Utero in affitto: il colonialismo riproduttivo di un Occidente invecchiato

Pensavamo di aver visto tutto, con le tecniche di fecondazione artificiale, per quanto riguarda la ricerca di un figlio a tutti i costi: non è così: tramite la maternità conto terzi si sta aprendo uno scenario raccapricciante sulla compravendita di figli, ancora una volta, in barba a qualsiasi valore etico, c’è chi si sta organizzando per arricchirsi, tanto per cambiare, sulla pelle delle donne e, cosa ancora più odiosa, di quelle più povere. Nel leggere gli annunci sul web, che stanno sempre più proliferando, si ha l’impressione che si parli di compravendita di oggetti o di animali domestici.

Si parla di compensi, di costi, di contratti, di termini di consegna… Ci si accorge che non si tratta di questo quando si incomincia ad incontrare termini come “programma di surrogazione”, di “coppia-committente” e di “utero in affitto”.

L’utero in affitto è una nuova schiavitù. Trai vari ‘pacchetti’ proposti c’è chi promette persino la scelta della donatrice d’ovuli tra le candidate disponibili (bionda, occhi azzurri, ecc.): una vera e propria selezione della “ razza”, o meglio, ricerca di mercato del “prodotto”, come quando, appunto, si acquista un oggetto.

Il bambino nato da un utero in affitto – definito «bambino surrogato» – diventa una “merce vendibile”. Nella maternità conto terzi, la madre surrogata, spesso scelta in un Paese lontano, si presta a portare in grembo i figli altrui per disperazione, usata come contenitore e pagata per l’affitto concesso: l’1 o il 2% della somma complessiva richiesta.

Le donne sono selezionate da agenzie intermediarie. Si tratta di un vero e proprio contratto, sottoscritto dalla coppia committente, dalla madre surrogata (a gravidanza avanzata, per essere certi che non vi siano patologie nella gravidanza o nel nascituro) e da suo marito: da tener presente che quasi tutte le madri scelte non sanno nè leggere nè scrivere; la clinica non sottoscrive il contratto, per evitare eventuali contenziosi legali. Se si riscontrano anomalie nel bambino, la coppia committente può obbligare la madre surrogata ad abortire, senza neppure consultarla e quasi sempre senza poi pagarla. A volte il contratto include anche il sesso del nascituro. Gli agenti intermediari selezionano accuratamente la madre surrogata: non contano i suoi tratti fisici, ciò che conta è che sia una ‘portatrice sana’ e che venga ben nutrita e controllata nel suo stato di salute durante i nove mesi di affitto. Viene obbligata a trascorrere la sua gravidanza in residenze protette, per assicurarle una nutrizione adeguata e tenere sotto controllo le condizioni igieniche e sanitarie, le viene impedito di incontrare il proprio marito, per evitare il rischio che contragga malattie sessualmente trasmesse. Il bambino viene sottratto subito dopo il parto impedendone l’allattamento, alla madre surrogata non viene neppure detto se è maschio o femmina. Le residenze protette servono anche per impedire alla donna di scappare con il figlio appena partorito: bisogna mettere al riparo i vari committenti dal rischio che la ‘donnaincubatrice’, dopo aver per nove mesi condiviso totalmente la sua vita con quella creatura, abbia ripensamenti: sarebbe disdicevole… . È una vera e propria transazione commerciale, per cui spetta ai clienti porre le condizioni del servizio per cui pagano (la maternità surrogata) ed ottenere il “prodotto” commissionato (il bambino).

Nel panorama mondiale degli uteri in affitto, l’industria indiana della maternità surrogata è stimata produrre un indotto complessivo enorme, circa due miliardi di dollari, con un migliaio di cliniche non regolamentate. Secondo il tariffario pubblicato dal New York Times, una madre surrogata indiana costa in media 25 mila euro (dai 10.000 ai 35.000 dollari), una madre americana tre volte di più (tra 59.000 e 80.000 dollari), ma ci sono casi di compensi che sfiorano anche i 150 mila euro. A Creta i costi più bassi: un figlio costa in media 12 mila euro. Il Guatemala è un mercato emergente: si possono risparmiare più di 10mila dollari. Sul quotidiano indiano Mumbai Mirror, un mese fa, gli addetti ai lavori lamentavano la perdita di clienti a favore del Messico. È interessante notare che lo slogan commerciale per attirare il mercato riguarda le coppie gay: si legge sul sito, «siamo orgogliosi di offrire il Messico come destinazione per la maternità surrogata gay». Altro Paese emergente nel mercato globale delle gravidanze conto terzi è la Thailandia. Seguono Ecuador, Bolivia e Haiti. L’Argentina sta valutando l’opportunità di rendere legale la pratica. La pratica si sta diffondendo, anche in Europa, particolarmente nei Paesi ex comunisti, soprattutto in Russia e Ucraina, ma anche Polonia e Romania. In Russia la materia è regolata da una legge entrata un vigore il 1° gennaio 2012.

Attualmente in Italia la surrogazione di maternità costituisce una pratica medica illegale, ma per i cittadini italiani è possibile ricondurre in Italia i figli avuti attraverso questa pratica all’estero. Da qui un crescente interesse da parte di single, coppie eterosessuali ed omosessuali riguardo alla possibilità di recarsi all’estero, nei Paesi ove la legislazione la permette, per commissionare un figlio.

L’utero in affitto è il nuovo business del far west procreativo: un lusso per ricchi; il suo carattere mercantile, oltre che rappresentare un autentico tradimento dei diritti dei bambini, è il disgustoso emblema della sopraffazione del mercato sull’umano, è l’esaltazione del business a scapito della dignità delle donne più povere. Tale pratica trova molti adepti tra i personaggi del mondo dello spettacolo.

Scopriamo, ahimè senza stupore, che sono i cosiddetti vip che sempre più spesso scelgono i figli della tecnica: se è ‘qualcosa’ che si può comprare, perché sottoporsi a nove mesi impegnativi, alla fatica per rimettersi in forma, per non parlare della discriminazione nel lavoro…

Non si viene chiamate dai registi per il proprio stato, oppure prevale la voglia del “fai da te”: un figlio senza avere un compagno. Per svariate ragioni, hanno scelto questa tecnica, Robert De Niro, Elton John, Dennis Quaid, il cantante single Ricky Martin e, tra gli ultimi casi, anche Sarah Jessica Parker, 44 anni.

“Ogni bambino ha diritto ad una famiglia”: è sancito in tutte le Carte internazionali dei Diritti. Non mi sembra sia mai stato sancito l’inverso. Siamo invece di fronte ad un vero e proprio colonialismo riproduttivo da parte di un Occidente invecchiato e ricco, in nome dei “diritti civili”. Dinanzi ad una tale mercificazione del corpo della donna, dinanzi a siffatta odiosa pratica di schiavitù femminile tutti, uomini e donne, dovremmo insorgere, ma in particolar modo le donne, perché ci riguarda direttamente.

Chi è madre poi può capirlo profondamente: è molto meno doloroso vendersi un rene che affittarsi l’utero: col rene non ci parli, non lo accarezzi, non respiri e sogni con lui!

Da questa consapevolezza è nata la volontà di costituire il Comitato “Di mamma ce n’è una sola”, di cui coordinerò l’azione a livello nazionale, presieduto da Eugenia Roccella e che vede tra i suoi componenti Assuntina Morresi, Francesca Romana Poleggi e Francesco Agnoli, per sensibilizzare l’opinione pubblica sui valori in gioco e mettere in campo tutte le azioni culturali, educative, politiche e legislative tese a contrastare la diffusione del fenomeno, anche attraverso la costituzione di Comitati locali. È una battaglia di civiltà, una frontiera etica insuperabile, che spero possa vederci tutte unite: donne di ogni credo e parte politica, libere dall’ideologia che spesso ottunde, donne intellettualmente oneste decise a combattere a fianco di quelle che non hanno voce.

Olimpia Tarzia

Fonte: L’InformaVita

 

Blu-Dental

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Info