31/12/2019

Utero in affitto: l’Asia dà lezioni all’Europa. La situazione in questo 2019

Quello che è successo in India la scorsa estate lascia davvero ben sperare. In agosto il Parlamento di Delhi ha votato per la messa al bando dell’utero in affitto a fini commerciali. Da quest’anno, quindi, la pratica della maternità surrogata è consentita soltanto a titolo gratuito, tra membri della stessa famiglia e a beneficio di coppie di nazionalità indiana che siano sposate da almeno cinque anni e non abbiano altri figli viventi.

Un provvedimento che rappresenta una delle migliori notizie sul fronte pro life di questo 2019 che sta per finire, se si considera che, a partire dal 2002, l’India era diventato uno dei centri propulsivi del “turismo procreativo” a livello mondiale (25mila bambini nati nel 2012 e un giro d’affari di circa 25mila dollari). Nel paese asiatico, l’inversione di marcia è iniziata nel 2015, allorché la Corte Suprema ha vietato la “gestazione per altri” a beneficio di coppie straniere. Tra gli altri paesi asiatici che hanno vietato l’utero in affitto figurano il Nepal e il Thailandia.

E in Europa? Nel vecchio continente si va in tutt’altra direzione e i divieti si restringono sempre di più. Un progresso, nell’ottica “progressista” e liberal, un ritorno alla barbarie, secondo i pro life, le femministe più illuminate e ogni persona di buon senso. Partiamo dal caso emblematico della Gran Bretagna, dove il numero di bambini nati da madri surrogate è triplicato negli ultimi sette anni. Quasi a voler normalizzare il fenomeno, il Parlamento di Londra ha proposto una riforma della legge vigente, che restringe i tempi di “ripensamento” della madre surrogata circa il riconoscimento del bambino. In altre parole, la coppia che affitta l’utero avrebbe la facoltà di registrare il bambino già alla nascita, restringendo così di fatto le prerogative della donna che lo ha portato in grembo.

La liberalizzazione della maternità surrogata in Gran Bretagna comprenderebbe l’abbattimento di due ulteriori paletti: il primo riguarda la possibilità di affittare l’utero da parte di donne senza alcun legame biologico con la coppia di genitori legali; il secondo prevede la revisione del tariffario per le madri surrogate, alle quali al momento è riconosciuto solo un rimborso spese. Secondo questa logica, in linea teorica, ogni donna potrebbe arricchirsi grazie a questa pratica, che diventerebbe così un business dalle dimensioni gigantesche.

Non meno inquietanti le notizie che arrivano dalla Francia, dove il governo Macron sta premendo sempre più per una riforma radicale del settore bioetico. Al momento, nel paese transalpino, l’utero in affitto rimane un reato, tuttavia lo scorso ottobre il Parlamento ha approvato il riconoscimento anagrafico dei bambini nati all’estero. Un’ambivalenza che molti francesi non hanno esitato a definire un’«ipocrisia».

A metterci il carico da novanta è stata la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, lo scorso aprile, ha statuito: «Il diritto al rispetto della vita privata del bambino richiede che la legge offra una possibilità di un legame di filiazione tra il bambino e la madre d’intenzione». Con il termine «madre d’intenzione», la CEDU si riferisce alla donna che ha desiderato e cresciuto il bambino come proprio, anche in caso di assenza di legami biologici. Una sentenza molto significativa e, per molti versi, storica, sebbene non vincoli alla «trascrizione sui registri dello stato civile dell’atto di nascita legalmente stabilito all’estero».

Più confortanti le notizie che arrivano da Italia, Spagna e Germania. Mentre nel nostro Parlamento giace ancora non discusso il ddl Pillon, che statuirebbe, anche a livello legislativo il divieto penale nei confronti del turismo procreativo, l’ambasciata spagnola in Ucraina (principale meta del turismo procreativo in Europa) ha imposto significativi limiti all’iscrizione di bambini nati in quel paese tramite gestazione surrogata. In Germania, invece, lo scorso aprile, la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso di una coppia eterosessuale che aveva assoldato una madre surrogata in Ucraina, ha stabilito che la madre è sempre e comunque colei che partorisce il bambino, fermo restando che all’altra donna è riconosciuto il diritto di adottarlo.

 

di Luca Marcolivio

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