28/08/2020 di Francesca Romana Poleggi

Aborto e "femminicidio"

Ogni essere razionale dovrebbe riconoscere l'importanza della legge naturale e sapere che l'aborto volontario è un male grave, in ogni circostanza, perché il dato reale è che il momento del concepimento segna l'inizio della nuova vita di un nuovo essere umano, unico e irripetibile, che con l’aborto (e con la cosiddetta “contraccezione di emergenza”) viene soppresso.

Purtroppo sappiamo bene che le leggi positive, che ormai vigono da decenni, giustificano l’uccisione dei bambini nel grembo: la cultura abortista, pseudo femminista nega la realtà e pretende che la legalizzazione dell'aborto sia necessaria per garantire  la salute psico-fisica della madre. 

Si tratta di una cultura “pseudo” femminista, perché chi fosse davvero interessato alla tutela delle donne, dovrebbe essere in prima linea a battersi contro l'aborto, perché esso non solo uccide il bambino, ma nuoce gravemente alla salute psico-fisica della madre. 

In occasione del triste quarantesimo anniversario della legalizzazione dell'aborto in Italia, nel 2018, ProVita (allora non era ancora Pro Vita & Famiglia) si è tirata addosso gli strali biliosi e violenti di radicali e (pseudo) femministe, proprio per aver messo in luce, da un lato, l'umanità del concepito (con i famosi manifesti del bambino di 11 settimane, tra cui quello censurato dal sindaco di Roma) e, dall'altro, le conseguenze dell'aborto sulla salute delle donne, che - per di più -  non sono affatto informate adeguatamente in materia.

Quando una donna chiede di abortire ritenendo che la gravidanza e il parto potrebbero compromettere la sua salute psichica, ci sarebbero ottimi motivi per indirizzare la signora in questione a un buon percorso di cura psichiatrica o psicologica e non all’aborto. 

Radicali e (pseudo) femministe negano la realtà dell'aborto e quindi anche l'esistenza della sindrome depressiva post abortiva.  Depressione più o meno latente che poi esplode in modo incontrollabile con conseguenze davvero tragiche: infatti, i tassi di suicidi tra le donne che hanno abortito sono molto più alti di quelli che si registrano tra le donne che hanno partorito: ma chi mai parla di queste cose?

E’ illuminante, in proposito, un articolo di Steven Ertelt che ha proprio questo titolo (Studies Show Suicide Rate for Women Having Abortions is Higher Than Women Giving Birth, pubblicato su LifeNews - www.lifenews -, cui si rimanda anche per i completi riferimenti bibliografici in esso contenuti).

All'Università del Maryland hanno studiato i dati di 523.380 donne danesi tra i 18 e i 36 anni, per 17 anni, per rintracciare possibili collegamenti tra aborto e tentativi di suicidio. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista The Lancet Psychiatry nel dicembre 2019, con l'intenzione politicamente corretta di sminuire le connessioni aborto-suicidio, che comunque non hanno potuto negare. 

Il dottor Joel Brind del Baruch College di New York ha infatti rilevato che se - secondo detto studio -  il rischio di tentato suicidio aumenta di 2 volte e mezzo sia prima che dopo  l'aborto, vuol dire che le donne che abortiscono sono inclini a tentare di togliersi la vita 5 volte in più di quelle che non abortiscono.  Inoltre, si è chiesto perché i ricercatori avessero esaminato solo tentativi di suicidio e non anche i suicidi portati a termine. E perché hanno ignorato lo studio Gissler, della metà degli anni '90, che ha analizzato cartelle cliniche finlandesi evidenziando un numero di suicidi tre volte maggiore tra le donne che hanno abortito rispetto a quelle incinte  e sei volte maggiore rispetto a quelle che hanno partorito.

Del resto, un'altra ricerca, pubblicata sull'European Journal of Health, aveva trovato risultati simili registrando  il tasso di mortalità di 463.473 donne rimaste incinte tra il 1980 e il 2004: le donne che avevano abortito hanno più probabilità di morire (per qualsiasi ragione, compreso il suicidio) entro 10 anni dopo l’aborto rispetto alle donne che portavano a termine la gravidanza.

Un altro studio americano aveva esaminato i certificati medici  e i certificati di morte di oltre 173.000 donne californiane a basso reddito: quelle che avevano abortito si sono suicidate  2,6 volte di più di quelle che hanno partorito. Il parto, d'altra parte, è dimostrato che riduce il rischio di suicidio delle donne rispetto alla popolazione generale: già nel 1996 sul British Medical Journal si poteva leggere che il tasso di suicidi delle donne dopo il parto era 5,9 su 100.000; dopo l’aborto  era di 34,7 (tra le donne non incinte 11,3). 

Una meta analisi di studi pregressi, che ha riguardato complessivamente 877.181 donne provenienti da sei Paesi diversi, pubblicata nel 2011 sul British Journal of Psychiatry aveva rilevato che il 10% dei problemi di salute mentale tra le donne, e il 35% dei comportamenti suicidari, è attribuibile all'aborto.

Insomma: già qualcuno ha fatto notare che l'aborto è la maggior causa di “femminicidio” al mondo: poiché ci sono almeno 42 milioni di aborti in un anno è lecito pensare che circa la metà di essi abbiano ucciso bambine femmine. Possiamo aggiungere a questa strage di bambine, tutte le donne che sono arrivate a togliersi la vita perché, illudendosi di “evitare” la maternità con l'aborto, si sono ritrovate di fatto madri di bambini morti, uccisi per la loro stessa volontà, e - negando la realtà dei fatti - non hanno potuto elaborare il lutto e curare la ferita mortale che le ha condotte alla più nera - e fatale - disperazione. 

Pubblicato sul Settimanale di Padre Pio, n.5, 2020

 
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