Nella seconda parte della sua “Base ideologica e programmatica”, pubblicata lunedì scorso, il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, mette nero su bianco una proposta che sembrava ormai impossibile da riabilitare: abrogare la legge Cirinnà sulle “unioni civili”. «Il matrimonio rimane l'unico istituto di coppia, perché solo la procreazione ha rilievo pubblico», si legge nel documento di Futuro Nazionale. Le facoltà oggi collegate all'istituto – assistenza, visite in ospedale e in carcere, rappresentanza, disposizioni patrimoniali – diventerebbero diritti individuali che ogni cittadino potrebbe attribuire liberamente a una persona di sua scelta con gli ordinari strumenti del diritto civile.
Le reazioni non si sono fatte attendere: è proprio il capitolo su demografia, famiglia e identità ad aver innescato la levata di scudi delle opposizioni, con il Partito Democratico che ha liquidato il programma con l'aggettivo “quasi nazista”. Dal centrodestra di governo, invece, un silenzio imbarazzato.
Chi c'era al Family Day del 2016
Vale la pena rinfrescare la memoria. Il 30 gennaio 2016 il Circo Massimo ospitò un'oceanica manifestazione di popolo contro il ddl Cirinnà promosso dal governo Renzi, il cui punto più contestato, oltre alla sostanziale parificazione dell'istituto col matrimonio, era l'estensione alle coppie omosessuali della cosiddetta stepchild adoption, ovvero la possibilità per uno dei due membri della coppia omosessuale di poter essere riconosciuto come “secondo padre” o “seconda madre” del figlio del partner. Ma non c'era solo il popolo delle famiglie: c'era, praticamente al completo, la classe dirigente che oggi governa l'Italia.
Bastano i nomi. Per Fratelli d'Italia una delegazione di eletti e militanti guidata da Giorgia Meloni, che definì il provvedimento «una legge contro i bambini»: oggi è presidente del Consiglio dei ministri. Per la Lega c'erano Roberto Maroni, all'epoca presidente della Regione Lombardia, i capigruppo di Camera e Senato Massimiliano Fedriga e Gian Marco Centinaio e una delegazione di parlamentari tra cui Giancarlo Giorgetti e Barbara Saltamartini, insieme a Lorenzo Fontana: oggi Giorgetti è ministro dell'Economia, Fontana presidente della Camera, Fedriga presidente del Friuli Venezia Giulia e della Conferenza delle Regioni, Centinaio vicepresidente del Senato. Per Forza Italia Gasparri, Brunetta, Matteoli e Toti, con Gasparri che rivendicava dal palco la presenza di Tajani e l'accordo dello stesso Silvio Berlusconi: oggi Tajani è segretario di Forza Italia (anche se commissariato dalla linea laicista degli eredi del Cavaliere), vicepremier e ministro degli Esteri. E c'erano Maurizio Lupi ed Eugenia Roccella: oggi il primo guida Noi Moderati, la seconda è ministro per la Famiglia e la Natalità.
Quattro forze politiche, una sola posizione. Vannacci, dunque, non ha inventato nulla: ha rimesso in programma ciò che dieci anni fa era la posizione unitaria dell'intero centrodestra, e che il centrodestra ha silenziosamente archiviato.
Perché era giusto allora, perché è (più) giusto oggi
L'obiezione alle unioni civili non era e non è contro le persone. È contro un'operazione giuridica precisa: la legge 76/2016 non si limita a regolare i rapporti privati tra due conviventi, ma istituisce uno status pubblico – costituzione davanti all'ufficiale di stato civile, regime patrimoniale, diritti successori, obblighi di assistenza – modellato voce per voce su quello matrimoniale. Un para-matrimonio, appunto: un istituto specchio della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, l'unica che l'articolo 29 della Costituzione riconosce come società naturale.
Il problema non è nominalistico, ma sostanziale. Al cuore della questione c'è la filiazione, ovvero il diritto di ogni essere umano di essere e di sapersi figlio di un padre e di una madre, e non il prodotto di accordi commerciali e alchimie di laboratorio. La Costituzione riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio in virtù del fatto che un uomo e una donna – e solo loro – sono potenzialmente aperti alla vita. Equiparando sostanzialmente l'unione civile al matrimonio, il ddl Cirinnà ha affermato che anche due uomini o due donne, e quindi potenzialmente anche più di due persone, possono vantare il diritto di essere genitori di chi non è loro figlio. Questo virus ideologico, inserito nell'ordinamento giuridico nel 2016 con le unioni civili, in questo decennio ha prodotto danni incalcolabili. Innanzitutto a discapito dei più vulnerabili.
Dieci anni di disastri giuridici
Nel 2016 la stepchild adoption fu stralciata dal testo per rendere il testo digeribile alla parte “cattolica” del Partito Democratico e approvare la legge, e fu presentata come la garanzia decisiva. Ma non lo era: ciò che il Parlamento aveva escluso, i tribunali lo hanno progressivamente reintrodotto, prima con l'adozione in casi particolari, poi per via costituzionale.
I sindaci di sinistra hanno iniziato strumentalmente a riconoscere nelle anagrafi figli di “due padri” o “due madri”, trovando la pronta sponda ideologica della magistratura. Con la sentenza n. 68 del maggio 2025, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l'articolo 8 della legge 40/2004 nella parte in cui nega alla madre intenzionale, che ha prestato consenso alla PMA all'estero, il riconoscimento come genitore del figlio nato in Italia: due madri all'anagrafe, senza più bisogno di alcuna adozione.
Per giungere, infine, all'approdo più aberrante ma logico. La Corte d'appello di Bari ha riconosciuto per la prima volta in Italia un bambino come figlio legale di tre persone, autorizzando la trascrizione di un provvedimento adottivo tedesco. La sentenza risale a gennaio 2026, ma è stata resa pubblica proprio in occasione del decimo anniversario del voto parlamentare sulle unioni civili. Un bambino, tre genitori legali: il diritto di ogni essere umano ad avere un padre e una madre, e a crescere con loro, è ormai una variabile negoziabile davanti a un giudice. Questo scenario è il punto di caduta di una filiera che comincia esattamente lì, nel maggio del 2016, con la legge sulle unioni civili.
Serviva il coraggio di dirlo
Va dato atto a chi oggi rimette la questione al centro dell'agenda politica: ci vuole coraggio, in un dibattito anestetizzato, a chiamare e, soprattutto, a richiamare le cose con il loro nome. Ma quel coraggio non può restare appannaggio di una sola forza politica: il centrodestra di governo ha il dovere di riprendere in mano una battaglia che è stata sua, e che ha semplicemente smesso di combattere per quiescenza politica e morale. Due persone dello stesso sesso o di sesso diverso che decidono di condividere la vita hanno già oggi a disposizione il Codice Civile, contratti di convivenza, disposizioni testamentarie, deleghe assistenziali, designazioni fiduciarie: tutti strumenti che la legislazione vigente già prevede. Nessuno vuole toglierli a nessuno. Ciò che va abrogato non sono i diritti delle persone, ma l'istituto pubblico che ha usato quei diritti come cavallo di Troia per equiparare al matrimonio una realtà che, per definizione, non può generare figli e che perciò, per averne, deve andarli a prendere altrove. Pagandoli.
Sull'abrogazione delle unioni civili, Fratelli d'Italia, Forza Italia e Lega non devono inseguire Vannacci e fantomatici “estremismi”. Devono solo inseguire i milioni di cittadini loro elettori, che nel 2016 li videro scendere in piazza al Circo Massimo per una battaglia giusta. Oggi più di allora.