16/12/2019

Scuola, parla Richiedei: «Senza standard economici non esiste nessuna libertà educativa»

Sempre più spesso la scuola – pubblica e privata – è in primo piano dal punto di vista sociale, economico e politico. Non solo questioni didattiche e formative, ma anche, appunto, economiche. L’accesso a qualsiasi tipo di scuola, infatti, in Italia continua ad essere subordinato alla capacità finanziaria delle famiglie, che non sempre possono permettersi per i propri figli gli istituti che realmente vorrebbero. Un dettaglio non di poco conto visto che, anche e soprattutto tramite queste possibilità e queste scelte, si mette in pratica il diritto sacrosanto di qualsiasi genitore della libertà di scelta educativa per i propri figli. Sull’argomento Pro Vita & Famiglia ha intervistato Giuseppe Richiedei, già dirigente scolastico e già presidente nazionale dell’Associazione Italiana Genitori.

 

Prof. Richiedei, è un tema di attualità oggi i costi che hanno le scuole, costi che aumentano a dismisura con gravi conseguenze sulla qualità del servizio, vero?

«La domanda richiede risposte molteplici e complesse. E’ vero i costi delle scuole sono aumentati a dismisura, ogni volta non sono sufficienti e sembra inefficace l’inseguire  le richieste di finanziamenti e di personale aggiuntivo. Occorre una riflessione condivisa, che vada oltre le convenienze, le abitudini, gli interessi di parte. La scuola decide il futuro di tutti, a nessuno dovrebbe convenire continuare con una scuola, che ogni volta si pone alle ultimi posti nelle valutazioni internazionali. Le famiglie sono le prime ad essere coinvolte in questa emergenza del Paese, sono loro a cui spetta il dovere e l’onere dell’istruzione dei figli, ma purtroppo non hanno voce ai tavoli dove si prendono le decisioni importanti. Eppure sono le famiglie che sostengono anche economicamente le scuole con la fiscalità e i “contributi volontari”, sempre più onerosi. Forse una prima soluzione potrebbe essere quella di portare le associazioni dei genitori a compartecipare consapevolmente alle scelte organizzative ed economiche in modo che rispondano anzitutto al “bene degli allievi” che dovrebbe essere prioritario rispetto a tutte le altre convenienze ed opportunità».

Come mai non trovano ascolto le richieste di maggior partecipazione dei genitori e di libertà nella scelta tra scuole statali e paritarie come accade nelle scuole dei Paesi democratici più avanzati?

«Anche in questo caso le motivazioni sono complicate da una storia e da ostinate resistenze di tipo ideologico, politico ed economico. Anzitutto non c’è la scarsa consapevolezza negli stessi genitori di essere, secondo la Costituzione, i titolari dell’educazione e dell’istruzione dei figli. L’abitudine secolare di delegare ad altri l’istruzione dei figli li rende incerti e insicuri nel rivendicare i loro diritti di co – educatori e concittadini della scuola. Le resistenze dei poteri forti politici e culturali pone ostacoli pressoché insuperabili al libero esercizio di un loro diritto inviolabile.  Basti accennare come in Italia, a differenza di quanto avviene in Europa, chi  si permette di scegliere una scuola paritaria viene immediatamente sanzionato con  rette, insostenibili per le famiglie meno abbienti».

Quindi secondo lei la vera libertà educativa dei genitori si esplicita anche in una libertà (economica) per sostenere i costi scolastici?

«In verità è la Costituzione a stabilire che “i diritti inviolabili” vanno garantiti con i necessari sostegni economici e sociali. Purtroppo quanto sancito non viene realizzato nei riguardi dei genitori e delle scuole, per cui si consuma da sempre una gravissima discriminazione nei riguardi delle famiglie povere che non possono scegliere la scuola più rispondente alle loro aspettative educative e culturali. Eppure i fondi che la  Repubblica investe per la scuola sono destinati agli allievi, tant’è che se vengono meno gli iscritti si chiude l’istituto. Ora se i titolari dei fondi sono gli allievi, perché ne vengono privati se scelgono una scuola che, per legge “è pari” alle scuole dello Stato per qualità educativa e culturale? A quale titolo lo Stato obbliga gli allievi meno abbienti a frequentare le scuole statali?».

Cosa dovrebbero fare politica e privati per arrivare a questi obiettivi?

«Lo Stato e le scuole statali e paritarie dovrebbero riconoscere che i  finanziamenti pubblici per il “diritto all’istruzione”, spettano agli allievi e non agli istituti scolastici.  Ne consegue che, per diritto inviolabile riconosciuto tra i diritti dell’uomo”, gli allievi, o i loro genitori, debbono poter scegliere la scuola a cui affidarsi alle medesime condizioni economiche, sia che accedano ad una scuola statale o paritaria.  Una tra le soluzioni pratiche, suggerita da più parti, vi è “il costo standard” inteso come “quota capitaria”, che lo Stato investe attualmente  in favore di  ogni allievo per la sua formazione. Toccherebbe, poi, all’allievo o al genitore attribuirlo alla scuola  prescelta.  La scuola, statale o paritaria, a sua volta, accederebbe al finanziamento pubblico, ricevendo tante “quote capitarie” quanti sono gli allievi frequentanti,  senza più rette aggiuntive per le famiglie. Il  Ministero delle Finanze  ha già quantificato il Costo Medio Standard (decreto del 26 – giugno 20124) nelle  scuole paritarie in 6/7 mila euro. Il costo standard è declinabile in diverse modalità: buono scuola, convenzioni, detrazioni, deduzioni, voucher …  Il costo standard fa emergere in modo evidente che  l’allievo, non l’istituzione scolastica,  è il titolare dell’investimento economico che la Repubblica fa per garantire il “diritto all’istruzione di ogni persona” (art 2 della Costituzione e sentenza del Consiglio di stato n. 3957 – 2019)) e che le famiglie bisognose sono oggi discriminate  nel loro diritto educativo di “scegliere liberamente la scuola” a cui affidare il figlio. In Italia questo diritto umano, riconosciuto a livello Europeo ed internazionale, è ostacolato dalle difficoltà economiche e sociali di molte persone, che, viceversa la Repubblica ha il dovere di rimuovere. (art 3 della Costituzione)».

 

di Salvatore Tropea

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