27/11/2016

Aborto e origini intellettuali dell’abortismo

La pratica dell’aborto, lo sappiamo, ha una triste storia che si confonde con quella dell’umanità. Tutt’altro discorso per l’ideologia dell’aborto, cioè per la giustificazione teorica e pratica dell’aborto, che appare invece un fenomeno tutto moderno.

Quali sono le origini intellettuali dell’abortismo? Sono domande che porterebbero lontano, assai più dei limiti imposti a un breve articolo come questo.

La diffusione dell’abortismo è un capitolo di una più ampia cultura della morte. Il moralista Lino Ciccone ne ha fornito una descrizione semplice ma efficace. Essa è «una visione socialmente diffusa che considera la morte provocata di intere categorie di esseri umani con un certo favore, che si traduce in una serie di atteggiamenti, comportamenti, istituzioni e leggi che tale rifiuto favoriscono e ulteriormente diffondono nella società». (Lino Ciccone, La vita umana, Ares, Milano 2000, p. 24).

In un importante saggio del 1976, Abortismo libertario e sadismo, il filosofo del diritto Luigi Lombardi Vallauri ha individuato due tipologie di aborto-ideologia:

a) l’abortismo “libertario”, che afferma l’assoluta indifferenza, sul piano morale, dell’interruzione di gravidanza e prevede un accesso incondizionato all’aborto sulla base della semplice manifestazione della volontà individuale (l’aborto come “diritto umano”). L’aborto è ammesso sempre a discrezione della donna senza alcun controllo da parte di terzi, senza alcuna sanzione o attività di prevenzione;

b) l’abortismo “umanitario”, che concede invece un accesso condizionato all’aborto. Secondo questa seconda forma di abortismo [decisamente più ipocrita dell’altra, NdR] la soppressione del nascituro è un male, un male psicologico, sociale, forse anche morale. Però è un “male necessario” (l’aborto come “extrema ratio”), tollerabile solo in alcuni casi particolarmente drammatici di grave minaccia alla salute psico-fisica della madre, di indigenza estrema, di probabili malformazioni del nascituro. Esige almeno, in linea teorica, un controllo dall’esterno che assicuri il “rispetto delle regole”, con la forza pubblica pronta a sanzionare e punire chi le infrange. Non è tutto: la tendenza delle istituzioni pubbliche, nella logica dell’abortismo “umanitario”, dovrebbe condurre a prevenire l’aborto rimuovendone le cause sociali con politiche di sostegno alle maternità “a rischio”, favorendo se occorre l’adozione del bambino, e via dicendo.

Il “padre” dell’abortismo, afferma Lombardi Vallauri, deve essere rintracciato in Donatien-Alphonse-François de Sade (1740-1814), l’autore di romanzi inneggianti a perversioni sessuali e a crimini d’ogni genere. In lui si trovano i primi passi della letteratura occidentale (forse anche mondiale) che autorizzano in maniera sistematica l’aborto come un diritto assoluto della donna a disporre del proprio corpo.

Sade è un Kant pervertito per il quale l’altro va considerato sempre un mezzo e mai un fine. Questo profeta dell’anti-vita professa un nichilismo aggressivo: «La riproduzione – scrive – non è per niente il fine della natura». I protagonisti dei suoi racconti descrivono con terrificante brutalità la gravidanza come un orrore da evitare ad ogni costo, l’infanticidio è definito un «delitto immaginario», da perpetrare senza scrupolo alcuno. Per l’individualismo proprietario di Sade la donna è arbitra suprema della gravidanza. Essa è padrona assoluta di «quel pezzo di carne, per animato che sia, non diversamente da come lo siamo delle unghie che tagliamo dalle nostre dita... perché siamo incontestabilmente possessori di tutto ciò che è in noi, fa parte di noi, emana da noi», «non si può imporre a nessuno di diventar padre o madre se non ne ha voglia».

Non suona familiare? Sono argomenti entrati nell’immaginario collettivo al punto da forgiare un senso comune impregnato di sadismo. Kant era convinto che la sola meccanica del diritto sarebbe riuscita ad assicurare la pacifica coesistenza persino di una «società di demoni». Si sbagliava. L’abortismo di Sade, insediatosi pressoché in ogni ordinamento giuridico del nostro tempo, mostra a sufficienza che i demoni all’occorrenza sanno bene anche come maneggiare le leggi.

Andreas Hofer


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