28/01/2021 di Manuela Antonacci

Studenti in piazza per il ritorno in aula. La testimonianza: «Perso troppo tempo. La Dad non può diventare prassi»

Lunedì scorso, gli studenti si sono radunati davanti alla sede del Ministero dell’Istruzione, per protestare contro le misure governative che in questi mesi di pandemia hanno più volte chiuso le scuole dando spazio solo alla didattica a distanza. “Noi studenti – hanno scritto in una nota – siamo stati lasciati in una situazione precaria che ha mostrato agli occhi di tutti la totale assenza di progettualità e lungimiranza da parte della politica, sotto ogni punti di vista. E’ vergognoso – hanno denunciato gli studenti – che dopo 10 mesi ancora non ci sia stata una reale riorganizzazione sul rientro a scuola in sicurezza da parte del ministro Azzolina e del suo governo”.

 

Ne abbiamo parlato con L. C. uno degli studenti scesi in piazza. Sei d’accordo? Si è perso tempo? Si poteva fare di più e meglio?

«Sì, abbiamo voluto mettere in luce uno dei problemi principali. Sicuramente si è perso tempo e fondi, in progetti ridicoli come quello dei banchi a rotelle, fallimentare per la scuola e completamente inutile. Crediamo che gli studenti debbano avere delle certezze, ad esempio riguardo gli esami di maturità, su cui il governo non si è ancora espresso. Questo fa sì che gli studenti si trovino ancora una volta in una condizione precaria e non sanno ancora come prepararsi, cosa andare studiare, perché non hanno risposte. La maturità deve rispecchiare il percorso scolastico che si è fatto quest’anno: quindi carente, a causa della DAD. Penso ad esempio alla prova scritta da far fare agli studenti: far eseguire una prova scritta sarebbe pericoloso, in particolare, per uno studente di liceo classico che non si è mai esercitato nelle versioni e si ritroverebbe impreparato. Anche questa volta il governo si è limitato a seguire una logica “attendista”, come sempre. Ci si limita ad aspettare che i contagi scendano per riaprire le scuole, per poi, appena risalgono, a richiuderle, senza studiare un piano che vada al di là dei contagi. Senza provare a creare un rientro a scuola che, al di là dei contagi, sia dignitoso e quindi che garantisca anche, agli studenti, magari il pomeriggio libero, per consentire loro di fare sport o avere semplicemente diritto al tempo libero, ma allo stesso tempo, realizzato in un modo da garantire una certa sicurezza sul piano sanitario, delle infrastrutture e dei trasporti».

Su uno dei vostri striscioni c’era la scritta “Non è scuola davanti ad uno schermo”. Ci parli dei disagi “a pelle” che avete vissuto in questi mesi di Dad?

«Questo è un altro dei problemi fondamentali che è stato preso sottogamba: noi sosteniamo che la scuola non sia solo un luogo di formazione a livello didattico, ma che sia anche un luogo di socialità, di confronto, di dibattito, di crescita personale per gli studenti, che con la DAD sono venuti a mancare. Quindi crediamo che non si possa paragonare la DAD alla scuola, perché manca di tutti quegli aspetti che ha invece, la scuola stessa. Pensiamo al contatto umano quanto influisca sull’apprendimento. Lo studio, a distanza, diventa più faticoso, pesante e meno approfondito. La DAD all’inizio della pandemia poteva essere uno strumento utile e necessario, ma dopo undici mesi è diventato impensabile. E’ ridicolo che si parli ancora di scuole chiuse e di scuole aperte perché in dieci mesi, quasi un anno, si doveva riorganizzare un settore importantissimo come quello scolastico. Il fatto che le lezioni continuino non basta e non significa nulla, perché non è scuola quella della Didattica a distanza e non rappresenta assolutamente quello che è la scuola

E’ stato mai creato uno spazio di confronto tra il corpo studentesco e le istituzioni? Avete mai avuto modo di dire la vostra direttamente alle figure istituzionali di riferimento?

«Questa è stata la mancanza più grande di tutte. Le istituzioni non hanno attuato questo confronto che non dev’essere saltuario, come è avvenuto in questi giorni, tanto per dare il contentino, ma dovrebbe essere continuativo, con gli studenti, i professori e il personale ATA, con tutte le persone che vivono la scuola ogni giorno e che dovrebbe avere una cadenza fissa. La richiesta degli studenti, ad esempio, di ridurre l’orario scolastico, può essere compreso solo attraverso un confronto costante che metta in luce le difficoltà degli studenti che, per esempio sono costretti a stare a scuola fino alle 16.00».

Cosa chiedete in concreto?

«Le nostra proposte sono: un piano per i trasporti, una concretezza di proposte in generale e risposte anche sull’alternanza scuola-lavoro. Vogliamo certezze perché se anche le istituzioni dimostrano incertezze, la situazione diventa ingestibile. Certezze sull’alternanza scuola-lavoro perché anche in questo caso, bisogna coprire un certo numero di ore ma gli studenti non sanno come fare, in questo momento. E poi chiediamo uno scaglionamento delle entrate, allo stesso tempo, rendere i trasporti sicuri. Ma anche una riduzione dell’orario delle lezioni a 50 minuti, che diventa una cosa fattibile, soprattutto perché permetterebbe agli studenti di uscire ad un orario massimo delle 14.30. Chiediamo anche un tampone gratuito per i ragazzi, non una tantum, ma costante, per garantire un rientro a scuola in totale sicurezza».

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