24/08/2022 di Andrea Ingegneri

"Vivere senza menzogna"

Scriveva il grande dissidente russo Aleksandr Solgenitsin: «Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia!».

 

La “de - moralizzazione” di intere generazioni: il monito di Bezmenov

Negli ultimi decenni intere generazioni si sono illuse di poter limitare il campo di azione del vivere quotidiano a specifiche aree di interesse: la carriera, gli hobby e l'intrattenimento personale. Mantenere vivo l'impegno politico e prodigarsi per la conservazione dei valori fondanti del mondo libero sarebbe stato compito di qualcun altro. Abbiamo assistito ad una progressiva disaffezione dalla cosa pubblica, con l'affermarsi di un modello di società individualista, proteso a privilegiare il soddisfacimento di bisogni materiali per mezzo di un consumo frenetico, e a guardare gli aspetti rimanenti con superficialità quando non addirittura con disprezzo. In realtà i fattori che hanno permesso ciò sono molteplici, ma ci basta constatare che aver dato per scontate le nostre libertà senza tener vive le virtù per mantenerle integre può aver presentato un duro prezzo da pagare, ossia il rischio di perderle senza troppe cerimonie. Non interessarsi di politica comporta che sarà la politica a interessarsi di noi, in modi che potrebbero non piacerci. Appisolarsi, in democrazia, può comportare quindi il risvegliarsi in qualche forma di dittatura, non sempre esplicita come quella vissuta dai nostri nonni, ma non per questo meno insidiosa dei sistemi totalitari del passato. Si è più volte discusso dei rischi della cosiddetta “dittatura del politicamente corretto”, una definizione senz'altro significativa ma che tuttavia non coglie pienamente i connotati della minaccia che stiamo vivendo. 

Un prezioso monito a riguardo ci è stato dato in una celebre intervista nel 1984 da Yuri Alexandrovich Bezmenov, l'ex agente del Kgb disertore in Canada, che ha illustrato come le insidie del totalitarismo avanzino per vie più subdole di quelle costruite ad arte dai film di spionaggio alla 007. Il grosso dell'attività passa invece per un lento ed estenuante logorio teso a fiaccare moralmente una generazione della popolazione da colpire, soprattutto attraverso i canali dell’istruzione, avviando un processo a lungo termine che può protrarsi fino ad alcune decine di anni. Opportunamente de-moralizzate, le vittime perdono irreversibilmente la capacità di intendere ogni dato oggettivo fuori dai termini della propaganda subita, e di agire al di là degli schemi dei manipolatori. A quel punto azioni specifiche di destabilizzazione trovano terreno fertile per avviare, sulla leva su una crisi scatenante, la cosiddetta “normalizzazione”, ovvero l'accettazione di fatto del nuovo regime ormai manifesto. O potremmo dire la “nuova normalità”, per usare un termine oggi più in voga. 

Questa constatazione un po' caustica dovrebbe indicare che, rispetto ai continui attacchi che subiscono le libertà e i diritti fondamentali, non c'è niente di nuovo sotto il sole. Gli spunti migliori per comprendere il presente, per quanto tecnologicamente evoluto e globalizzato, possono venire ancora una volta dalla memoria di quel triste passato che, per un abbaglio del progresso, avevamo accantonato pensando che non sarebbe più tornato. Alexandrovich viveva nella paura che sottovalutare le vie traverse della propaganda avrebbe fatto precipitare rapidamente gli Stati Uniti in un regime comunista. Temeva che a quel punto non ci sarebbe stato più alcun Paese al mondo dove andare a disertare. Un timore che fortunatamente non si è concretizzato, almeno per ora, ma che non può lasciarci indifferenti vista l'incalzante compressione di diritti ed il diffondersi di varie forme di censura.

 

La Resistenza dei Cristiani al totalitarismo moderato

Mantenere alta l'attenzione è certamente utile ma di per sé non è sufficiente. Gli sforzi di opposizione vanno costruiti su una solida impalcatura che aiuti a leggere le mosse della parte avversa alla luce dell'immenso bagaglio culturale dei passati fronti di resistenza, con le relative strategie di contrasto che nel corso della storia hanno mostrato efficacia. A tale riguardo Rod Dreher (nella foto), con il suo ultimo libro dal titolo La Resistenza dei Cristiani - manuale per fedeli dissidenti offre una miniera inesauribile di conoscenze, sapientemente organizzate e fruibili, per comprendere e reagire alla nuova minaccia del totalitarismo moderato, cioè la forma dal volto gentile con cui il regime emergente sta cercando di imporsi senza dare troppo nell'occhio. 

La versione italiana di quest'opera arriva a circa un anno dalla sua pubblicazione in lingua originale del settembre 2020, momento in cui la crisi sanitaria, ad oggi ancora in essere, non aveva rinnovato il suo impatto devastante con l'imminente arrivo della seconda ondata. Essendo forse percepito come un fenomeno ormai destinato ad esaurirsi, la portata rivoluzionaria dell'emergenza Covid quasi non appare nel testo, che si limita a evidenziare come i governi abbiano manifestato incapacità nel farvi fronte efficacemente. Viene offerto a riguardo un interessante parallelismo con un'imponente carestia nella Russia pre-rivoluzionaria. Qui l'assenza di risposte significative da parte del sistema zarista aveva alimentato un crescente malcontento popolare che sarebbe sfociato in un desiderio generalizzato di rinnovamento politico, di cui il comunismo rivoluzionario avrebbe poi tratto beneficio per imporsi, con gli esiti che ben conosciamo. Sebbene tale confronto si concentri sulla situazione negli Usa, come il resto delle numerose riflessioni presenti nel libro, i contenuti sono facilmente adattabili al contesto allargato del mondo occidentale cosiddetto democratico, inclusa l'Italia.

 

Quali sono gli elementi di novità di questo totalitarismo moderato, ed in che modo può coglierci impreparati? 

La prima parte dell'opera cerca di rispondere a questa domanda, illustrando che sarà diverso dal totalitarismo dell'Urss. Indosserà una maschera di gentilezza, celando dietro nobili finalità di giustizia sociale il proprio odio verso chi si opporrà alla sua ideologia utopica. Cercherà di sottometterci in tutti gli aspetti della vita umana, distruggendone l'essenza. Incardinandosi nella cultura terapeutica, diffusa ormai ovunque, farà leva sul diritto di ognuno a perseguire la felicità nel modo che ritiene più opportuno per ribaltare valori morali o per sminuire l'inviolabilità di certi diritti. Individuando delle categorie di oppressi da riscattare, si nutrirà del nobile intento per alimentare un «processo di demagogia spirituale e accanimento retorico» in grado di tramutare «l’attenzione nei confronti delle vittime in un controllo totalitario e in un’inquisizione permanente». Va notato che qui l'uso del tempo al futuro è solo un artificio retorico, dato che alcuni di questi elementi sono già rilevabili nell'esperienza di vita quotidiana, ad uno stadio anche avanzato. 

 

Viviamo oggi in uno Stato “pre - totalitario”?

Possiamo infatti rinvenire nella società di oggi vari elementi da Stato pre-totalitario, e trarre inquietanti parallelismi con situazioni di declino che nel passato hanno preceduto l'avanzata di feroci regimi. Tra questi citiamo una generale incapacità delle élite di tramandare alle nuove generazioni la fiducia verso le istituzioni, anche religiose; una crescente atomizzazione sociale, mista a solitudine, risultante anche dall'emarginazione degli anziani, abbandonati alla Tv, o dei rapporti virtuali costruiti con Internet che creano l'illusione del contatto umano; un insano desiderio di trasgressione che porta a un interesse eccessivo per la sessualità, accompagnato dalla diffusione della pornografia che procede di pari passo con la disaffezione verso l'istituto naturale della famiglia o dei valori tradizionali. Individui che, liberati di ogni legame con la religione, finiscono con il ritrovarsi privi di un senso condiviso dello scopo, con la conseguente tentazione di compensare questo vuoto cercando risposte e solidarietà nell'adesione ai movimenti totalitari.

 

I Social Justice Warrior

Nel disseminare questi elementi come semi velenosi, emerge la figura dei Social Justice Warrior (Sjw). I guerrieri della giustizia sociale che, animati in prima battuta da un «urgente sentimento di compassione», finiscono con l'abbracciare «una politica aggressiva e punitiva di stampo bolscevico». Come i bolscevichi ritengono, infatti, che la giustizia dipenda dall'identità e la fedeltà ad un gruppo di appartenenza; diffondono il loro vangelo per mezzo di agitazioni intellettuali, ad esempio nelle università, così da lasciare il segno in chi si troverà negli anni prossimi a rivestire un ruolo importante. Vivono nella convinzione che la scienza sia dalla loro parte ma, curiosamente, quest'impostazione non li conduce ad assumere una modalità pacata di dialogo. In realtà, i Sjw sono membri di una comunità morale motivata dall'ideologia, basata su dichiarazioni assiomatiche che non possono essere confutate. Il loro agire è imperniato sul rigore della dottrina e sull'atteggiamento inquisitorio che impedisce ogni dialogo costruttivo: dialogare significa per loro dimostrare di avere ragione agli avversari che, pentiti, si piegano al credo della giustizia sociale.

Chi non è conforme alla dottrina di cui i Sjw si fanno portatori viene trattato come un pericoloso eretico, al quale imputare una serie di psicoreati, così definiti per la difficoltà di distinguere l'accusa dalla colpa. Omofobia, islamofobia, etc. sono accuse dalle quali è difficile persino difendersi, perché spesso non si comprende neppure di cosa si tratti esattamente. Anche l'abuso dell'etichetta no-vax, nell'attuale frasario pandemista, sembra collocarsi agevolmente nella categoria degli psicoreati. Cos'è di preciso un no-vax? Chi non ha mai fatto un vaccino in vita propria? Chi fa ogni anno l'anti influenzale ma rifiuta il vaccino anti covid? Chi ha fatto prima e seconda dose ma non desidera sottoporsi alla terza? Nessuno è in grado di dirlo. 

Più in generale i Sjw si muovono sulla spinta di una radicalizzazione che vede nella giustizia sociale il surrogato di una religione congeniale ai giovani di ceto medio, secolari e istruiti, che vivono il loro privilegio con inquietudine e senso di colpa, «alienati dalle loro tradizioni e desiderosi di identificarsi in qualcosa». Il progresso, che queste persone ritengono di incarnare nella loro predicazione, «fornisce una fonte trascendente di legittimazione delle proprie azioni e inquadra ogni opposizione in un contesto retrogrado e ignorante». Arriva ad assumere le caratteristiche di una religione rivale: non a caso il marxismo proponeva di liberare l'umanità da quelle catene che ne impedivano il progresso promettendo, dopo un'apocalisse rivoluzionaria, di realizzare un paradiso sulla terra, dove l'uomo si sarebbe redento da sé e fatto come dio. Sarebbe tuttavia un errore ritenere che l'adesione al mito del progresso sia una prerogativa esclusivamente marxista: il motivo per cui è così difficile non rimanere schiacciati dalla retorica del progresso è che nel corso dell'attuale deriva ha sedotto tutti, persino i conservatori e molti cristiani praticanti, che lo hanno fatto proprio. Sarebbe un errore sottovalutare i Sjw e liquidare questi fatti come esagerati, perché la storia ha dimostrato in più occasioni come «una minoranza capace possa arrivare ad assumere il controllo su una maggioranza indifferente e scarsamente coinvolta».

 

Il “ capitalismo consapevole”

Per meglio inserire il quadro nell'attuale contesto economico, va tenuto conto che nell'ultimo secolo abbiamo assistito ad un'espansione enorme del potere aziendale, come conseguenza degli avanzamenti tecnologici e della globalizzazione. Per quanto riguarda le questioni sociali, è evidente un loro posizionarsi sempre più a sinistra. Il cosiddetto “capitalismo consapevole”, promosso da queste enormi realtà aziendali, è divenuto oggi l'agente più influente nella religione della giustizia sociale. Ha infatti unito l'ideologia progressista con i cardini della vita americana, cioè il profitto ed il consumismo. Non a caso, proprio il consumismo sembra che stia ammorbidendo le rimanenti difese, insegnando alle persone ad amare il Grande Fratello con la diffusione di tecnologie omni pervasive che, in cambio di vantaggi spesso effimeri o comunque non sufficientemente controbilanciati, invadono prepotentemente la sfera privata dei cittadini. I quali non sembrano più capaci di cogliere in questo agire alcuna minaccia, sebbene i rischi di manipolazione derivanti dall'acquisizione indiscriminata e dall'elaborazione massiva di informazioni sul comportamento umano siano ormai ben noti e oggetto di infiniti studi. Vale la pena a riguardo citare integralmente il seguente passaggio:

«La Cina è l’esempio migliore per comprendere come i cittadini possano “cedere le proprie libertà politiche in cambio di sicurezza e presunti lussi” ed è la dimostrazione che si può vivere in una società ricca e moderna ma al tempo stesso totalitaria. Il più grande errore compiuto dall’Occidente nei confronti della Cina è stato credere che, nel momento in cui a inizio anni Ottanta il Paese del Dragone si è aperto al libero mercato, ciò potesse coincidere anche con un’apertura ai valori delle democrazie liberali: nulla di tutto ciò si è verificato». 

«Quarant’anni dopo, la Cina è divenuta ricca e potente quanto gli Stati Uniti, creando in una sola generazione una società consumistica robusta e caratterizzata da una popolazione di massa che da tempo immemore non conosceva altro che povertà e lotte interne. Il Partito Comunista cinese, che ha realizzato questo miracolo, non solo mantiene una presa ferrea sul potere politico, ma sta anche trasformando la nazione, composta da 1,4 miliardi di abitanti, nella società totalitaristica più avanzata che il mondo abbia mai visto».

 
La premonizione di Bezmenov

È interessante osservare che tali rischi erano stati descritti da Yuri Alexandrovich Bezmenov, che nell'intervista di cui si è parlato sopra aveva messo in guardia la società americana delle pesantissime conseguenze che avrebbe certamente comportato un appoggio economico al fronte comunista, allora presentato dal blocco dell'Urss. 

Diceva: «Gli americani dovrebbero costringere il governo degli Stati Uniti a smettere di aiutare il comunismo, perché non c'è altro problema più scottante ed urgente che impedire al complesso industriale e militare sovietico di distruggere ciò che è rimasto del mondo libero. Ed è molto facile da fare. Niente crediti, nessuna tecnologia, nessun denaro, nessun riconoscimento politico o diplomatico e, naturalmente, nessuna idiozia come accordi sul grano con l'Urss».

A cosa servono testimonianze e memoria storica come quella del disertore russo se, accecati da una spinta ideologica, poi non siamo in grado di mantenere neppure un atteggiamento prudente? Citando l'antropologo Paul Connerton, Dreher ci spiega che la sola trasmissione di informazioni storiche alle nuove generazioni non è sufficiente, ma che occorrono dei modelli vivi di uomini e donne che rappresentino queste verità nella vita quotidiana. Cosa che nella società frenetica in cui viviamo, con sempre meno tempo per soffermarsi sul passato, osserviamo raramente. La memoria va interiorizzata, non soltanto conosciuta. Altrimenti poi rischiamo di non essere in grado di collegare i fatti, neppure in presenza di riproposizioni lampanti di vecchi drammi che ritenevamo superati, e di commettere gli stessi errori.

 

Vivere senza menzogna

Per riscoprire la corretta attitudine, il dissidente cristiano di oggi deve trovare un modo per vivere senza menzogna. Per l'autore questo concetto è così importante da averlo usato nel titolo originale dell'opera, che nella traduzione in italiano non appare: Live not by lies, cioè vivere senza bugie. Farlo non è semplice, ma possiamo beneficiare di una raccolta di esperienze e incredibili storie di successo, dove la fede e la lungimiranza di pochi hanno fatto realmente la differenza e sfidato l'arroganza dei regimi, la cui impalcatura generalmente si regge su una valanga di menzogne imposte con la forza della propaganda e la paura della repressione. L'opera di Dreher si pone a riguardo come un vero e proprio manuale di istruzioni, la cui lettura è un passo obbligato per allestire un valido arsenale di consapevolezza e strategie per affrontare ben armati i tempi burrascosi che si prospettano, e che in parte stiamo già vivendo.

 Tratto da Notizie Pro Vita & Famiglia - gennaio 2022

 

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