29/04/2021 di Manuela Antonacci

Pandemia e burocrazia colpiscono (e bloccano) anche i “bambini di Chernobyl”

Il periodo di emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha creato una serie di situazioni difficili, anche nel campo del no profit e della solidarietà. Assurdo forse a pensarlo, ma è drammaticamente così, soprattutto quando le limitazioni si abbattono su situazioni altrettanto difficili e delicate. Stiamo parlando, infatti, di come la pandemia (e tutte le conseguenze) ha messo a dura prova il supporto umanitario portato avanti dall’associazione Puer, in collaborazione con alcune famiglie bielorusse.

Nello specifico, l’associazione, si occupa di prendere in affido i bambini di Chernobyl, in particolare, durante l’estate. Una realtà che ha esteso la sua azione in India, Moldavia, Tanzania, Ecuador, Sud Africa. Ultimamente, però, a causa della pandemia, si sono verificate delle difficoltà di natura prevalentemente burocratica, che stanno bloccando tutto questo.

Ne abbiamo parlato con Marco Mochi padre affidatario e membro dell’associazione, che ci ha spiegato nel dettaglio il progetto e le difficoltà di questo periodo.

 

In cosa consiste, innanzitutto, questo accogliere i bambini?

«Il progetto è estremamente semplice e al tempo stesso eccezionale dal punto di vista della socialità e dell’amore per i bambini. Le accoglienze in realtà prevedono la possibilità che, per un periodo massimo di 120 giorni, diviso tra tre mesi massimo, d’estate e un mese massimo, a cavallo di Natale, Capodanno, d’inverno, i bambini che si trovano in istituti, case famiglia oppure in famiglie che necessitano supporto sia economico che sociale, le famiglie italiane diano la disponibilità a far venire questi bambini in Italia per un percorso cosiddetto di “risanamento”. Innanzitutto sappiamo che questi bambini vengono da aree particolarmente a rischio, ancora sottoposte a quelle che sono le conseguenze negative dello scoppio nucleare del reattore di Chernobyl. Chernobyl si trova in Ucraina, ma, per una serie di fattori legati alle condizioni atmosferiche, i danni peggiori, la nube tossica li ha espletati in Bielorussia. Per cui questi bimbi che all’età di 7- 8-9 anni vengono messi in orfanotrofio perché comunque appartengono a genitori che non hanno condizioni economiche tali da poterli mantenere, oppure, peggio, hanno  genitori malati, connessi con una reazione nucleare, oppure vivono situazioni familiari disagiate perché purtroppo in Bielorussa, in conseguenza anche di questo, il 18% della popolazione soffre di alcolismo, questi bimbi sono senza famiglia, per cui non c’è nessuno che si occupi di un percorso sociale e di inserimento. E quindi è un percorso che non implica necessariamente il passaggio all’adozione, ma si instaura un rapporto quasi di familiarità: i bimbi sanno che per alcuni mesi sono da noi, si ambientano con le loro amicizie, le loro consuetudini, con tutto quello che riguarda la vita sociale dei bambini. Sperimentano un po’ di affetto familiare, dopodiché tornano nelle loro case famiglia, vanno a scuola, studiano e questo va avanti fino ai 14- 15 anni. Dopodiché per i bambini in istituto è prevista la possibilità di venire a studiare in Italia, i ragazzi di casa-famiglia, invece, dai 16 in poi»

Quali sono i problemi che state avendo quest’anno?

«È un problema che abbiamo responsabilmente gestito, perché sappiamo bene qual è il rischio di un viaggio, di una permanenza in famiglia, di questi ragazzi. Abbiamo voluto essere rispettosi delle leggi e ci siamo adeguati al fatto che purtroppo, per alcuni mesi, queste accoglienze fossero sospese. Ora, però, dalla fine dell’estate, abbiamo ricominciato a lavorare su una possibilità di studiare dei protocolli sanitari. Un primo protocollo è stato fatto ad ottobre, sembrava che potesse essere buono per procedere all’accoglienza invernale, dopodiché abbiamo avuto la seconda ondata, anche lì nessuno si è preso la responsabilità di far entrare i minori, anche con un protocollo e ci troviamo ai giorni nostri, dove abbiamo una campagna vaccinale che un pochino stenta, sappiamo che, comunque, piano piano, alcune riaperture sembra che stiano ripartendo abbastanza rapidamente. In maniera molto determinata, la nostra presentazione che abbiamo fatto, pochi giorni fa, alla Commissione Esteri della Camera dei Deputati, ha riguardato le cose che abbiamo appena detto. Noi siamo pronti a rispettare tutte le cautele, siamo pronti a fare la nostra parte, a rispettare un protocollo sanitario che ci risulta essere alla firma del ministero della salute, se, però, questo protocollo viene condiviso con la Bielorussia e la Bielorussia ci dà il via libera, possiamo preparare tutta la documentazione perché i ragazzi tornino. Perché sa, qui il problema non è che lo sblocco avvenga domani, ma c’è un meccanismo che si prende 40 giorni, noi abbiamo la garanzia da parte del ministero delle politiche sociali che se il progetto si sblocca loro opereranno anche in molto meno tempo, però, capisce che senza protocollo sanitario, la Bielorussia, con tutte le intenzioni che ha di mandarceli in Italia, non è che riesce a far tutto nel giro di due giorni. Quindi dobbiamo, quantomeno velocizzare la condivisione del protocollo con lo stato controparte ed è per questo che abbiamo detto ieri, ai componenti della Commissione Esteri che siamo pronti. Allora possiamo non riuscirci magari il primo giugno ma almeno da fine giugno possiamo far in modo da sbloccare le cose e far arrivare i ragazzi»

 

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