17/01/2020

Screening prenatali, ma così si discriminano i bimbi con sindrome di Down

Il Nipt test è uno screening prenatale non invasivo che consente di valutare la possibilità di Trisomia 21 (o Sindrome di Down) e delle trisomie 13 e 18 in un nascituro. Si tratta di un test che fino ad ora «poteva essere eseguito solo privatamente e non era rimborsato dal Servizio sanitario regionale. Il costo si aggirava sui 700 euro», come spiega La Repubblica in un suo articolo.

Ora, invece, con l’aggiornamento del Lea (Livello essenziali di assistenza), gli screening prenatali non invasivi sono stati inseriti nelle prestazioni erogabili dal Servizio Sanitario Nazionale. Basterà un semplice prelievo di sangue e permetterà di «ridurre sempre di più il ricorso ad amniocentesi e villocentesi, che presentano una seppur bassa percentuale di rischio di aborto».

La prima regione a rendere gratuiti questi test è l’Emilia Romagna, con una «fase pilota di 9 mesi nella provincia di Bologna» e, a seguire, l’estensione nel resto della regione.

Ma attenzione, la facilitazione dell’accesso agli screening prenatali non invasivi «è un cavallo di troia pericoloso», hanno dichiarato in un comunicato stampa il presidente ed il vicepresidente di Pro Vita e Famiglia Onlus, Toni Brandi e Jacopo Coghe, citando l’A.I.G.O.C.

«L’anticipazione della diagnosi dello stato di salute genetico del proprio figlio significherà più interruzioni volontarie di gravidanza con la triste e scorretta sintesi che “Piccolo embrione è uguale a piccolo trauma” e con una facilità che interpella le coscienze di tutti», affermano.

E ciò può contribuire a far sì che l’idea di prendere in considerazione l’aborto eugenetico diventi qualcosa di “normale”. Questo significherebbe associare quasi naturalmente il concepimento di un figlio con sindrome di Down alla volontà di abortire quest’ultimo.

Proprio recentemente avevamo presentato il caso di una coppia californiana che aveva chiesto il risarcimento per la nascita della figlia con sindrome di Down. Ma un figlio con Trisomia 21, 13 o 18 è e resta sempre un figlio, una persona, non è un danno di cui chiedere risarcimento, né un pericolo da evitare.

L’attenzione crescente contro le discriminazioni, ci porti a una seria denuncia delle discriminazioni contro le persone con sindrome di Down, piuttosto che a facilitarne la soppressione.

 

di Luca Scalise

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