28/10/2021 di Fiorella Pecorale

Squid Game. Quando il problema sono i genitori sul divano con i pop-corn

Denaro e morte sono i protagonisti principali ed indiscussi della nuova e nota serie tv Squid game (letteralmente: il gioco del calamaro)

Si tratta di una satira sociale, che vorrebbe denunciare temi politici ed economici, dunque di sicuro – nell’intento del regista – non per un target infantile.

Eppure, in poco tempo il film si è trasformato in un fenomeno mediatico che coinvolge grandi e piccini e, a partire dagli schermi domestici, la serie Netflix si dirama fra i banchi delle scuole elementari, medie e superiori.

La trama ruota intorno a Seong Gi-hun, un uomo divorziato e sommerso dai debiti che ha come unico desiderio quello di riuscire a salvare la madre malata e ottenere l'affidamento della figlia Seong Ga-yeong. Viene dunque invitato a giocare ad una serie di giochi tradizionali per bambini per vincere una grossa somma di denaro; quando accetta l'offerta, si ritrova in un luogo sconosciuto insieme ad altre 455 persone con debiti simili ai suoi. I giocatori sono tenuti costantemente sotto controllo da alcune guardie vestite di rosso e, già dal primo gioco, i concorrenti scoprono che il prezzo da pagare è la vita stessa. Da qui, si sviluppa la trama dell’intera serie sudcoreana: chi perde, muore.

Sempre più bambini si stanno appassionando a questa serie tv (probabilmente riconoscendo alcuni giochi a loro familiari) e non sembrano affatto turbati dalla vista del sangue. Non sorprende, a questo punto, l’allarme lanciato da una scuola in Belgio, dove alcuni alunni avrebbero tentato di emulare il gioco prendendo a frustate il perdente di Un, due, tre, stella, così come casi analoghi si sono verificati anche in Italia.

È la prima volta che accade? No di certo. Che sia Netflix, Instagram o Tik Tok, i nostri giovanissimi vengono continuamente sollecitati da sfide pericolose e, nella maggior parte dei casi, sanguinarie.

Il motivo per cui così presto proprio loro diventino facili vittime dei mass media va ricercato nelle loro strutture mentali che non sono assolutamente sviluppate al punto da dosare gli input ricevuti dagli schermi. Il modello stimolo-risposta, (che dovrebbe essere appreso attraverso gli oggetti) viene continuamente regolato da un mondo astratto e questo fa sì che loro perdano sempre più un contatto concreto con la realtà.

Se avete mai visto un bambino di due anni coprirsi gli occhi di fronte ad un personaggio poco piacevole durante un cartone animato, avete inteso perfettamente di cosa si sta parlando: quando sono così piccoli non sono in grado di delineare il confine che separa la finzione dal mondo reale e, il processo di elaborazione, avviene nel corso degli anni.  

Il problema del cyberbullismo (già presente nelle scuole elementari), ad esempio, è una delle conseguenze più flagranti del time screen. L’eccessivo tempo passato con telefoni, tv e tablet sta indebolendo completamente i circuiti emotivi e, nella realtà, i giovani stanno perdendo completamente il collegamento tra coscienza e azioni. Manca, in modo sempre più preoccupante, una risonanza emotiva che sia capace di filtrare ciò che vedono e fanno.

Una serie tv come quella in questione, pertanto, confluisce perfettamente all’interno di questo già marcato ed enorme problema sociale ed è in grado di modificare significativamente le capacità relazionali dei bambini e degli adolescenti (che in questi anni di vita dovrebbero invece imparare il lavoro di gruppo e l’importanza del fare squadra). Ciò che i social hanno già iniziato e che Netflix si propone di continuare è un nuovo e preciso indottrinamento: se sei perdente sei uno sfigato e, se sei uno sfigato puoi anche morire. Noi non faremo che ridere.

Ecco perché, per quanto gli schermi potrebbero di tanto in tanto proporre contenuti educativi, è impensabile pensare di lasciare i nostri piccoli alla loro totale perizia.  È compito degli educatori di riferimento far sì che gli impulsi primari con i quali i bambini vengono al mondo,siano pian piano modellati ed affinati a comportamenti etici pertinenti e idonei ad una vita comunitaria costruttiva e non distruttiva.

In Squid Game c’è del distopico e del futuristico: è il perfetto ritratto di una società che, lasciata a sé stessa, risponderà solo all’istinto della sopravvivenza alimentato da una competizione malsana. Se i bambini oggi, come spesso si sente dire, sono il futuro del domani, allora il futuro è affidato nelle pessime mani dei mezzi di comunicazione non filtrati e non controllati dagli adulti.

In una recente intervista Martina Puglisi, tecnico della riabilitazione psichiatrica, ha spiegato che: «Bisogna parlare del problema, non pensare di eliminarlo: solo così si può aiutare il bambino ad elaborare fino a condurlo a smettere. Bisogna portarlo a comprendere che ciò che sta guardando non è buono. Ora si chiama Squid Game ma è l’ennesima bandierina rossa che dovrebbe spingerci a fermarci un momento e a prenderci il tempo per lavorare sulle emozioni».

A preoccupare educatori, insegnanti e psicoterapeuti infatti non sono i bambini, né tantomeno i contenuti opinabili offerti dalla piattaforma Netflix alla quale basta incassare denaro, ma i genitori.

Non c’è, in molte famiglie, un valido accompagnamento morale e i bambini vengono lasciati completamente soli di fronte al pericoloso mondo astratto dettato dal digitale. Se nessuno li aiuterà ad attribuire un nome, un significato o un valore simbolico a ciò che guardano, la loro interpretazione rimarrà fedele a quei contenuti spesso malsani e diseducativi.

Da una maestra della provincia di Roma ci arriva, per esempio, il racconto di un bambino che, alla domanda “perché guardi questa serie?” risponde, “non sono io a guardarla ma i miei genitori e, quando passo per il salotto, vedo tutto”.

Probabilmente quegli stessi adulti danno per scontato la capacità di interpretazione nei loro figli ma, mentre un adulto può guardare un film thriller e non esserne condizionato perché lo usa come un semplice intrattenimento, un bambino non è assolutamente in grado di rimanergli indifferente.

I bambini elaborano la realtà attraverso il gioco e conoscono sé stessi attraverso gli altri e attraverso relazioni interpersonali efficaci. Quale risvolto pedagogico positivo potrebbe mai esserci dunque, dietro la rappresentazione di un parco giochi dell’orrore dove la competizione è dettata dal sangue? 

Se vogliamo una società formata da individui civili, capaci di ragionare e con una coscienza che sia ben collegata alle azioni, c’è bisogno di spiegare accuratamente ai bambini ogni principio di causa-effetto perché comprendano che ogni azione comporta una conseguenza. Abbiamo bisogno di adulti che fungano da allenatori emotivi, non di genitori seduti sul divano con i pop corn.

 

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