13/10/2019

Utero artificiale: siamo alla nascita di un nuovo "uomo"?

Nel 1932, Huxley ne Il mondo nuovo ha immaginato che i bambini venissero al mondo da uteri artificiali; più di cinquant'anni dopo, lo stesso regista del film The Island (2005), aveva rappresentato la nascita dei cloni sempre nello stesso modo.

Eppure, quello che potrebbe essere considerato solo fantascienza, oggi è realtà: l'utero artificiale, descritto sulla rivista Nature, è stato sviluppato negli Stati Uniti da vari ricercatori guidati da Jianping Fu, dell'università del Michigan.

«Il nostro sistema può aiutare a colmare le lacune critiche nella conoscenza delle prime fasi dello sviluppo dell'embrione umano. Questa ricerca potrebbe fornire una finestra sul periodo cruciale, ma a malapena osservabile, compreso tra due e quattro settimane dopo il concepimento» ha così commentato il professore.

In apparenza, i motivi come il comprendere il perché di determinate malformazioni, possono essere buoni (anche se, ci dovete spiegare, come sia possibile che più aumentano i dati relativi alla conoscenza dell'umanità dell'embrione, più l'aborto continua ad essere legale), in profondità però, si nascondono molti aspetti alquanto negativi.

Da una parte, c'è chi esalta l'utero artificiale perché renderà finalmente le donne "libere" dal dominio della natura, e rappresenterà finalmente un mezzo di «uguaglianza, femminista e liberale» per abbattere i rischi della gravidanza e del parto.

Evie Kendal, ricercatrice presso un'università australiana, ha sostenuto che nel futuro le donne potrebbero avere la possibilità di essere liberate da questi "vincoli" quando desidereranno una famiglia.

Addirittura la bioeticista Chiara Lalli afferma: «L’utero artificiale non è certo la bacchetta magica, ma potrebbe essere un modo per attenuare la disparità di genere, quelle regole che sembrano uscire dall’età vittoriana e i pregiudizi che rendono sempre più difficile per le donne il rifiuto del loro destino».

Meglio dunque - sta dicendo la Lalli - disgiungere la riproduzione dalla biologia e creare le nuove generazioni in maniera artificiale, in modo che il sesso sia svincolato dal desiderio di generare una nuova vita e dall'amore, ed il bambino sia un "prodotto" fabbricato in serie insieme ad altri.

L’economista e banchiere francese Jacques Attali, in un’intervista pubblicata su la Repubblica del 19 agosto 2014, profetizzava l'orrore di cui stiamo parlando: «La riproduzione diventerà compito delle macchine, mentre la clonazione e le cellule staminali permetteranno a genitori-clienti di coltivare organi a volontà per sostituire i più difettosi. Un bambino potrà essere portato in grembo da una generazione precedente della stessa famiglia o da un donatore qualsiasi, e i figli di due coppie lesbiche nati da uno stesso donatore potranno sposarsi, dando vita a una famiglia con sole nonne e senza nonni. Molto più in là, i bambini potranno essere concepiti, portati in grembo e fatti nascere da matrici esterne, animali o artificiali, con grande vantaggio per tutti: degli uomini poiché potranno riprodursi senza affidare la nascita dei propri discendenti a rappresentanti dell’altro sesso; delle donne poiché si sbarazzeranno dei gravi del parto». Non solo perché l’utero artificiale e la clonazione, «schiuderanno prospettive vertiginose in cui ciascuno potrà decidere autonomamente di riprodursi e un giorno si arriverà forse all’ermafroditismo universale».

Quello che più ci terrorizza è il completo svilimento della persona umana: siamo approdati in un orizzonte post-umano, con la creazione di un uomo geneticamente modificato, artificiale, figlio di una macchina dove è rimasto per nove mesi.

A qualcuno potrà sembrare assurdo, folle, tanto che ci potrebbero dire: «Ma se usato solo per scopi medici, l'utero artificiale è senz'altro cosa buona!».

Ma – ricordiamo - il passo è molto breve. Non si arriva ai bambini nati in utero artificiale da un giorno all'altro. Prima c'è l'utero in affitto, poi una volta che è stato "ben accettato" dalla massa, ecco lo step successivo. Il mondo nuovo di Huxley è già tra noi.

 

di Chiara Chiessi

 

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