23/11/2020

Siamo nell'era dell'ozio. Ma è davvero un bene?

In attesa delle beatitudini digitali da tempo annunciate, che sostituiranno il lavoro umano con l'intelligenza artificiale, possiamo dire di aver iniziato ormai da mesi a godere di un'anteprima della vita di relax prossima a venire. Tra i fatti più recenti, la giaculatoria “Siate pigri come procioni!” rivolta da qualche giorno al popolo tedesco per scongiurare l'emergenza sanitaria appare particolarmente rappresentativa. 

A conti fatti, sembra che il lavoro sia divenuto un elemento di intralcio. Un aspetto “non essenziale” della nostra vita, direbbe un signore che appare spesso in TV con la pochette. Dunque da comprimere o eliminare per tutelare l'interesse superiore della collettività: oggi è la salute pubblica, domani sarà forse l'efficientismo di un sistema produttivo fondato sulla totale automazione. Anche qui, guai a chi vorrà mettersi “egoisticamente” di traverso per far valere le proprie istanze.

L'otium sarà pertanto la nostra arma di salvezza. Tuttavia, mentre per gli antichi questa condizione era appannaggio di una ristretta elite che poteva dedicarsi ad uno svago senza vincoli contornato di vita sociale, meditazioni filosofiche, arte e bagni termali, per noi il tutto potrebbe tradursi nell'esatto opposto, come fin'ora si è mostrato. Potrebbero attenderci invece interminabili giornate in un loculo di pochi metri quadrati a ciondolare tra qualche serie TV su Netflix e una pizza da asporto consegnata a domicilio da un drone. Le terme scordiamocele pure perché veicolano contagio, e non si esageri con la doccia per non fare infuriare Greta! Se non altro, ci sarà consentito constatare con Schopenhauer che la “vita è un oscillare tra la noia e la disperazione”, ammesso che qualcuno leggerà ancora dei libri e non siano stati usati tutti per alimentare dei falò folcroristici.

Per impedire che ciò si realizzi, da cristiani e ancor più da uomini, dovremmo riconsiderare l'insegnamento dell'ora et labora di San Benedetto da Norcia, che a proposito di questi temi affermava lapidariamente: “L’ozio è nemico dell’anima; e quindi i fratelli devono in alcune determinate ore occuparsi nel lavoro manuale, e in altre ore, anch’esse ben fissate, nello studio delle cose divine”. Interessante l'enfasi sul lavoro inteso anche come attività manuale, il cui valore difficilmente si potrà trarre dalla concezione "smart-centrica" che si è fatta strada ultimamente, sempre col pretesto di tutelare la collettività.  

E' superfluo rimarcare che da questo incedere ne usciremo spiritualmente e fisicamente impoveriti, come già lo siamo, ma lo saremo ancor di più se non ci rendiamo conto dell'inquietante paradosso che stanno costruendo senza remore davanti ai nostri occhi, assuefatti ad ogni ignominia: da un lato si ha la pretesa di affermare, con varie uscite pubbliche di personaggi autorevoli del mondo politico e di quello scientifico, che l'anziano sarebbe un peso, non più in grado contribuire fattivamente allo sviluppo economico e sociale, pertanto da isolare e ridurre all'ombra di se stesso dentro una struttura contenitiva. Dall'altro, chi invece è abile, potrebbe e vorrebbe lavorare, viene costretto alla più totale segregazione, a rinunciare alla propria attività lasciandola fallire, dilapidando così proprio quelle energie che si accusa l'anziano di non poter più spendere! L'anziano che non è più abile al lavoro sarebbe dunque un peso morto, mentre il giovane segregato senza poter lavorare e tenuto in vita artificialmente - quando va bene - a sussidi, per qualche strana ragione, no! Offrirebbe invece un valido contributo al benessere sociale, senza fare nulla! 

Forse il problema, allora, è l'anziano in sé, e l'inabilità al lavoro un pretesto per demolirne l'immagine. Chissà cosa si potrà dire allora di tante persone giovani ma ugualmente impossibilitate da malattie o problemi di disabilità. Qualche libro di storia sul secolo scorso potrebbe rispolverarci la memoria, ma non sarebbe un felice ricordo. 

Se volessimo proprio pensar male, il rapporto Biderman del 1956 sulle tecniche di coercizione usate dai comunisti per soggiogare mentalmente i prigionieri ci mostra proprio come la contraddittorietà sia tipica di certi regimi, che ne fanno uso scientemente per affermare la propria posizione di potere. Infatti, un arbitrio assoluto che può conculcare diritti e imporre comportamenti mortificanti, slegato da ogni logica e in aperta contraddizione persino con se stesso, ha l'evidente finalità di mostrare al suddito inerme chi comanda, e che può fare ciò che vuole senza possibilità di contrapporre alcuna ragione. Perché l'unica ragione è quella della forza, esercitata come strumento di sottomissione anche tramite una retorica sfacciata e irriverente. Se sia lecito o no abbandonarsi a questo malizioso pensiero, lasciamo la scelta al lettore.

  
Andrea Ingegneri



Nella foto: Dolce far niente, dipinto di John William Waterhouse

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