopravvissuti all’aborto non esistono e che questa altro non è che una «campagna di disinformazione» creata dal movimento prolife con l’obiettivo di screditare l’industria dell’aborto. 

Durante la campagna per le elezioni presidenziali Usa del 2024, Kamala Harris ha mentito spudoratamente affermando che in America gli aborti tardivi «non si fanno».

Ad agosto 2024 Joyce Arthur, dell’Abortion Rights Coalition del Canada, ha detto a Ctv News che i bambini nati vivi dopo gli aborti tardivi e lasciati morire «sono solo propaganda provocatoria che non ha alcun fondamento nei fatti». 

In realtà gli aborti tardivi si fanno ovunque, legalmente, e i sopravvissuti all’aborto lasciati morire esistono, eccome! Lo rivelano i report degli Stati, le testimonianze, i video sotto copertura e gli studi scientifici. 

I dati ufficiali degli Stati

Negli Usa solo otto Stati registrano attualmente i nati vivi dopo l’aborto: Arizona, Arkansas, Florida, Indiana, Ohio, Oklahoma, South Dakota e Texas. In Michigan e Minnesota vigevano obblighi di rendicontazione, ma nel 2023 sono stati aboliti. 

Dall’analisi dei report di questi Stati emergono almeno 277 casi di bimbi sopravvissuti all’aborto dal 2006 a settembre 2024.

Report più vecchi dei Cdc (Centers for Disease Control and Prevention) stimano tra il 2003 e il 2014 almeno 143 bambini abortiti vivi. Di questi 60 sono vissuti fino a 59 minuti, 68 da una a quattro ore, nove da cinque a 23 ore e sei un giorno o più. La stessa agenzia governativa riconosce che il numero è probabilmente sottostimato. 

A settembre 2024, in occasione di un briefing del Congresso Usa sul “Born-Alive Abortion Survivors Protection Act” (“Legge sulla protezione dei sopravvissuti all’aborto nati vivi”), il National Right to Life ha rilasciato un report che elenca una serie di prove sui casi di infanticidio dopo aborti falliti.

Secondo la ricerca della dottoressa Joanna Howe, in Australia sarebbero più di 800 i bimbi abortiti vivi e lasciati morire nel decennio 2010-2020, ovvero una media di circa sette al mese. Nel Queensland e a Victoria, gli unici Stati che pubblicano dati completi, i casi sono stati rispettivamente 328 e 396. Ma la Howe ha individuato altri casi e osserva che i numeri sono significativamente sottostimati visto che solo due Stati segnalano questi dati e aggiunge che vi sono prove che i bambini vitali frutto di aborti tardivi vengano lasciati morire, anche per il fatto che la legge federale non prevede che siano fornite loro cure salvavita. Per esempio da un rapporto del coroner del Territorio del Nord emerge che una bambina, Jessica Jane, nata viva a seguito di un aborto fallito, è stata posta in una bacinella reniforme in una stanza vuota in attesa che morisse. L’infermiera incaricata di controllarla ha detto che la bimba si muoveva e piangeva finché - secondo quanto riportato nel rapporto - «dopo circa un’ora il battito cardiaco e la respirazione sono progressivamente rallentate fino alla morte».

Ad agosto 2024, l’ostetrica Louise Adsett ha testimoniato in un’inchiesta parlamentare che all’ospedale di Brisbane nel Queensland, dove lavora da 14 anni, «abbiamo avuto bambini nati vivi dopo aborti effettuati dalla 15a alla 22a settimana, ansanti, che si muovevano, con il battito cardiaco palpabile, che lottavano per sopravvivere come ogni essere umano è progettato per fare». La Adsett ha aggiunto che a volte questi bambini «vengono messi in “cappelli da strega” [contenitori a forma di cono, ndA], coperti e lasciati lì dentro a morire senza alcuna assistenza medica». Ha inoltre riportato «il caso non raro» di un bimbo abortito vivo a circa 21 settimane di gestazione che ha «boccheggiato e lottato per sopravvivere cinque ore prima di esalare l’ultimo respiro».

Da un report ufficiale del 2007 del Confidential Enquiry into Maternal and Child Health, commissionato dal Governo, sulla mortalità perinatale rilevata negli ospedali di Inghilterra e Galles nel 2005, è emerso che solo in questo anno sono stati lasciati morire 66 bambini sopravvissuti ad aborti, effettuati tramite il Servizio sanitario nazionale. Di questi, 16 nati dopo la 22a settimana di gestazione o più, sono sopravvissuti da un minuto a quattro ore e mezza. I restanti 50 avevano un’età gestazionale inferiore alle 22 settimane; la metà di essi è sopravvissuta per circa un’ora, mentre un bimbo ha respirato senza alcuna assistenza per dieci ore prima di morire.

Uno studio pubblicato a giugno 2024, condotto da medici dell’Università di Montreal, ha scoperto che sono nati vivi oltre l’11% (uno su nove) dei bambini canadesi abortiti a 23 settimane di gestazione in Quebec tra il 1989 e il 2020, e il 90% di loro sono sopravvissuti senza assistenza fino a tre ore.

Gli autori hanno inoltre notato che la probabilità che un bambino sopravviva a un aborto è significativamente aumentata negli anni, dal 4,1% (tra il 1989 e il 2000) al 10,2% (2001-2010) fino al 20,8% (2011-2021). 

Il primo a scoprire questa cruda realtà in Canada era stato il blogger prolife Pat Maloney il quale, avvalendosi del Foia (“Freedom of access to information requests”), aveva scoperto che tra il 2000 e il 2009 c’erano stati 491 bambini sopravvissuti all’aborto e lasciati morire. Nel 2018 il Canadian Institute of Health Information aveva registrato 766 nati vivi da aborti tardivi, nel periodo 2013-2017, in tutto il Canada escluso il Quebec.

Le testimonianze

Negli anni Settanta sia Gianna Jessen sia Melissa Ohden sono sopravvissute ad aborti con soluzione salina e lo testimoniano in prima persona. La Ohden ha poi fondato l’Abortion Survivors Network (Asn) nel cui sito sono riportate le storie di altri sopravvissuti all’aborto. L’Asn stima che ogni anno negli Usa ci siano più di 1.700 bambini che sopravvivono agli aborti e più di 85.000 sarebbero i bimbi sopravvissuti negli anni della Roe v. Wade.

Nel 1993 Ana Rosa Rodriquez è nata viva durante un aborto tardivo a 32 settimane dopo che il medico abortista le aveva strappato un braccio. Anche Josiah Presley ha perso gran parte di un braccio a causa di un aborto al quale è sopravvissuto. Nel 2022 ha raccontato a Live Action la sua toccante testimonianza. Altri sopravvissuti all’aborto che lo possono raccontare sono Claire Culwell, nata al settimo mese di gestazione con i fianchi slogati e piedi torti a causa del tentato aborto; Nik Hoot, abortito vivo a 24 settimane di gestazione con parti mancanti in entrambe le gambe e le dita delle mani non completamente sviluppate; Heidi Huffman; Brandi Lozier e tanti altri.

In un’intervista al The Atlantic l’abortista Warren Hern ha ammesso che alcuni bambini possono sopravvivere all’aborto e ha raccontato i casi di due aborti eseguiti a 15 - 16 settimane con il forcipe: bimbi nati vivi con il cuore pulsante e morti subito dopo. Hern ha detto che l’immagine di quei bimbi lo ha perseguitato per molto tempo: continuava a visualizzare nella mente un feto col cuore che «batteva, batteva, batteva», svegliandolo persino di notte mentre dormiva. 

L’abortista LeRoy Carhart ha ammesso che persino bambini al primo trimestre possono a volte essere abortiti integri e vivi dopo aspirazione tramite vacuum. Anche la famosa abortista Ann Furedi del British Pregnancy Advisory Service - uno dei principali fornitori di aborti del Regno Unito - ammette, seppur con molta reticenza, che questi casi si verificano.

Gli studi

Lo studio canadese del 2024, già citato, oltre ad aver scoperto che l’11% degli aborti ha portato alla nascita di 1.541 bambini vivi, ha anche rilevato che gli aborti effettuati tra 20 e 24 settimane di gestazione erano «associati a un rischio di parto vivo 4,8 volte più elevato» rispetto a quelli praticati tra 15 e 19 settimane.

Uno studio del 2018 condotto in Europa, che ha preso in esame 241 aborti indotti tra 20 e 24 settimane di gestazione, ha rilevato che sette abortisti su dieci che fanno aborti tardivi non eseguono il “feticidio” prima dell’induzione del travaglio e «senza feticidio il tasso dei nati vivi è del 50,6%», vale a dire che circa la metà dei bambini sopravvive all’aborto. Il “feticidio” consiste in un’iniezione intracardiaca al bimbo, quando è ancora nella pancia della madre, ma non si tratta di una pratica “facile” per i medici, (anche dal punto di vista psicologico ?), e molti non sono disposti a praticarla.

Da una revisione del 2023, commissionata dal dipartimento della Salute irlandese, emerge che nel Paese vi sono bambini che nascono vivi dopo gli aborti e che probabilmente vengono lasciati morire, anche se non menziona quanti siano. Nel rapporto si legge, infatti, che alcuni pediatri e neonatologi non sono disposti a fornire cure palliative ai bambini che nascono vivi da aborti tardivi. La tendenza era già stata accertata in un precedente studio, condotto sempre in Irlanda, basato su interviste a dieci dottori irlandesi che eseguono aborti tardivi su bambini che hanno ricevuto una diagnosi di anomalia fetale incompatibile con la vita. Gli intervistati hanno ammesso che senza “feticidio” i bambini possono sopravvivere all’aborto; diversi hanno definito il loro lavoro come «brutale» e «omicida» e uno ha ammesso di «pugnalare i bambini al cuore».

I medici hanno anche espresso preoccupazione per l’incertezza che c’è riguardo a chi debba occuparsi dei bambini che sopravvivono all’aborto e per il timore di essere denunciati se il bambino sopravvive più di quanto ci si aspetti.

 

#2 - Dicono: «I sopravvissuti all’aborto ricevono cure mediche adeguate»

I paladini dell’aborto sostengono che i bambini che sopravvivono agli aborti ricevono tutte le cure mediche necessarie e abortisti come Jen Gunter affermano che questo genere di infanticidio non si verifica. I fatti dicono altro. In un video sotto copertura del 2019 un’addetta all’aborto di New York rivela che se una donna abortisce un bambino vivo le si dice di «buttarlo» nel water o di «chiuderlo in un sacchetto». Sempre nel 2019 l’ex infermiera Jill Stanek ha testimoniato al Congresso Usa che i bambini nati vivi durante gli aborti tardivi, in un ospedale dell’Illinois dove all’epoca lavorava, venivano lasciati morire in uno sgabuzzino sporco. Una rassegna pubblicata in tre puntate nel 2018 da Live Action mostra in maniera dettagliata (con l’ausilio di immagini e video) che questi bimbi venivano tenuti in vita quasi un giorno per fare degli esperimenti.

Abby Johnson, ex direttrice di una clinica Planned Parenthood di Houston (la cui storia è stata raccontata nel noto film Unplanned), nel suo libro del 2018 The walls are talking (“I muri parlano”) raccoglie diverse testimonianze di ex operatrici nelle cliniche abortive. Una di queste ex addette alla stanza dei Poc (“Products of conception”, “Prodotti del concepimento”) - nella quale vengono portati i bambini abortiti per accertare che tutti i pezzi siano stati estratti dall’utero, per evitare pericolose infezioni alle madri - racconta di come una nuova operatrice scappò dalla stanza terrorizzata alla vista di un bambino abortito muoversi. In quel caso si trattava di un bimbo di 16 settimane parzialmente smembrato - durante l’aborto gli erano state strappate le gambe - che si muoveva ancora e sicuramente stava soffrendo tremendamente. L’operatrice racconta che il bimbo morì entro pochissimo tempo.

Un altro video sotto copertura, realizzato nel 2017 dal Center for Medical Progress, riprende l’abortista Taylor DeShawn, che pratica aborti presso una clinica Planned Parenthood in Arizona, mentre si lamenta della legge del Paese che impone di prendersi cura di qualsiasi feto che dopo un aborto presenti segni vitali. L’abortista afferma che quando il piccolo sopravvive «bisogna fare attenzione a chi c’è nella stanza, chiaro? Perché la legge stabilisce che in questi casi non si possono fare manovre [sul feto] per provocarne la morte. Quindi è davvero complicato... È un problema», suggerendo con ciò che se nella stanza ci sono le persone “giuste” le “manovre” sul feto si possono fare.

Sempre nel 2017 la video-testimonianza di una donna incinta di 22 settimane, che si era recata per abortire in una clinica Planned Parenthood di Saint Paul (Minnesota), mostra che la domanda su cosa sarebbe successo al figlio se fosse nato vivo ottenne come risposta: «Se dovesse succedere, molto probabilmente gli romperemo il collo».

Nel 2013 c’era stata la condanna per omicidio dell’abortista Kermit Gosnell, soprannominato il “mostro di Philadelphia”, per l’uccisione di almeno tre bambini sopravvissuti all’aborto. Il metodo usato da Gosnell era una sforbiciata secca alla colonna vertebrale, sotto la nuca.

Lo stesso anno l’associazione pro vita Life Dynamics Inc. ha intervistato tre ex dipendenti di una clinica di Houston gestita da Douglas Karpen, soprannominato il “Gosnell del Texas” per le modalità crudeli con cui uccideva i sopravvissuti all’aborto. Le testimoni raccontano che Karpen perforava ai bimbi la zona molle del cranio o torceva loro il collo con le mani. Le ex dipendenti affermano che «la maggior parte delle volte potevamo vedere che il feto usciva completamente e, naturalmente, era ancora vivo»; che Karpen «faceva moltissimi aborti tardivi e i feti messi nei sacchetti erano davvero grandi!»; che «a volte, quando non riusciva a tirare fuori il feto perché troppo grande, lo faceva a pezzi estraendolo pezzo per pezzo e tutto il pavimento si sporcava di sangue».

Sempre nel 2013 un video sotto copertura, girato presso la clinica Dr. Emily Woman’s Health Center del Bronx a New York, ha ripreso un’addetta che, alla domanda su cosa accadrebbe se il bambino dovesse essere abortito vivo, risponde: «Verrà messo in un barattolo con la soluzione e non si muoverà più»; la sua respirazione «si fermerà automaticamente». 

In un altro video del 2013 sotto copertura gli abortisti ammettono chiaramente di essere disposti a lasciar morire i bimbi che sopravvivono all’aborto. Lo stesso ha fatto la portavoce di Planned Parenthood Alisa LaPolt Snow, quando ha testimoniato alla Camera della Florida contro una proposta di legge che richiedeva assistenza medica ai sopravvissuti all’aborto, sostenendo che il destino di questi bambini «dovrebbe rimanere una questione tra la paziente e il professionista sanitario», cioè che un bambino dovrebbe essere lasciato morire se questo è ciò che la madre e l’abortista vogliono.

In un’indagine sotto copertura di Live Action del 2012 l’abortista Laura Mercer risponde che non avrebbe rianimato un bambino nato da un aborto fallito. L’abortista Cesare Santangelo, proprietario della clinica per aborti tardivi Surgi-Clinic di Washington Dc, ha detto la stessa cosa ammettendo che i bambini nati vivi durante gli aborti tardivi non ricevono alcuna assistenza medica. Un altro filmato sotto copertura, del 2022, mostra una addetta della stessa clinica dire a una donna che durante l’aborto con pillole poteva «entrare in travaglio e partorire un feto prematuro in albergo», in questo caso le avrebbero detto «semplicemente cosa fare del corpo [del bambino]». Sempre nel 2022 l’organizzazione no profit Progressive Anti-Abortion Uprising ha trovato nei contenitori dei rifiuti sanitari della clinica di Santangelo 115 bambini abortiti, dei quali cinque di età gestazionale molto avanzata (uno era chiaramente a termine) le cui lesioni erano compatibili con l’aborto a nascita parziale (illegale) o l’infanticidio

Nel 2009 la Cbs News ha riportato la notizia dell’arresto di Belkis Gonzalez, proprietaria della clinica abortista A Gyn Diagnostic di Hialeah, in Florida, per il fatto che nel 2006 avrebbe chiuso in un sacchetto per lo smaltimento di materiale a rischio biologico, per poi nasconderla sul tetto, una bimba partorita nella sala d’attesa della struttura dove la madre stava aspettando il medico dopo aver preso le pillole per dilatare la cervice. Nell’occasione un informatore anonimo avvisò la polizia, la quale recuperò il corpicino ormai senza vita della neonata e, grazie all’analisi del Dna, si riuscì a risalire alla madre.

Nell’aprile 2005 Baby Roman è stato lasciato morire senza che nessuno intervenisse, dopo essere nato vivo a seguito di un aborto tardivo praticato alla Epoc Clinic di Orlando, in Florida. La madre del bimbo chiese a un’amica di chiamare il 911 perché alla clinica «vogliono che il bambino muoia», ma lei non era d’accordo. Nella telefonata fatta da costei alla polizia si sente dire: «La mia amica mi ha appena chiamata dicendomi che il bambino è nato vivo nel gabinetto e il personale vuole che lo lasci lì… a morire, ma lei non vuole che questo accada».

In una lettera inviata a Live Action (pubblicata in forma anonima nel 2023) una dottoressa del pronto soccorso ha rivelato che quando era tirocinante in ostetricia ha assistito a un aborto tardivo fallito intorno alla 22a settimana di gravidanza. La dottoressa racconta che la donna diede alla luce una bambina viva che fu lasciata sola a morire in un angolo della stanza. I medici abortisti si aspettavano che sarebbe morta subito, invece la bimba iniziò a piangere. Mossa da compassione la tirocinante racconta di averla presa in braccio per coccolarla, ma venne rimproverata e invitata a rimetterla al posto perché le infermiere dovevano documentare quando sarebbe avvenuto il decesso. Privata di ogni cura e del supporto respiratorio la bimba morì qualche ora più tardi.

Nel 2000 il Center for Medical Progress, fondato da David Daleiden, poi perseguitato per anni per aver svelato il traffico di organi di bambini abortiti (che la potente industria dell’aborto avrebbe voluto tenere nascosto), ha pubblicato numerosi video sotto copertura che svelano l’ignobile commercio. In uno di questi video Holly O’Donnell, addetta al reperimento di organi presso la clinica Planned Parenthood di Mar Monte’s Alameda a San Jose in California, rivela che gli organi venivano prelevati ai bimbi abortiti mentre erano ancora vivi. Racconta che un’addetta la chiamò per istruirla sul “prelevamento” di organi in una bimba appena abortita: «Le toccò il cuore e questo iniziò a battere». Poi disse: «Sembra un ottimo feto, possiamo ricavarne molto». Procedette quindi a estrarre il cervello e gettò il corpicino in un contenitore per essere smaltito.

 

#3 - Dicono: «I sopravvissuti all’aborto sono tutelati dalla legge»

Se, come visto sopra, gli infanticidi attivi e passivi di bambini nati vivi dopo l’aborto non sono affatto rari è perché molti Stati non prevedono per loro alcuna protezione legale o se la prevedono essa rimane sostanzialmente inapplicata. 

Per esempio negli Usa il “Born-alive infants protection Act”, approvato nel 2002 - che stabilisce che ogni bambino che sopravvive a un aborto è una persona con cittadinanza piena e perciò ha diritto a uguale protezione secondo la legge federale -, non obbliga a fornire cure come la rianimazione neonatale o il trasporto immediato all’ospedale più vicino. Non prevede nemmeno pene per i trasgressori. Nel caso delle leggi di Maryland, Colorado e California del 2022, i giuristi osservano che sono state formulate in modo da creare scappatoie per consentire l’infanticidio.

In particolare in 15 Stati (Alaska, Colorado, Connecticut, Hawaii, Idaho, Illinois, Maryland, Minnesota, New Jersey, New Mexico, New York, North Carolina, Oregon, Utah e Vermont) l’infanticidio non è esplicitamente vietato. Le leggi di questi Paesi non richiedono agli operatori sanitari di prestare ai sopravvissuti all’aborto le medesime cure e diligenza riservate ai bambini partoriti, ma non obbligano al trasporto in ospedale; non prevedono sanzioni per chi li lascia morire e non prevedono alcun obbligo di segnalazione dei casi. 

 

 

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