14/01/2022 di Luca Marcolivio

Scuola. Suor Alfieri: «Serve DAD soltanto per studenti positivi»

Sul ritorno definitivo alla didattica in presenza, siamo sulla buona strada. Servono certamente ulteriori correttivi: ad esempio ad eccezione dei positivi al Covid, tutti gli studenti devono rimanere in classe. Ora, però, il vero obiettivo è un’alleanza di ferro tra scuola statale e scuola paritaria, per vincere la sfida educativa, colmando le disuguaglianze scolastiche nel Paese. Questa, in sintesi, l’opinione di suor Anna Monia Alfieri, referente scuola per l’Unione dei Superiori Maggiori d’Italia, intervistata da Pro Vita & Famiglia.

 

Suor Anna Monia, un giudizio provvisorio sulla gestione della didattica in presenza da parte del governo?

«Sono assolutamente convinta che il governo d’unità nazionale – premier Draghi e ministro Bianchi in primis – non abbia fatto altro che portare avanti la cosa più ovvia e più scontata che ci fosse: ripartire dopo le vacanze di Natale con la scuola. Mi sarei stupita del contrario. Circa 400 giorni fa (in questo Pro Vita & Famiglia ci diede un enorme aiuto!), avevamo lanciato un chiaro allarme: il Covid aveva sfidato il sistema scolastico italiano, che si era mostrato in tutti i suoi limiti: classista, regionalista, discriminatorio. La didattica a distanza esclude i poveri e i disabili. Avevamo esortato a puntare sull’autonomia, sulla libertà e sulle paritarie, così fondamentali per il pluralismo e per il Paese. Avevamo chiesto dei tavoli di concertazione stato-regioni per il ritorno alla didattica in presenza, com’era avvenuto nel resto d’Europa, affinché le regioni non agissero autonomamente, con aperture a macchia di leopardo. A partire dal marzo 2021, la scuola è ripartita ed è rimasta aperta anche in estate, riuscendo a tenere lontane migliaia di ragazzi dalla strada, soprattutto al Sud. Ora, assieme alla curva del Covid, c’è una curva della deprivazione culturale che dobbiamo assolutamente invertire. Stiamo prendendo soldi a debito che i nostri ragazzi dovranno restituire. Se non diamo loro le competenze, non ce la faranno. La scuola, oltretutto, non è assolutamente, come vogliono fare credere, il luogo più soggetto a contagi: i ragazzi costretti alla didattica a distanza, nelle altre ore non rimangono certo a casa. Lo dissi già quasi due anni fa: il virus è ormai qualcosa con cui dobbiamo convivere nella normalità».

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Quali sono, dunque, i miglioramenti da apportare alla didattica?

«Innanzitutto bisogna capire che forse la didattica a distanza al secondo caso positivo non è la soluzione. La Dad andrebbe attivata soltanto per i positivi o anche per chi è costretto a casa per altre malattie. La necessità di non perdere la didattica in presenza è una sfida per l’autonomia regionale e per l’autonomia dei singoli istituti. Si riuscirà ad utilizzare questa autonomia in modo positivo? Se questa sfida fallirà, allora non ci sarà spazio per attuare la riforma dell’autonomia nel sistema scolastico italiano. Altro punto: le scuole paritarie sono oggi chiamate a un grande sforzo di generosità. Il completamento della riforma dipenderà anche da quello. La libertà di scelta educativa dei genitori è anzitutto una responsabilità, soprattutto nelle aree più povere del paese».

Ha insistito molto sull’autonomia regionale e sulla libertà di scelta educativa: con che mezzi si può arrivare a questo fine?

«Riuscendo a dimostrare che l’autonomia regionale può diventare un’autonomia organizzativa e un’azione di responsabilità che vince la sfida educativa e che tiene unito il Paese. La scuola paritaria va messa al servizio della scuola statale. Tutte e tre queste cose abbiamo visto che funzionano, ora mi aspetto che il PNRR possa darci quella libertà economica che da anni andiamo invocando. Se però la risposta delle regioni dovesse essere quella della didattica facoltativa, per cui chiudiamo le scuole e le riapriremo quando si potrà, evidentemente daremmo l’impressione che l’autonomia è pericolosa. Se le scuole statali e paritarie non dovessero riuscire a organizzarsi nella miglior maniera possibile per tenere i ragazzi in classe e raggiungere quelli che in classe non ci sono, avremmo la dimostrazione che, in Italia, l’unico sistema in grado di reggere, sarebbe quello dell’accentramento burocratico romano. Se le paritarie non saranno in grado di mettersi in rete con le statali per ripartire, avranno dimostrato di essere soltanto delle isole felici per chi se le può permettere. Se in queste ore gli insegnanti non dimostrano che il loro ruolo educativo non è quello di semplici “parcheggiatori”, come qualcuno maldestramente ha detto, avremmo la prova che la libertà d’insegnamento in Italia non è valorizzata. Se ci arrendiamo proprio in questo momento, avremmo perso la nostra battaglia di sempre. Se ci mettiamo ad aspettare che il Covid passi, tra tre anni riapriremmo con una scuola sempre più regionalista e discriminatoria: nel momento del bisogno, autonomia e libertà educativa saranno state belle parole, prive di contenuto. Siamo quindi di fronte ad un’opportunità unica e a una sfida senza precedenti nella storia del Paese».

 




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