25/11/2021 di Luca Marcolivio

Ricci Sargentini: «Anche pornografia e utero in affitto sono violenza sulle donne, lo dico da femminista»

C’è un filone femminista che, negli ultimi anni, ha cambiato rotta rispetto agli obiettivi originari, risultando poi controproducente in tema di rispetto della dignità femminile. In occasione della Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne, Pro Vita & Famiglia ha raccolto il parere della giornalista e scrittrice Monica Ricci Sargentini, di ispirazione femminista, nota anche per essersi schierata contro l’utero in affitto e il ddl Zan.

 

Dottoressa Ricci Sargentini, il concetto di violenza sulle donne, viene spesso associato alla violenza domestica: identificazione giusta o un po’ riduttiva?

«Non è affatto retorico denunciare i femmicidi, che, nonostante tante buone intenzioni, come emerge dagli ultimi dati, stanno aumentando: si parla ormai di una donna uccisa ogni 72 ore. Ci sono, però, molti altri tipi di violenza contro le donne…».

A cosa si riferisce?

«Penso alla prostituzione, all’utero in affitto. È violenza anche dare ormoni a bambine “non conformi”, è violenza permettere a uomini che si identificano come donne, di gareggiare in competizioni sportive femminili. È violenza aprire un giornale di tiratura nazionale e trovare una vignetta in cui un partito politico viene rappresentato come una prostituta. È violenza togliere figli alle madri, con la scusa della sindrome da alienazione parentale. Anche la prostituzione e la pornografia sono una violenza sulle donne. C’è poi un tipo di violenza che consiste nel non nominare le donne. La prestigiosa rivista scientifica The Lancet ha definito le donne “mestruatori”, usando il sostantivo al maschile… Non si può più nemmeno dire che le donne partoriscono: ci sono docenti universitarie cacciate dai loro atenei solo per aver detto che il sesso biologico è qualcosa di reale. Al di là della violenza classica, quindi, c’è quest’altro tipo di violenza molto subdola, perché porta a una sorta di autocensura delle donne su se stesse».

Ad esempio?

«Penso a J. K. Rowling che ha detto: “Con tutte le minacce di morte che ho ricevuto, ci posso tappezzare casa”. Lei è una scrittrice famosa, che dispone di molti strumenti per difendersi ma, per una come lei, ci sono donne che ogni giorno subiscono violenza sul posto di lavoro, come anche nello sport, nelle carceri (da detenuti maschi che si autopercepiscono donne e abusano sessualmente delle detenute). In Italia abbiamo rischiato, con il ddl Zan, di approvare l’identità di genere: anche quella è una violenza contro le donne. Più di recente, abbiamo avuto il caso del Liceo “Cavour” di Torino, che adottando l’asterisco, cancella il femminile. C’è il ragazzino trans che si identifica come donna, quindi decide di cambiare nome e lo iscrivono come alias in un altro liceo. Ogni giorno è un attacco al corpo femminile. Credo che questa Giornata Mondiale sia diventata una sorta di gioco delle parti, in cui oggi – per dirla alla Greta Thunberg – è tutto un “blablabla” e domani stiamo come prima, se non peggio. Proprio per questo, dopodomani, a Milano, in piazza San Babila, manifesteranno le femministe contro l’utero in affitto, l’identità di genere, contro i bloccanti ormonali ai bambini, contro gli uomini che si identificano come donne e vogliono andare alle manifestazioni sportive femminili o a molestare le donne nelle carceri femminili. Non credo siamo una minoranza, credo, al contrario, il nostro sia un sentimento maggioritario».

Ha accennato prima alla pornografia come violenza sulle donne: ci può parlare in particolare di questo aspetto?

«La pornografia è diventata il modo in cui i giovani vengono a conoscenza del sesso e dell’amore. Ciò procura un danno enorme ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze, perché la pornografia è violenza e, in particolare, è una violenza sulle donne. È veicolo di un modo violento di concepire i rapporti sessuali tra uomo e donna. È quello che diciamo sempre ai nostri figli: la pornografia non c’entra nulla con il “fare l’amore” o “avere una storia”. Purtroppo, però, anche se glielo diciamo, loro crescono bombardati da pubblicità e immagini eccessive. Il corpo della donna viene sempre usato come un oggetto. Non voglio dire che dovremmo indossare tutte il saio ma il corpo della donna andrebbe rispettato, non esibito o usato per attirare».

Cinquanta-sessant’anni di femminismo hanno aiutato contro la violenza sulle donne oppure sono stati controproducenti?

«Trovo che sia sicuramente controproducente quest’ultima ondata, definita “transfemminismo”: è come se si andasse oltre la donna in nome di una sorta di entità neutra che nega la donna. Può darsi che all’inizio, nella spinta della rivendicazione di una liberazione dagli stereotipi, sia emersa una certa fuga dalla maternità, che è stata invece riacquisita in altre fasi del femminismo: una maternità non vissuta come una catena o qualcosa che ti vincola al focolare ma come uno dei nostri “superpoteri”. Non bisogna negare la maternità alle donne. Trovo che sia violento nei confronti delle ragazze, farle crescere nell’illusione che possano avere figli anche a 45 anni, che si possa rimandare la maternità sine die. Anni fa, l’allora ministra della Sanità, Lorenzin, promosse il Fertility Day e tutti la attaccarono, dicendo che usava uno stereotipo. Per me, al contrario, fu una buona idea. Oltretutto, io stessa, fino a non molto tempo fa, nemmeno sapevo che la fertilità di una donna diminuisse così tanto tra i 30 ai 35 anni. La consapevolezza di quello che succede col nostro corpo non mi sembra affatto qualcosa di antifemminista. Al contrario, una delle regole del femminismo è proprio quella di conoscere bene il proprio corpo. Su questo ritengo sia necessario evolversi».

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