14/06/2019

Welfare familiare, parla Vinicio Bulla: «Confronto con lobby è dura, aziende come la mia provano a dare l’esempio»

L’Unicef chiede almeno sei mesi di congedo parentale per tutti i genitori e accesso universale all’assistenza per l’infanzia di qualità e a costi accessibili sin dalla nascita fino al primo anno di scuola. La sollecitazione emerge dal rapporto I Paesi più ricchi del mondo sostengono le famiglie? Le politiche nell’Ocse e nell’Ue, a cura del Centro di ricerca Innocenti della stessa Unicef. Secondo l’indagine, Svezia, Norvegia, Islanda, Estonia e Portogallo sono i Paesi, fra i 31 ad alto reddito presi in esame, che sostengono le politiche familiari più favorevoli. Per contro Svizzera, Grecia, Cipro, Regno Unito e Irlanda sono quelli con le politiche meno favorevoli.

Le politiche familiari e di congedo parentale, comunque, non si riducono al solo welfare pubblico, ovvero ai fondi dei governi destinati alle famiglie. Vi sono imprese, in Italia e in tutto il mondo, che si battono a sostegno della natalità. Un’impresa che favorisce la coesione con le famiglie e all’interno delle famiglie, alimentando la loro prosperità, è destinata a essere più solida nel lungo periodo e ha meno probabilità di fallire. Pochi imprenditori lo hanno capito e Vinicio Bulla è uno di questi. Il fondatore e titolare della Rivit, azienda del vicentino specializzata nella produzione di tubi in acciaio inox e leghe speciali di grandi dimensioni, ha stipulato lo scorso ottobre un contratto con i dipendenti che prevede il rimborso delle spese scolastiche dei figli.

A seguito della presentazione del rapporto Unicef, Pro Vita & Famiglia ha raccolto un nuovo commento di Bulla riguardo alle politiche familiari.

Signor Bulla, nel suo ultimo rapporto, l’Unicef ha incoraggiato congedi parentali più lunghi, ponendosi in linea con quanto la sua azienda sta facendo. Ritiene che il vostro modello possa essere adattato anche nell’ambito del welfare pubblico?

«Siamo un piccolo paese ai piedi delle montagne [Caltrano, VI, ndr], dove c’è ancora questa sensibilità familiare. Anche da noi lo dicono: se tu, con uno stipendio di 1500 euro mensili, paghi un affitto o un mutuo e hai più di un figlio, è molto più problematico che tenere in casa un cagnolino di piccola taglia. La mia iniziativa, naturalmente, è stata molto gradita, tanto è vero che, su 150 dipendenti, 15 già ne stanno usufruendo e intanto già ho ricevuto contatti da altre aziende. Tra l’altro, su queste spese non gravano i contributi, quindi lo Stato, indirettamente, dà un aiuto, poi l’azienda, se è in attivo, risparmia anche del 27-28% sulle imposte. Quindi, bisogna darsi da fare e continuare a battersi per questi obiettivi. Anche la stampa dovrebbe interessarsene, sono temi che riguardano il nostro futuro».

Che cosa manca per avvicinarci a un modello del genere?

«Quello che manca è innanzitutto una cultura della vita, che comincia a scarseggiare anche tra le fasce d’età che potrebbero avere figli. Molti mettono davanti a tutto le vacanze o lo sport e il problema della scarsa natalità non li tocca. Quindi siamo di fronte proprio a un problema culturale: si tratta di far capire alla gente, che se non ci sono nascite, non c’è popolo, né nazione. Bisogna quindi lavorare sulla continuità delle generazioni».

E l’aiuto dello Stato?

«È fondamentale anche quello, ma vediamo che, da tanti anni, lo Stato si disinteressa della natalità. Serve a poco dare 100 o 200 euro a figlio, ci vuole una continuità, dovrebbe essere posto in cima all’agenda di ogni governo. Se non si farà, tra non più di 4-5 generazioni, la popolazione italiana sarà una minoranza sul suo stesso territorio».

Siamo reduci dalle elezioni europee, l’Unione Europea e altre istituzioni internazionali che contributo possono dare al rilancio demografico?

«Non mi sembra che la Commissione Europea abbia intenzione di toccare questo tasto. A livello mondiale, poi… Ho letto che 180 amministratori di grandi aziende, sul New York Times, affermano che, in sostanza, l’aborto fa bene all’economia [ride, ndr]… Quando questo tipo di pensiero corre a quei livelli, magari poi la gente comune lo assorbe, allora la lotta si fa davvero dura. Mi pare la stessa Unicef, a cui lei accennava, sia sempre stata poco incline alle politiche nataliste».

Dal governo, cosa si aspetta?

«Sono trent’anni che sento parlare di aiuti alla famiglia ma poi il risultato è quello che è. Abbiamo anche un Ministero della Famiglia ma è senza portafoglio, quindi non mi faccio grandi illusioni. La famiglia viene messa in coda rispetto ad altri obiettivi pur leciti e importanti. Invece dovrebbe essere fondamentale per un popolo e per una nazione. Siccome questo non avviene, noi cittadini e aziende dobbiamo arrangiarci e, per quel poco che possiamo fare, dobbiamo diffondere l’esempio. Occorre insistere ma dobbiamo fare i conti con lobby contrarie molto potenti. Il Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona ne è stata la dimostrazione: per proteggere i congressisti sono stati necessari i poliziotti, mentre la manifestazione dei contrari ha potuto sfilare tranquilla, dicendo quello che voleva, senza che le forze dell’ordine siano dovute intervenire…».

Luca Marcolivio

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