14/10/2017

Aborto – Il dolore degli ultimi

A proposito del disegno di legge che proibisce l’aborto dopo la 20esima settimana negli USA.

Nella battaglia dei pro-life americani per la proibizione dell’aborto praticato oltre la 20esima settimana, approdata al voto favorevole della Camera dei Rappresentanti il 3 ottobre, si sta facendo strada una nuova strategia di lotta contro l’aborto.

Essa si articola su tre punti fondamentali:

  1. la crudeltà dell’aborto tardivo
  2. i progressi della ricerca medica in merito allo sviluppo del feto nelle prime 20 settimane
  3. la posizione giuridica del feto quale soggetto autonomo in relazione alla “capacità propria di sentire dolore”

L’aborto tardivo

La crudeltà dell’aborto tardivo è un tema delicato, “politicamente scorretto”. Un perbenismo ipocrita vieta di sollevarlo o anche solo di parlarne. Ma i pro-life americani, avendo il coraggio di andare contro corrente, hanno denunciato che qui si consuma una crudeltà assoluta, del tutto ingiustificabile di fronte alla nostra civiltà giuridica. Con la “dilatazione-evacuazione”, il metodo abortivo tardivo più utilizzato, si induce una dilatazione del collo dell’utero per evacuare il bambino con una pinza: il medico ghermisce quello che può, tira e strappa, facendo a pezzi il bambino, che viene poi cinicamente ricostruito per verificare se ne manchino. Tutto questo senza anestesia né feticidio in precedenza (si veda qui). In alternativa si usa iniettare diossina nel ventre materno per provocare l’arresto cardiaco. Ma una sorte ancora peggiore interessa i feti sopravviventi (stimati, dal British Journal of Obstetrics and Gynaecology, circa il 10% alla 23esima settimana): sono «lasciati morire senza assistenza, faticando a respirare, a volte per diverse ore, o sono uccisi con un’iniezione letale o soffocamento, per poi essere gettati tra i rifiuti organici» (Gregor Puppinck, Aborto tardivo ed infanticidio – Il Consiglio d’Europa se ne lava le mani, Notizie ProVita, 28-11-2014). Marjorje Dannenfelser, Presidente dell’associazione pro-life Susan B. Anthony List, ha significativamente parlato di «armonizzazione delle nostre leggi con la decenza umana».

L’aborto e la scienza: lo sviluppo del bambino

Il progresso della ricerca medica porta a determinare che il sistema neurologico del bambino è già pienamente formato alla 20esima settimana. Ciò apporta elementi di novità rispetto alla pronuncia della Corte suprema americana del 1973, che invece prendeva atto delle indeterminazioni delle conoscenze mediche a proposito. Il testo del “Pain-Capable Unborn Child Protection Act” spiega che: «i recettori del dolore (nociceptori) sono presenti nel corpo intero del nascituro e i nervi collegano questi recettori al talamo e al piatto subcorticali del cervello entro e non oltre 20 settimane dalla fecondazione». Non ci sarebbero, quindi, dubbi che i feti avvertano dolore mentre i loro corpi sono schiacciati, strappati, smembrati. «Non possiamo invocare il non sapere, il loro dolore non è più invisibile!», ha dichiarato lo speaker della Camera, Paul Ryan, prima del voto in aula. Né si potrà più affermare che «una simile sofferenza è semplicemente il danno collaterale della libertà riproduttiva» (così Padre Frank Pavone, dei Sacerdoti per la vita, in un articolo del 27 settembre sul Washington Examiner).

L’aborto e la questione giuridica del feto

In ragione della sua capacità di sentire dolore, nel senso proprio di una risposta neurologica, il feto diventa soggetto autonomo da tutelare. Alla domanda: quando i nascituri hanno diritto alla protezione dello Stato? la Corte suprema nel 1973 rispondeva: quando sono in grado di sopravvivere al di fuori del ventre materno, concludendo che «la vitalità è di solito collocata a circa sette mesi (28 settimane), ma può avvenire prima, anche a 24 settimane». Ora, chiedere che la tutela del feto inizi in ragione dell’avvertenza del dolore significa riconoscergli, conseguentemente e logicamente, almeno quanto l’ordinamento già prevede per gli animali da allevamento. Sembra cinico, ma è così! Non è, pertanto, irrilevante che, in sede di votazione, il deputato Trent Franks, promotore del disegno di legge, ha fatto osservare che sotto la legge federale gli animali da allevamento hanno più protezione dei feti. Sullo sfondo della questione: quando il feto può considerarsi persona e, quindi, quando inizia la vita umana? si consuma negli USA, ma non solo, un’ordinaria disumanità che solo l’ostinazione ideologica porta a misconoscere. Essa, ha dichiarato sempre il deputato Franks, rappresenta «la più grande e più insidiosa lesione dei diritti umani negli Stati Uniti oggi».

Conclusione

A distanza di decenni dalla stagione delle legislazioni abortiste, possiamo misurare le aberrazioni ideologiche e le ordinarie crudeltà che esse hanno legittimato. Ci rendiamo, quindi, sempre più conto che sull’aborto si gioca una fondamentale battaglia di civiltà, attinente alla questione della vita umana in tutta la sua drammaticità e serietà. Non è, quindi, un caso che questo tema sia stato decisivo nella campagna elettorale USA 2016 (si ricordi che la Clinton nel terzo dibattito televisivo per le presidenziali, il 19 ottobre 2016, aveva difeso il “partial birth abortion”, l’aborto al nono mese, mentre Trump, scegliendo Mike Pence, paladino del movimento antiabortista, a suo vice, aveva mostrato la volontà di fare del diritto alla vita un argomento centrale della sua Presidenza) né che su questo tema il Presidente del più potente paese del mondo metta a rischio la sua stessa credibilità. Perché oggi «al punto in cui tale sviluppo è giunto, esso dipende interamente dal sapere che cos’è l’uomo al suo principio, nel suo germe» – come profeticamente scrisse il cardinale Ersilio Tonini 30 anni fa (Genetica. Il tempo della Grande Sfida, Avvenire del 25 Settembre 1986).

Clemente Sparaco


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