27/10/2020 di Luca Scalise

Senza insegnanti di sostegno, la storia di Federico: quando la scuola non è inclusiva

Sull’inclusione si sentono fin troppi discorsi – sembra essere la parola dell’anno - uno più vago e ambiguo dell’altro, ma non si vedono i fatti. In parole povere: come si dovrebbe attuare questa inclusione verso chi è a rischio emarginazione?

Anzitutto, bisognerebbe capire chi davvero corre tale rischio, e non si capisce perché fra le tante categorie normalmente citate, i disabili non compaiano mai fra le prime e perché non ci si attivi a sufficienza al fine di garantirne l’inclusione.

La scuola è ricominciata, dopo il lockdown e l’estate, ma tanti bambini con disabilità pare siano rimasti senza insegnanti di sostegno. L’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della Cei ha pubblicato un articolo sulla storia di Federico, oggi al secondo superiore, con diagnosi di autismo sin dai quattro anni di età e che attualmente potrebbe frequentare la scuola solo un’ora al giorno «e mai nell’aula con gli altri compagni, ma sempre isolato con un professore. E nemmeno di sostegno».

Ma bambini e ragazzi non hanno, forse, bisogno di stringere relazioni, specie chi è più in difficoltà? Non necessitano, forse, di essere guidati adeguatamente alla socializzazione con i loro coetanei? La mamma racconta: «Lo tenevano da solo, su un tappeto per terra, senza fare nulla. Dopo le mie proteste mi hanno detto che non era scolarizzabile. Eppure, aveva già frequentato la scuola materna, addirittura per quattro anni anziché tre, le elementari e le medie. A Federico la scuola è sempre piaciuta ed è perciò ancora più dura, per lui, sopportare questa esclusione».

Una triste vicenda che dovrebbe aprirci gli occhi su quali siano le situazioni principali in cui gli sforzi per favorire l’integrazione sono quanto mai indispensabili. Ed è anche questa un’emergenza, perché, come sottolinea la mamma, «A mio figlio serve un vero insegnante di sostegno e gli serve ora. Perché ogni giorno in più che passa è un giorno perso, che lui non potrà più recuperare e che inciderà, negativamente, sulla sua crescita e sulla sua vita futura». Onore, dunque, a quei genitori, che, con amore e tanti sacrifici, lottano affinché i propri figli con disabilità possano godere i diritti degli altri.

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