28/11/2018

Taiwan boccia matrimoni gay. L’ennesimo ko insegna tanto alla politica

Niente matrimonio arcobaleno in Asia. Non subito, almeno. Taiwan, che sarebbe potuto diventare il primo Paese asiatico a legalizzare le nozze gay, ha infatti imboccato una strada ben diversa, anzi opposta. A sancirlo, un atteso referendum che, nelle intenzioni di alcuni, avrebbe dovuto spalancare le porte delle nozze alle coppie dello stesso sesso. Peccato che la maggioranza degli interessati, ossia dei cittadini, sia risultata di avviso diverso, con oltre 7.200.000di essi che hanno votato per mantenere l’attuale definizione matrimoniale tra «un uomo e una donna», rispetto ai 2.700.000 dichiaratisi favorevoli al cambiamento della dicitura in «persone».

Attenzione, perché questa non è stata l’unica bocciatura dell’agenda Lgbt. Infatti, nel corso del fine settimana, sempre a Taiwan è stato bocciato anche un secondo quesito, che proponeva l’eguaglianza di genere nelle scuole, (6.700.000 contrari contro 3.200.900 favorevoli), e un terzo, che chiedeva ai cittadini se intendessero introdurre negli istituti scolastici lezioni legate alla sessualità. Un fine settimana davvero nero, insomma, per il movimento arcobaleno asiatico, che si trova ora a dover fare i conti con una bocciatura popolare netta e incontrovertibile, che sta facendo saltare i nervi a più di qualcuno dei suoi esponenti.

Jennifer Lu, per esempio, portavoce della Coalizione per l’uguaglianza davanti al matrimonio, ha pubblicamente tuonato contro quelli che a suo dire sarebbero «referendum assurdi», dimostrativi soltanto, secondo lei, di quanto il governo – a suo dire chiamato a dare applicazione tempestiva alla sentenza della Corte Costituzionale che, un anno fa, aveva legalizzato il cosiddetto matrimonio egualitario sottolineando l’incostituzionalità del divieto alle coppie gay – sia di fatto «incompetente». Sempre secondo la portavoce delle istanze Lgbt, questo esito sarebbe da ascrivere all’attivismo dei gruppi conservatori che, per la loro campagna per affossare i referendum in questione, avrebbero speso oltre 3.000.000 di dollari, diffondendo «affermazioni infondate di stigmatizzazione, discriminazione e paura». C’è da dire che, da parte sua, Kolas Yotaka, portavoce del Governo, ha comunque assicurato che entro tre mesi verrà proposta una nuova legge sulle nozze gay, in esecuzione della citata sentenza del 2017 con cui si erano dati massimo due anni a Taiwan per diventare il primo Paese asiatico a intraprendere una svolta arcobaleno. Staremo a vedere.

Quel che è sicuro è che la bocciatura di questi referendum, per quanto aventi solo carattere consultivo, merita un’attenta riflessione. Infatti la consultazione che sta facendo saltare i nervi al fronte Lgbt – svoltasi peraltro in contemporanea con le elezioni locali, risoltesi in una bruciante sconfitta del partito al potere della presidente Tsai Ing-wen – era essenzialmente frutto di un’iniziativa dei gruppi cristiani, che da quelle parti rappresentano appena il 5% della popolazione. Il che non può non costituire un monito non tanto per l’Asia, ma per tutto il mondo occidentale.

Da Taiwan arriva infatti una lezione nuova e antica insieme: quella per cui, se le battaglie si combattono con impegno, si possono pure vincere. Anche se molto difficili. Perché sì, il movimento Lgbt ha chiare sponde nella magistratura delle supreme corti, nelle università e nei mass media, ma non necessariamente nel popolo che, quando interpellato, può sempre riservare delle sorprese. A questo punto, la domanda è quindi una: sapremo, come italiani, come europei e come occidentali, fare tesoro del coraggio dei nostri fratelli asiatici? Sapremo, insomma, imparare la lezione? Un esempio virtuoso ci è stato offerto. Ora non resta che seguirlo.

Giuliano Guzzo

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