25/08/2020 di Francesca Romana Poleggi

«Se ne mangiate, diventerete come Lui» (Gn.2): la fecondazione artificiale

Nel 2004 buona parte del mondo cattolico e pro life ha accolto con favore la legge 40, quella che regolamentava la fecondazione artificiale.

Non discutiamo la buona fede di molti di costoro: una legge serviva per evitare il “far west” procreativo, bisognava mettere dei “paletti”.

A distanza di 15 anni sappiamo bene che fine hanno fatto i limiti imposti allora: per opera della giurisprudenza e della Corte Costituzionale sono saltati tutti ad uno ad uno.

Serva di monito per eventuali altre prese di posizione in futuro, a proposito di altri problemi bioetici: le cose sbagliate non vanno “regolamentate”, vanno vietate. L’unica legge giusta che poteva essere emanata nel 2004 sarebbe stata quella che vietava (e puniva) il traffico di gameti e la produzione in vitro di embrioni. 

Ma perché la fecondazione artificiale è da aborrire senza se e senza ma? Perché un “prolife” deve opporsi così fermamente a una pratica che alcuni subdolamente definiscono “pro vita”, nel senso che tende a “dare la vita”?

Da credenti la risposta, come al solito, è molto facile: la vita la dà e la toglie Dio.

Allora si obietta che il progresso scientifico serve a superare certi limiti umani (pensiamo alla cura di malattie che un tempo erano mortali).

Il fatto è che la pratica della fecondazione artificiale non “cura” alcunché, non rimuove le cause della sterilità o dell’infertilità, ma violenta la natura, strumentalizza le persone più deboli come mezzi per soddisfare desideri  di persone più forti, uccide molti per dare la vita ad alcuni.

Innanzi tutto, per ogni bambino che nasce con la fecondazione artificiale ne muoiono una decina: alcuni vengono abortiti spontaneamente, altri muoiono durante la manipolazione in vitro e durante il congelamento e scongelamento che subiscono, altri vengono scartati se ritenuti imperfetti (o del sesso non gradito ai compratori); c’è poi un numero imprecisato di piccoli sopravvissuti che giace per lunghi anni nel freddo dell’azoto liquido in attesa che i compratori desiderino un fratellino. Se questo non avviene, non si sa che fine fanno, oppure, dopo un certo numero di anni, “scadono” come bastoncini di pesce surgelati e vengono butatti via. Basandosi sui dati riportati dalle Relazioni ministeriali sulla legge 40/2004, il dottor Angelo Francesco Filardo nel suo preziosissimo opuscolo La fecondità umana, ha calcolato che i concepiti destinati a morte certa nel 2017 (ultimi dati disponibili) sono 166.989. E i numeri sono in costante crescita a livello percentuale: sempre più coppie ricorrono alla fecondazione artificiale, ma nonostante il “progresso” i bambini in braccio aumentano di poco e gli effetti collaterali di cui parleremo tra poco non migliorano affatto.

Il Rapporto del febbraio scorso del Movimento Per la Vita, sulla Relazione del Ministero della Salute 2019, rileva che nel 2017 il 74,35% dei bambini-embrioni sono morti dopo le indagini pre-impianto e il trasferimento in utero; le percentuali di successo della Fivet e dell’Icsi si aggirano intorno al 13% nelle donne giovani, intorno al 5% in quelle sopra i 40 anni e al 2% per le donne che hanno più di 43 anni.

Ogni ciclo di fecondazione artificiale costa sui 3.000 euro (al SSN); ogni donna, prima di desistere, si sottopone mediamente a sei cicli.

Si obietta che gli embrioni non sono esseri umani in atto, ma solo “in potenza”: fanno finta di ignorare che dal giorno in cui l’ovulo incontra lo spermatozoo, si forma un essere umano unico, irripetibile, che in modo autonomo determina il suo sviluppo da quel momento in poi.

Questo dovrebbe bastare per dire “no” senza se e senza ma alla fecondazione artificiale. 

Ma c’è dell’altro.

La neolingua orwelliana che ormai ci sta facendo il lavaggio del cervello da decenni parla di “donatori” di gameti (generosi ed eroici) che consentono alle coppie sterili di realizzare il loro sogno più bello (il bambino). Ebbene, non esistono - salvo casi rarissimi - “donatori” di gameti: si tratta di venditori che si fanno pagare profumatamente soprattutto se devono rinunciare all’anonimato (i Paesi che impediscono la vendita anonima di gameti hanno visto diminuire quasi a zero la disponibilità di sperma e ovuli per la Fiv). Le donne, poi, vengono sfruttate (e spesso ingannate) in modo vergognoso: la cessione di ovuli comporta un procedimento invasivo, iniezioni di ormoni, un intervento chirurgico per il prelievo con effetti collaterali frequenti e gravi. La sindrome da iperstimolazione ovarica può condurre persino alla morte. Cercate on line il documentario Eggsploitation per saperne di più (Pro Vita & Famiglia l’ha sottotitolato in italiano).

Gravi e frequenti effetti collaterali che compromettono la salute si riscontrano anche per la donna che riceve nel grembo l’embrione assemblato in vitro, e le rare gravidanze che ne risultano sono molto più a rischio delle gravidanze naturali. Quindi anche la fecondazione “omologa”, cioè con gameti della coppia sterile, fa strage di bambini e mette a repentaglio in modo serio la salute della donna.

Inoltre, nessuno dice mai che anche la salute dei (pochi) bambini risultanti è seriamente a rischio: se la natura ha predisposto il grembo materno per procreare e dare la vita, sarà indifferente per il bambino essere “assemblato” in una fredda capsula di Petri, e trascorrere le prime ore della sua vita in un brodo di coltura fatto dall’uomo (e non si sa bene dentro cosa ci mettono)? Sarà indifferente per il bambino non poter dialogare con la madre (il “cross talk” ) in quelle prime ore cruciali? In un rapporto sessuale naturale il padre deposita nel grembo della madre qualcosa come tre milioni di spermatozoi: di questi solo uno, per selezione naturale, arriva a fecondare l’ovulo: il medico col microscopio sceglie lo spermatozoo più veloce nel vetrino. La natura sceglie non il “velocista”, ma quello che è in grado di arrivare fino alla fine di una lunga corsa con energie sufficienti per perforare la parete cellulare!  Tra i bambini concepiti artificialmente si riscontra un’incidenza di difetti alla nascita molto più alta che nei bambini concepiti secondo natura. E, nel corso degli anni, si manifestano problemi circolatori, respiratori e ipertensione, con una frequenza che dovrebbe preoccupare: qualcuno ha mai pensato che non sappiamo come invecchieranno queste persone, visto che la prima “bambina in provetta”, Louise Brown, ha compiuto solo 41 anni questa estate?

Ci sarebbe poi da scrivere un libro sui problemi psichici che derivano dalla fecondazione artificiale.

Per i genitori: per lo stress di tutta la procedura (che 8 o 9 volte su 10 non porta a niente!), e perché concepire un bambino durante un abbraccio condito d’amore è un’altra cosa… Inoltre, anche se solo poche volte se ne sente parlare sui grandi mass media, sono all’ordine del giorno gli scambi di provette, di gameti e di embrioni, nelle cliniche per la fertilità. Per i bambini nati, che quando crescono - soprattutto in caso di fecondazione eterologa - vivono il trauma di non conoscere le proprie origini. Esistono, anche su internet, dei gruppi di auto-aiuto per queste persone: alcuni riescono a trovare il padre, per esempio, e scoprono di avere centinaia di fratelli (!).

Bisognerebbe soffermarsi a lungo per approfondire tanti particolari di tutto quello che si è scritto fin qua, ma per ovvie ragioni di spazio ciò non è possibile in questa sede. 

Mi si consenta un’ultima considerazione: cui prodest? A chi giova per davvero tutto questo? A pochissimi genitori che hanno bambini perfettamente sani? Può darsi. Ma chi davvero ci guadagna è l’industria delle cliniche della fertilità, le banche del seme, che - secondo le statistiche della Allied Market Research - varrà entro un paio d’anni circa 31 miliardi di dollari.

Questo ci fa capire perché nessuno sa che con le naprotecnologie (metodi perfettamente naturali) e con la scienza buona e vera come quella che si pratica nell’Istituto Scientifico Internazionale “Paolo VI” per la fertilità e infertilità umana dell’Università Cattolica, al Policlinico “A. Gemelli” di Roma, per esempio, nel 42% dei casi (contro il 13% della Fiv) si può ottenere un bambino in braccio.

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, n.48, 2019

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